Martedì, 16 Ottobre 2018

Backstage: Il trionfo di Luisi nella Francesca da Rimini alla Scala

Aggiunto il 17 Aprile, 2018

FRANCESCA DA RIMINI
Tragedia in quattro atti di Gabriele d’Annunzio - Riduzione di Tito Ricordi
Musica di Riccardo Zandonai

Personaggi e interpreti
Francesca Maria José Siri
Samaritana Alisa Kolosova
Ostasio Costantino Finucci
Paolo il bello Marcelo Puente
Giovanni lo sciancato Gabriele Viviani
Malatestino Luciano Ganci
Biancofior Sara Rossini
Garsend Valentina Boi
Altichiara Diana Haller
Adonella Alessia Nadin
Smaragdi Idunnu Münch
Ser Toldo Matteo Desole
Il Giullare Elia Fabbian
Il Balestriere Hun Kim
Il Torrigiano Lasha Sesitashvili

Direttore FABIO LUISI
Regia DAVID POUNTNEY
Scene LESLIE TRAVERS
Costumi MARIE-JEANNE LECCA
Lighting Designer FABRICE KEBOUR
Movim. coreografici DENNI SAYERS

CORO E ORCHESTRA DEL TEATRO ALLA SCALA

Perché un’opera così manca dal palcoscenico della Scala dal 1959 (Gavazzeni, Olivero, Del Monaco)? Dopo il gran bel successo di ieri è assolutamente legittimo chiedersi il perché di questa mancanza, e non solo dal palcoscenico scaligero, visto che l’opera di Zandonai è pochissimo rappresentata in tutto il mondo.
Anche discograficamente non andiamo meglio. Oltre ad alcuni live – l’edizione scaligera del 1959, un live con la Ligabue, uno con la Gencer, c’è l’edizione del Met con Levine/Scotto/Domingo, quella della Kabaivanska, più alcune proposte più recenti, segno della riscoperta dell’opera negli ultimi anni: dal live di Macerata con Daniela Dessì, all’edizione di Friburgo diretta da Bollon fino alla registrazione di Bregenz curata proprio da Fabio Luisi ormai più di vent’anni fa con una buona protagonista, Elena Filipova.

E se non è forse onesto dire che ci troviamo davanti a un autentico capolavoro, di sicuro è sensato affermare che Francesca da Rimini dovrebbe

rientrare stabilmente nei repertori di tutti i teatri.

Partiamo dai trionfatori della serata: Fabio Luisi, l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala.
Luisi ha più volte dichiarato il suo amore per quest’opera e alla prima ne abbiamo avuto la testimonianza più bella possibile. Non una singola nota, non un singolo respiro, non un singolo accento si perdono nella straordinaria concertazione del direttore genovese. Le oasi di lirismo di cui è ricca la partitura – specialmente quando si parla del mondo femminile – così come i momenti bombastici e terrificanti della guerra – e del mondo maschile tout-court – sono evidenziati con precisione quasi calligrafica, addirittura cameristica da un lato e forza brutale e tellurica dall’altro. Il tutto però unito in una coesione che rende finalmente giustizia a questa bella partitura. I momenti magici resi da Luisi sono innumerevoli ma ne vanno ricordati alcuni obbligatoriamente. Innanzitutto lo splendido tema iniziale del violino, i colori quasi virginali dell’orchestra nei dialoghi tra Francesca e la sorella oppure l’improvviso inacidirsi del suono nel racconto del giullare. Il capolavoro è il secondo atto dove la forza percussiva dell’orchestra e del coro lascia davvero sbigottiti. Forse per dimostrare di meritare il premio appena ricevuto agli Opera Award, l’Orchestra scaligera suona come nelle grandissime occasioni dimostrando sotto la mano di Luisi forza, duttilità ma anche una grande capacità di alternare brutalità a raffinatezze e rarefazioni impressioniste, polverizzando i suoni in micro particelle per poi ricostituirli in un magma sonoro di potenza estrema. Grandissimo poi Luisi nel sottolineare i riferimenti di Zandonai a Puccini (Suora e Tabarro), Debussy, Wagner dimostrando però che la musica di Francesca è un unicum dotato di grande personalità propria, dal canto di conversazione tra le donne così decadente sino al ruolo preponderante dell’orchestra che travolge l’ascoltatore con un mare sonoro

perché proprio l’orchestra è “la voce delle cose che non hanno voce” (pensiamo al movimento ondulato di arpa e archi per l’amore segreto tra i due cognati). E non dimentichiamo che in orchestra, Zandonai propone liuti e pifferi (che cos’è quel III atto…).

Inutile dire che quest’opera ha bisogno di una serie infinita di bravi cantanti ma almeno tre sono imprescindibili per la buona riuscita dell’esecuzione.
Debuttando il ruolo di Francesca, Maria Josè Siri ne esce vittoriosa almeno dal versante vocale, e sicuramente non è cosa da poco. La scrittura impervia che insiste paurosamente sul passaggio, il frequente ricorso agli acuti aperti, la necessità di sovrastare un ordito orchestrale massiccio e, per contro, la continua richiesta di assottigliamenti, di pianissimi quasi su un alito di voce (in una sala così vasta, poi) rendono il ruolo davvero monstre. Da perfezionare, e non sarebbe forse nemmeno stato normale pretenderlo alla prima recita, la parte interpretativa. Soprattutto quella sensuale di Francesca ingannata e peccatrice. La Siri svolge un lavoro apprezzabilissimo di comunicazione non verbale con attenti movimenti del corpo, studiatissimi ma mai manierati. Probabilmente le recite successive consentiranno al soprano uruguayano una maggior tranquillità e quindi una maggiore partecipazione emotiva. Piace però della Siri quella totale assenza di manierismo stucchevole che rendeva insopportabile l’interpretazione si certe sue celebri colleghe del passato.

Per il ruolo di Paolo il Bello era originariamente previsto Roberto Aronica, improvvisamente sostituito – non entro nelle motivazioni perché ne ho sentite varie e nessuna confermata – dall’argentino Marcelo Puente, uno dei pochi ad avere la parte di Paolo in gola. La voce non è brutta, gli acuti un po’ pompati ma ci sono, il fisico pure. Il suono purtroppo rimane spesso ingolato, come indietro, soprattutto nei frequenti assottigliamenti e non si espande in sala. Stante però

la difficoltà del ruolo dobbiamo accontentarci. Anche nel suo caso si vorrebbe un po’ di pathos in più, una maggiore partecipazione alla vicenda.

Molto bravo invece l’atro tenore, Luciano Ganci, assolutamente perfetto nel caratterizzare il perfido Malatestino, grazie a un temperamento mellifluo e insinuante e a una voce squillante e piena, di quelle che riempiono la sala pur non essendo particolarmente grande.

Gabriele Viviani è il perfido Gianciotto e anche la sua parte è disseminata di difficoltà estreme (Zandonai non si è risparmiato proprio) risolte con voce robusta e imponente anche se con qualche ricorso di troppo al parlato che sfoga nell’urlo. Nel complesso però un personaggio che lascia il segno.

Bravi tutti gli altri numerosissimi personaggi con una menzione speciale per la Samaritana di Alisa Kolosova e per il baritono Elia Fabbian, ottimo Giullare (la cui morte è un momento scenico davvero coinvolgente soprattutto perché inserita in una quasi angelicata “scuola di pittura”).

La regia di David Pountney evidenzia il contrasto tra il mondo femminile e il mondo maschile guerresco e violento, abbracciando il mondo dannunziano più che la riduzione di Tito Ricordi – ma non dimentichiamo che lo stesso D’Annunzio scrisse “nemica ebbi la luce, amica ebbi la notte….” nel duetto del II Atto. Il regista di Oxford gioca su questa polarizzazione per tutta l’opera contrapponendo colori, luci, movimenti scenici per porre l’accento sulle differenze dei due mondi, talvolta in modo troppo didascalico e autocompiacente. Il grande punto di forza della regia di Pountney è forse la messa in scena globale grazie alle luci di Fabrice Kebour, bellissime nel suo continuo e cangiante mutare, e soprattutto grazie alle scene di Leslie Travers che ci presenta un’enorme statua femminile che verrà trafitta da lance nel passaggio tra i primi due atti e un atto guerresco davvero impressionante con l’enorme cannone nel finaleche ci fa immaginare di vedere la prua di una nave avvicinarsi minacciosa verso la platea (ma in questo momento magico il Coro immenso di Casoni svolge un ruolo assolutamente fondamentale). Il librone-talamo sul quale gli amanti leggono di Lancillotto, con alle spalle il relitto di un aereo (lo SVA dannunziano?) diventa protagonista del finale drammatico con la morte dei due amanti trafitti non da Gianciotto – che si limita a guardare come spettatore disincantato – ma da una lancia che cade dall’alto. Non mancano dunque momenti fortemente eye-catching ma nemmeno alcune cadute di gusto (l’ingresso di Paolo in versione Carlo di Francia/Guerre Stellari) o momenti eccessivamente violenti.

Come dicevo successo davvero meritato per tutti. Fiori e grandi “brava” per la Siri e vere ovazioni da stadio per Luisi, lo ripeto, grandioso trionfatore insieme a Orchestra e Coro della serata.


Flipperinodoc

Categoria: Backstage

 

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