Backstage: Il Belcanto oggi
Giuseppina Ronzi De Begnis (1800 - 1853), già prima interprete di Fausta , Sancia di Castiglia (1832), Maria Stuarda (1834), Buondelmonte (1834), Gemma di Vergy (1834) e Roberto Devereux (1837).
Giuditta Pasta (Saronno 1797 – Blevio 1865), prima interprete di Norma, Sonnambula e Anna Bolena.
Due autentiche dive dell'epoca, due straordinarie cantanti, due caratteri da primedonne di una volta, due caratteri che hanno dato un'iompronta indelebile a caratteri di personaggi che sono stati pensati in funzione delle loro caratteristiche vocali ed interpretative, ma che oggi tendiamo piuttosto impropriamente a riunire sotto il generico termine di “belcanto”, generando così qualche problema identificativo che meriterebbe un migliore e più appropriato inquadramento.
Il problema ci veniva alla mente nei giorni scorsi ascoltando l'eccellente performance di Montserrat Caballé nel Roberto Devereux di Venezia 1972.
Ora, tante cose si possono dire della Caballé, ma non che fosse portata ad essere un'interprete “naturale” dei ruoli Ronzi de Begnis, anche se poi – a conti fatti – le venivano molto bene, considerando la sua Maria Stuarda di Milano, sotto la bacchetta di Cillario, con la splendida Elisabetta della Verrett. Eppure, ad ascoltarla, si ha l'idea che funzioni, e particolarmente bene. Le ragioni possono essere molteplici, e magari semplicisticamente riconducibili all'idea che una cantante di rango funzioni qualunque cosa faccia; il che, se vogliamo, è un po' quello che pensano tutti, specialmente quando si parla di belcanto in senso lato. Ma noi non la pensiamo così, tanto più in riferimento a ruoli che richiedono sì – e precipue – doti tecnico-stilistiche di primissimo ordine, ma che richiedono anche una plusvalenza espressiva che sta sull'altra faccia della luna rispetto ai ruoli Pasta.
Cerchiamo di capirci con qualche esempio.
L'Elisabetta del Devereux è una donna tormentata, violenta, aggressiva; soffre di quella che a prima vista sembra una banale e già più volte visitata (almeno, in ambito operistico) gelosia feroce, ma oggi potremmo quasi definirla affetta da un disturbo bipolare dell'umore. È capace dell'estasi de “L'amor suo mi fe' beata” e, contemporaneamente, della violenza espressiva di tutta la scena finale. Da questo punto di vista è sicuramente più apparentata con Maria Stuarda, l'amante lussuriosa del ribelle Babington, quella che nell'estasi di una melodia dolcissima, nel momento di una confessione prima della morte ricordava il marito (ucciso) con le terribili parole “Al dolce suo sorridere odiava il mio consorte”.
È chiaro che non sappiamo come fossero le caratteristiche vocali delle cantanti per cui furono scritti questi ruoli e che li impersonarono, ma le possiamo desumere dai profili psicologici dei personaggi e dalle peculiarità delle interpreti che si sono cimentate con questi personaggi da lì in avanti.
Cercando fra le interpreti storiche del Devereux, troviamo nomi come Giulia Grisi (prima Adalgisa), Henriette Méric-Lalande, Erminia Frezzolini (prima interprete di Lombardi alla prima Crociata e Giovanna d'Arco), Giuseppina Strepponi (prima Abigaille), Anna de la Grange, Romilda Pantaleoni (prima Desdemona), Gemma Bellincioni; per arrivare poi alle recite della “riscoperta” del 1964 con Leyla Gencer, seguita poi – tutto sommato – da un numero non elevatissimo di interpreti, le più interessanti delle quali ci sembrano essere la già citata Caballè, Beverly Sills e, ovviamente, la grandissima Edita Gruberova, recentemente testimoniata da un video ben più che interessante pubblicato dalla Deutsche Grammophon.
Se pensiamo alle terribili correnti ascensionali di un ruolo come Abigaille, ci rendiamo conto che c'è poco spazio per l'elegia in senso stretto. Dalla Strepponi in avanti, il ruolo è stato assunto da cantanti che hanno nel loro DNA il declamato melodico, la scansione rabbiosa e bruciante, la capacità di schizzare in un attimo da sopra a sotto il rigo: pensiamo ad Anita Cerquetti, o a Julia Varady, o alla stessa Ghena Dimitrova, che di belcantistico aveva davvero poco, ma che in compenso aveva un'estensione fuori dal comune che si accompagnava ad una violenza espressiva stupefacente. È azzardato pensare che anche Giuseppina Strepponi avesse caratteristiche analoghe? Pensiamo di no, perché il ruolo non ammette patteggiamenti ed aggiustamenti di sorta. Bene: questa cantante aveva in repertorio Elisabetta del Devereux, un ruolo cioè in cui la cantante deve mordere i recitativi facendoli precipitare in un declamato che oggi riviviamo con una sensazione di modernità incredibile: da questo punto di vista, Donizetti è un autore che lascia sconcertati proprio per la sua attualità. La Strepponi era quindi una vocalità tipo “Ronzi de Begnis” e, per ragioni sicuramente non vocali ma interpretative, doveva essere una Elisabetta di notevole spessore. Con ciò non vogliamo affermare che le cantanti “Ronzi de Begnis” siano automaticamente delle Abigaille adeguate, ma possiamo asserire – senza tema di essere smentiti – che le voci “Pasta” sono quanto mai inadeguate ad un repertorio che punti sul declamato.
Facciamo un esempio: Renata Scotto, grandissima belcantista – almeno nella prima fase della sua carriera – e splendida Anna Bolena, fortunatamente testimoniata da un bel disco live. Può sembrare a prima vista che il temperamento vulcanico ed esplosivo potesse spingerla verso i ruoli “Ronzi de Begnis”, ma essi non le appartennero mai. E, per di più, il suo accostamento ad Abigaille fu assolutamente fallimentare, almeno stando al disco Emi con Muti e tenendo ovviamente conto del fatto che il ruolo fu affrontato in una stagione vocale che le precludeva questo tipo di approccio. Fu invece una Norma ben più che convincente, ancorché piuttosto discutibile nella vocalizzazione, ma questo è un altro paio di maniche, decisamente peculiare di questa grande cantante.
Maria Callas, sublime interprete dei ruoli “Pasta”: Norma eccezionale, Amina rivoluzionaria, Anna Bolena da sogno e, forse, tuttora modello insuperato (se dovessimo pensare ad un ruolo con cui identificarla definitivamente, forse penseremmo proprio alla sfortunata Regina). Dizione aulica, scandita. Eloquio trasognato e sognante. Non affrontò mai i ruoli “Ronzi de Begnis”, e pensiamo che qualunque melomane degno di tal nome si sarebbe svenato per poter ascoltare una sua Stuarda (proviamo a immaginare cosa sarebbe potuta essere l'invettiva in bocca a lei!), o una sua Elisabetta, confidando nella scansione bruciante in grado di “mordere” la frase che era tipica di Maria e che, di fatto, aveva completamente rivoluzionato i ruoli “Pasta”.
I ruoli “Ronzi de Begnis” dovevano invece trovare un'interprete ancora oggi di riferimento assoluto: Leyla Gencer. Grandissima Stuarda, riscopritrice del Devereux; splendida Stuarda, ancora conturbante, violenta eppure dolcissima in quella straziante confessione che svela gli abissi di un'anima corrotta. Ma, inevitabilmente, pesce fuor d'acqua nel mesto lirismo di Anna Bolena, nell'astrattismo lunare di Norma e financo in quella Beatrice di Tenda che affrontò con Gui pochi mesi prima delle recite napoletane del Devereux.
Con la Sutherland si torna ancora ad un'ideale interprete dei ruoli “Pasta”: eccezionale Norma, Amina svampita ed affascinante, Beatrice fuoriclasse e, ancora oggi, di riferimento assoluto; ma tanto a disagio nel dar significato alle contraddizioni di Maria Stuarda (di cui, pure, ha lasciato un'incisione interessante) e, fortunatamente, nessun approccio a Elisabetta.
E poi, ecco le cantanti miste, quelle cioè che accomuniamo con il termine generico di “belcantiste”, ma che ci appare francamente inappropriato, specie alla luce di quanto premesso. Di queste, le più interessanti sono indiscutibilmente Beverly Sills e Edita Gruberova. Entrambe formidabili da un punto di vista tecnico, entrambe istrioniche al punto da sopperire abbondantemente con l'interpretazione al calor bianco a tutte le carenze che ci sono dal punto di vista vocale. Entrambe, inoltre, ci hanno lasciato testimonianza discografica di ruoli “Pasta” e “Ronzi de Begnis”, con risultati discutibili ed indiscutibilmente interessanti.
Per quanto riguarda la Sills, la Westminster ha recentemente ristampato la cosiddetta “trilogia Tudor” (anche se questo nome appare storicamente improprio per raggruppare tre regine che non ebbero lo stesso casato). Tutte e tre le regine appaiono interessanti, anche se appare piuttosto evidente che ascoltiamo non tre personaggi di Donizetti, bensì la Sills che li fa. Anna Bolena sarebbe vocalmente quella più centrata, giustificando l'idea che Beverly avesse più una vocalità di tipo “Pasta”, come del resto prova la sua Elvira (ma i suoi approcci con Norma furono fallimentari), ma la grandissima cantante fa faville con Devereux, di cui riesce a centrare con gusto tipicamente americano il coté grottesco, dando corpo a tutte le esagerazioni kitsch di cui si macchia la regina d'Inghilterra. È chiaro che così la tragedia assume i toni del melodramma cheap, ma non è detto che questo punto di vista sia poi così inappropriato.
Anche la Gruberova – a regola – sarebbe più esattamente una vocalità di tipo “Pasta”: i suoi aerei filati, la sua vocalizzazione rarefatta e le splendide messe di voci ne hanno fatto – per esempio – un'Elvira o una Beatrice di primissimo ordine, cui mancava solo quel briciolo di scansione in più per farla assurgere ad ideale esecutivo. Curiosamente (o forse no?), solo nell'ultima fase della carriera ha conseguito quella violenza espressiva che le ha permesso di guadagnare molto sul fronte dell'interpretazione. Ma non – come sarebbe lecito pensare – sul fronte della vocalità “Pasta”: con l'età, perdendo gli acuti, si è collocata – e grandiosamente – sui ruoli “Ronzi de Begnis”, cui ha donato una voce decisamente meno onnipotente rispetto a quanto faceva un po' di anni fa, e un temperamento istrionico in puro stile Bette Davis, cui in età matura assomiglia in modo francamente inquietante.
Un'eccezione a questo trend di Edita è – a nostro parere il ritorno ad un ruolo “Pasta” importante come Norma, per di più un autentico debutto in una carriera così importante come la sua: secondo alcuni, un'impersonificazione senile che poteva anche essere evitata; secondo noi, un autentico capolavoro. Merito del passaggio attraverso i ruoli “Ronzi”, che le hanno permesso di guadagnare mordente mantenendo una vocalità aerea e flautata?... Non sapremmo rispondere e comunque poco importa: trattasi di vero capolavoro, da salutare con entusiasmo.
Discorso a parte merita infine la Caballé. L'abbiamo già detto e lo ribadiamo con forza: non è mai stata un'interprete dei ruoli “Ronzi”: glieli vietava la sua particolarissima emissione, molto liquida e flautata, fatta di suoni vaporosi e flottanti, che nulla avevano a che vedere con quelle frasi declamate tipiche di questi ruoli. Ruoli che, invece, ha affrontato con enorme successo. Siccome teniamo sempre in giusto conto i successi, ritenendo che abbiano sempre alla base una buona ragione, ce ne siamo chiesti il perché. Le ragioni, secondo noi, con valenza per la Caballè ma anche, tutto sommato, per altre cantanti “Pasta” che hanno proposto con successo anche ruoli “Ronzi”, sono da ricercare nei seguenti aspetti:
1.personalità. La Caballè è stata cantante che, nei suoi giorni migliori, era ricca di personalità. Logico, quindi, che sentisse la necessità di espandere i propri orizzonti. È ragionevole pensare che le autentiche fuoriclasse abbiano sempre sentito l'esigenza di esplorare nuovi confini, e i ruoli “Ronzi” appaiono un completamento necessario di qualunque repertorio belcantistico. Oltre ogni aspettativa, ciò che si sente nel Devereux di Venezia del 1972 è un'impersonificazione come il celebre antifurto di qualche tempo fa: “con le palle”; e, quello che più conta, senza mai rinunciare agli aspetti peculiari dell'emissione della Caballè. Questa è personalità
2.rigore esecutivo. Nella stessa misura dei ruoli “Pasta”, verrebbe quasi da dire “astenersi perditempo”. Sono ruoli difficili, ricchi di contraddizioni e di complessità. Il buttarla nello svacco, come fanno quelle che pensano che Maria Stuarda si fermi all'invettiva, vuol dire fallire l'obbiettivo
3.fascino del personaggio. Questi “Ronzi de Begnis” sono indiscutibilmente personaggi intriganti, da cui un'interprete può essere attratta tanto quanto se non più che i grandi ruoli “Pasta”
Concludiamo quindi con l'idea che non sarebbe male arrivare a ripartire i grandi ruoli belcantistici per aree omogenee, sottraendoci una volta per tutte all'idea di considerare tutto sotto l'egida unica del termine “belcanto”. La Storia ci insegna che, nell'ambito di questa grande categoria, ci possono essere contrasti importanti che anche storicamente hanno portato alcune cantanti a rinunciare aprioristicamente ad alcuni ruoli, oppure a non conseguire risultati di rilievo qualora impiegate in ruoli lontani dalla loro sensibilità.
Abbiamo adottato per comodità la suddivisione fra ruoli “Pasta” e “Ronzi de Begnis”, riferendoci alle prime grandi cantanti per cui furono scritti personaggi come Norma, Amina, Elvira, oppure Maria Stuarda o Elisabetta del Roberto Devereux, identificando nuclei interpretativi che rimandano a categorie espressive ben precise, ritenendo difficile che cantanti che riescono bene in un ambito possano conseguire risultati altrettanto prestigiosi anche in altro percorso interpretativo.