Martedì, 16 Ottobre 2018

Backstage: Die Fledermaus al Teatro alla Scala di Milano

Aggiunto il 29 Gennaio, 2018

Teatro alla Scala, stagione 2017/18, venerdì 19 gennaio 2018

Johann Strauss
DIE FLEDERMAUS
Prima rappresentazione al Teatro alla Scala

Coro, Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttore: Cornelius Meister
Regia: Cornelius Obonya - Carolin Pienkos
Scene e costumi: Heike Scheele
Luci: Friedrich Rom
Coreografia: Heinz Spoerli
Video: Alexander Scherpink

Eisenstein: Peter Sonn
Rosalinde: Eva Mei
Dr. Falke: Markus Werba
Frank: Michael Kraus
Adele: Daniela Fally
Princesse Orlofskaya: Elena Maximova
Alfred: Giorgio Berrugi
Dr. Blind: Kresimir Spicer
Frosch: Paolo Rossi

Operetta per eccezione, il pipistrello mai volò su Milano. Effettivamente si potrebbe dire che sia una grave mancanza. D’altro canto, dopo l’esito della prima se ne potrebbero capire anche i motivi: il genere operetta non “tira” in Italia, non esistono luoghi atti a rappresentarlo e le orchestre dei teatri italiani sono praticamente incapaci di suonarlo. Se poi questo sia una causa o un effetto della rarità di questo repertorio è da verificare.
Partiamo proprio dall’orchestra. Non si può dire che abbia suonato male, anzi: precisissima, in gran spolvero, suono compatto, coeso, pochissime sbavature (anche da parte delle solite sezioni deboli e a rischio). Però era praticamente un pachiderma che si muoveva tra la cristalleria di un Grand Hotel. Quello che mancava infatti era una concezione dello stile che serva per suonare questo repertorio: rubati sui valzer, improvvise accelerazioni, cambi di tempo. E poi grande leggiadria e spigliatezza. Non una di queste cose si sono udite nel corso di tutta la serata, che è scorsa in gran noia. Parte della colpa va giustamente all’orchestra che non è avvezza a questo repertorio, è vero. Ma gran parte va al direttore. Avrebbe dovutoesserci Zubin Mehta che, nel bene o nel male, è comunque direttore stimato e rispettato dall’orchestra scaligera. Invece purtroppo ha dovuto subire un intervento (auguri di buona guarigione, a proposito) ed è stato sostituito con il 37enne Cornelius Meister, da qualche anno alla guida dell’orchestra della radio di Vienna, con risultati pregevoli soprattutto nel repertorio sinfonico del tardo ottocento e primo novecento, e conosce la partitura straussiana pressochè a memoria. Nonostante queste premesse e il fatto che si sia sbracciato, abbia ballato sul podio e salterellato tutta sera, gli esiti sono stati quelli descritti.
Per quanto riguarda il regista avremmo dovuto dormire sonni tranquilli, visto che si trattava di Cornelius Obonya, proveniente “dalla più illustre dinastia teatrale austriaca”. Veniamo trasportati in un loft, arredato da un grande design e con annessa scultura di Giacometti, che da direttamente sulle piste da sci, da cui vanno e vengono tutti i personaggi. Quindi Adele diviene una moderna e giovane governante alla moda che fa andare il Roomba anzichè spaccarsi la schiena alla Cenerentola; che Adele stessa va acquistare le cibarie da Peck; che in scena ci stanno citazioni di Prada e Rolex. La scena è anche bella da vedere e regsticamente funziona bene. Nel secondo atto peggiora totalmente: Orlosky diviene Orloskaya, una rozza oligarga russa, che fa arrivare clandestinamente opere archeologiche dalla bombardata Siria, che corrompe i politici austriaci, e che si annoia mortalmente con i propri soldi. La sala diventa un’anonima grande stanza di un hotel, ristorante, casinò, dominata da un gran lampadario il tutto di gran buttezza. Il terzo atto invece funziona abbastanza: la prigione è sufficientemente tetra ma non troppo e va detto con bella vista sulle Alpi a cui si entra, qui direi grande invenzione, attraverso una porta girevole tipica dei Grand Hotels.
Il tutto funziona, ma Obonya e compagna mi pare si perdano per stradaun’importante caratteristica di quest’operetta: la malinconia. Tutto diviene simpatico, cabarettistico, gioco ma manca profondamente di serietà. Una cosa non da poco. Altro errore importante viene aggiunto con i dialoghi. Il cast è mezzo italianofono e mezzo germanofono e Obonya cosa si inventa? Nel mondo di oggi, con la globalizzazione e l’internazionalizzazione si mescolano le lingue e nessuno sa in che lingua presentarsi al proprio interlocutore. Quindi il regista ha scritto dialoghi parte in tedesco e parte in italiano, cosicchè alcune frasi italiane sono recitate da germanofoni e viceversa. Operazione demenziale perchè, a meno che uno si muova con agilità tra le due lingue (come Eva Mei), il risultato è stato di paciugo e di parecchia imprecisione di pronuncia da una come dall’altra parte.
Il corpo di ballo scaligero interviene in due occasioni. All’inizio durante l’ouverture con un’insensata coreografia che nulla aggiunge alla storia e non funge da prologo e quindi risulta inutile. Viene poi presentato come “chicca” della serata e ospite speciale nel secondo atto da Falke e quindi crea una sorta di metateatro; ma la polka è suonata così male (tutto pesante e forte, senza una dinamica) e una coreografia così brutta e fuori luogo (sostanzialmente un trenino da Capodanno), che ci si chiede se non sia stato meglio tagliarla. Francamente inutili poi i due acrobati che, da dopo la polka in poi, hanno volteggiato sulle teste dei cantanti. Spoerli personalmente ha completamente mancato il bersaglio.
Passiamo al cast dove le cose vanno leggermente meglio anche se c’è da fare una premessa: tutti i cantanti vengono dal repertorio operistico. E si sente: le voci sono troppo grosse per la raffinatezza di questo repertorio.
Il migliore della serata mi è parso Markus Werba, sostanzialmente in parte, voce molto bella (ma già lo sapevamo e lo attendiamo nuovamente in “Fierrabras”). Si muove splendidamente sul palco ed è a mio avviso il mattatore dellaserata. Un gradino sotto Michael Kraus, leggermente impacciato, ma molto simpatico e abbastanza nobile la sua visione del direttore delle carceri. Peter Sonn è ancora più impacciato, mi pare appesantito nel corso degli anni sia nel timbro sia in stazza fisica. Però ha veramente un bel timbro e fraseggia molto bene. Divertente la citazione del “Fiorito asil” nel primo atto. Giorgio Berrugi l’ho apprezzato più di una volta nel repertorio verdiano, ma in questo “Die Fledermaus” non ha eccelso. Non sono sufficienti le numerose citazioni da “Aida, “Fedora”, “Traviata”, “Un ballo in maschera”, “Barbiere”, “La fanciulla” pucciniana, per far dimenticare la serenata del primo atto cantata veramente male. Gustoso invece Kresimir Spicer nella piccola parte del Dr. Blind, dizione e precisione veramente buone per questo cantante esperto del reperotorio barocco e mozartiano.
Eva Mei purtroppo non è stata la solita che tutti conosciamo. La sua prova è stata inficiata da parecchie imprecisioni nel registro acuto, soprattutto per quanto riguarda la Czarda. Inoltre ci è parsa più attenta a creare un personaggio da donna mondana piuttosto che a mettere in scena la furbizia di una donna che tenta di incastrare il marito a fine di solidificare la coppia. Daniella Fally l’avevo sentita nell’”Arabella” di Dresda nel 2014 come Fiakermilli e mi aveva convinto. Non però in questo Pipistrello dove risulta spesso imprecisa, fuori fuoco, anche se attorialmente funziona e attira le maggiori simpatie da parte del pubblico. Elena Maximova è assai rozza, dal gran vociare nei bassi e un’interprete priva di ogni eleganza e assai monotona.
Paolo Rossi era il carceriere Frosch, per fortuna una parte solo recitata. Nel primo atto è muto e, accompagnando il direttore a casa di Eisenstein, si aggira nel loft spiluccando panini, girando quadri contemporanei (che da astratti si rivelano figurativi) e distruggendo la statua del simil-Giacometti. Poi nel terzo atto apre bocca: un monologo sullarelazione storica Austria-Italia, una canzone in dialetto milanese e poco altro. Sarà stato istruito all’auto-epurazione e la sua è un’apparizione inutile e fuori luogo.
Cosicchè si è arrivati agli applausi. Tanti, non successo però, da parte di un pubblico al 90% straniero. Elegantissimo, che beveva costosi calici di Franciacorta negli intervalli, che scattava fotografia ma probabilmente non ha compreso che con questo spettacolo (dopo l’inaugurale Chenier) e con l’attuale dirigenza il Teatro alla Scala ha preso inderogabilmente la strada della costruzione di un proprio brand sempre più forte che attiri turisti e una certa fetta di pubblico, ma con meno attenzione a un vero scopo di formazione culturale del proprio pubblico che almeno con la dirigenza di Lissner-Barenboim si era intravisto.

Fabrizio Meraviglia

Categoria: Backstage

 

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