Lunedì, 23 Luglio 2018

Backstage: Cav&Pag a Roma tra solipsismo e contestazioni

Aggiunto il 09 Aprile, 2018

CAVALLERIA RUSTICANA
Testo di Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti tratto dalla novella di Giovanni Verga
Musica di Pietro Mascagni
Personaggi e interpreti
Santuzza Anita Rachvelishvili
Lola Martina Belli
Turiddu Alfred Kim
Alfio Gevorg Hakobyan
Lucia Anna Malavasi

PAGLIACCI
Libretto e Musica di Ruggero Leoncavallo
Personaggi e interpreti
Canio Fabio Sartori
Nedda Carmela Remigio
Tonio Gevorg Hakobyan
Beppe Matteo Falcier
Silvio Dionisios Sourbis

Direttore CARLO RIZZI
Regia PIPPO DELBONO
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene Sergio Tramonti
Costumi Giusi Giustino
Luci Enrico Bagnoli

ORCHESTRA DEL TEATRO DELL’OPERA di ROMA
SCUOLA DI CANTO CORALE DEL TEATRO DELL’OPERA di ROMA

Chi legge le pagine del nostro sito sa quanto siamo infastiditi – io per primo – dalle contestazioni durante la rappresentazione, soprattutto quelle un po’ becere e folkloristiche tipiche del nostro amato mondo dell’opera. Il diritto a contestare ed esprimere il dissenso si può liberamente esercitare alla fine dell’esecuzione. Ebbene questa produzione romana del dittico Cav&Pag ha fortemente messo in crisi questa nostra convinzione a causa della regia.

Ligure di Varazze, classe 1959, Pippo Delbono non può certo essere liquidato con la semplice definizione di regista, grazie ad una formazione estremamente eterogenea che spazia dagli studi di arta drammatica classica fino all’incontro con Pina Bausch e con il Teatro orientale. Come sempre, in ogni suo spettacolo Delbono “entra” prepotentemente nell’azione partecipando allo spettacolo stesso, osservando la scena e facendosi da tramite tra l’autore e il pubblico.

Tecnica sovente perfetta che però nel teatro d’opera rischia di diventare un autogol, soprattutto quando si esagera. E qui

Delbono, riproponendo la Cavalleria di Napoli e allestendo un nuovo spettacolo per i Pagliacci, stavolta esagera davvero diventando non solo un personaggio di interazione con il pubblico ma un fastidioso disturbatore che – temo per eccesso di protagonismo – ha finito col danneggiare irrimediabilmente la bella idea di partenza che sta alla base di questo spettacolo.

Delbono infatti ha realizzato le due opere come il primo e il secondo atto di uno spettacolo unico, accomunato quindi anche nella parte scenografica, ottimamente realizzata da Sergio Tramonti su un palco inclinato rosso sangue e spogliato di qualunque riferimento geografico temporale: i Pagliacci dunque iniziano dove finisce Cavalleria, anche in scena.

Il solipsismo di Delbono però finisce per rendere il tutto estremamente irritante. E se l’effetto teatro nel teatro iniziale con il suo personale prologo in cui ci spiega a quale spettacolo partecipiamo risulta straniante e commovente grazie anche al calcolato utilizzo di parole che generano suoni coinvolgenti, l’aver calcato la mano ripetendo in continuazione questo procedimento risulta stucchevole e fuorviante – scatenando le ire di parte del pubblico.

Peccato, peccato davvero. Perché di momenti teatralmente illuminanti ce ne sono molti. L’utilizzo di Bobò (Vincenzo Cannavacciuolo, artista sordomuto scoperto da Delbono durante un laboratorio nel manicomio di Aversa) come unico portatore della croce nella processione di Cavalleria, l’utilizzo di colori dal forte contrasto nei costumi di Giusi Giustino, le luci dal dirompente impatto emozionale di Enrico Bagnoli non possono essere liquidate come idee di poco conto. Insomma davvero peccato che uno spettacolo potenzialmente interessante sia rovinato così solo per eccesso di protagonismo: come si spiega altrimenti la necessità di intervenire all’apertura dei Pagliacci, nell’Intermezzo e nel voler dire a tutti i costi – eh, che idea geniale e sconvolgente – la

frase conclusiva dell’opera di Leoncavallo?

Resta così l’ennesimo spettacolo incompiuto, ricco di mille spunti ma fondamentalmente incompiuto. E il pubblico ha espresso molte disapprovazioni.

Musicalmente invece il tutto si è svolto in maniera più tradizionale ma su un livello altissimo. La concertazione di Rizzi è ottima. Il direttore milanese dirige bene, sovente benissimo ponendo l’accento sia sulle raffinatezze delle due partiture, sia sui momenti bombastici – il contrasto però tra l’enfasi della musica e la scabra scena nell’”Inneggiamo” è un momento di forte perplessità. Rizzi segue con estrema cura anche i protagonisti vocali, avvalendosi dell’ottima prova dell’Orchestra del Teatro dell’Opera in grande forma e della buona prova del Coro.

Protagonista indiscussa di Cavalleria è la Santuzza di Anita Rachvelishvili, la cui prova può essere agevolmente sintetizzata da una sola parola: strepitosa! Dotata di voce imponente, a volte travolgente anche nel senso fisico (i suoi fortissimi sono uragani che ti investono), il mezzo georgiano ci regala però anche momenti di intimità assoluta, ritrandosi pudicamente – dopo un’Inneggiamo da brividi - nell’aria sulla frase “tornò, la seppe sposa”. Meravigliosa anche in entrambi i duetti che però devono essere cantati in due: e se il tenore coreano Alfred Kim ha ben figurato davanti a cotanta partner grazie ad un timbro gradevole e all’emissione ortodossa, lo stesso non si può dire del baritono armeno Gevorg Hakobyan, Alfio talmente rozzo e grossolano da fare temere per la sucessiva parte di Tonio. Bene la bellissima Martina Belli, Lola perfetta, così come la Mamma Lucia di Anna Malavasi.

Sul fronte dei Pagliacci registriamo subito la prova positiva – a sorpresa dopo Cavalleria – del Tonio di Hakobyan, più a suo agio sia vocalmente sia interpretativamente. Ottimi i due protagonisti: Fabio Sartori non ha probabilmente la voce tenorile più bella del mondo ma è sempresicuro, affidabile, squillante e soprattutto coinvolto e coinvolgente in ogni ruolo che affronta, anche se Delbono – troppo preso dal suo progetto – non lo aiuta affatto. Carmela Remigio è luminosa negli acuti, dotata di intelligente fraseggio e di un coinvolgimento scenico fuori dal comune, raccogliendo con grande intelligenza le sollecitazioni della regia. Bene, anzi benissimo il Silvio di Dionisios Sourbis e il Beppe/Arlecchino di Matteo Falcier.

Grande successo – in particolare per la compagnia di canto - e grandi contestazioni come già detto.

Flipperinodoc

Categoria: Backstage

 

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