Mercoledì, 13 Dicembre 2017

Backstage: Con la mia voce ho cantato la patria… - 1° puntata

Aggiunto il 10 Ottobre, 2017

E’ una delle più celebri frasi cantate da Andrea Chenier durante la sua difesa nel processo del Terzo Atto. Ma chi ha saputo cantare meglio, non tanto la patria, quanto il ruolo di Chenier stesso? Prima di rispondere alla domanda dobbiamo analizzare cosa chiede al ruolo lo spartito di Giordano e il libretto tutto in rime di Illica e Giacosa. Fondamentalmente vengono chieste a Chenier tre cose. Acuti (tanti). Resistenza (tanta): l’opera non è lunghissima ma al tenore Giordano ha riservato 4 arie – una per atto – e due duetti. Carisma: essenziale per poter pronunciare e rendere credibili alcune frasi imbarazzanti del libretto (cito solo “essa inciela le antenne al sole che l’indora….). Per il resto Chenier è un personaggio molto lineare – oserei direi quasi piatto - che come compare in scena così muore, non presentando grandi cambi di personalità o grandi trasformazioni, che invece Giordano ha riservato a Maddalena e a Gerard. Non dimentichiamo poi che – nonostante il solito snobismo finto culturale di certa critica italiana – Chenier da sempre gode di grandissima fortuna tra il pubblico e tra i cantanti.

Qualche mese fa chiesi a Bagnoli quali fossero i suoi Chenier preferiti. Pietro mi rispose prontamente indicandomi tre nomi: Corelli, Corelli Franco e Franco Corelli. Effettivamente il grande tenore anconetano ha fatto del poeta condannato a morte uno dei suoi cavalli di battaglia ma qui dobbiamo necessariamente ampliare il nostro sguardo, nonostante i tenori che hanno lasciato un segno nel ruolo si possano contare sulle dita di una mano. Io ne ho contati cinque, con una sesta riserva.

Doverosa subito una premessa: non possedendo la registrazione del primo Chenier (e non amando dare giudizi su fantomatici ascolti derivanti da sedute spiritiche) il nome di Giuseppe Borgatti non comparirà nel nostro elenco.

Lo Chenier imprescindibile: Beniamino GIGLI
Comunque la pensiate, con tutti i suoi difetti, portamenti,

vecchio fraseggio, interpretazione radicata a un mondo che non esiste più, l’Andrea Chenier di Beniamino Gigli rimane un punto fermo della storia dell’opera. Anche perché Gigli, di Chenier, sposa il lato sognante del poeta innamorato dell’amore e lo porta fino in fondo con una straordinaria visione ed esecuzione vocale. Fatte le dovute premesse sullo stile vecchio, sugli inutili sanglots insomma su tutto quello che volete, il mio consiglio è: sedetevi ad ascoltare lo Chenier di Beniamino Gigli e lasciatevi sedurre dalla magia di un suono puro e meraviglioso, suono che – non dovendosi il tenore concentrare sull’interpretazione di un personaggio come detto un po’ monolitico – si esprime in tutta la sua bellezza estrema. Analizziamo come esempio dell’esecuzione il primo atto, in particolare l’Improvviso. La struttura dell’aria ci permette di capire immediatamente la grandezza dell’interpretazione di Gigli. Il brano si può dividere in quattro parti.
La reazione del poeta alla provocazione di Maddalena: “colpito qui m’avete”. Gigli costruisce la frase con una voce diversa sulle prime note per poi assottigliare da "poema” fino ad “amore” cantato a fil di voce, che ci introduce benissimo nella seconda parte.
La celebrazione dell’Amore: “Un dì all’azzurro spazio”. Qui la voce è un portento di gestione tecnica e di forza. Maddalena ha già conquistato Chenier e il poeta deve colpirla con le sue parole più belle. La terza parte si apre con il racconto “e volli pien d’amore pregare” iniziato con un piano dolcissimo fino al culmine dell’invettiva. La voce viene ingrossata e alleggerita dando un senso della parola modernissimo salendo fino al Fa di “ecco la bellezza” dove la quarta parte si ricongiunge idealmente al tema della seconda. Il poeta eroe ha definitivamente sedotto la giovane.

https://www.youtube.com/watch?v=9pNpmhDrUwo

Ma questo è solo un esempio di come Gigli impersonifichi immediatamente il personaggio. Ascoltate in “Credo a una possanza arcana” come risuona il Sib di Credi all’amore, oppure l’attacco di “Ora soave”. Nel terzo atto è incredibile come Gigli dia il senso alla perorazione nel processo scandendo con precisione le sillabe (orribili). L’aria del IV atto è un miracolo vocale, basta ascoltarlo.

https://www.youtube.com/watch?v=9UPoXtCGSpg

Purtroppo Gigli ha predicato in un deserto il suo ruolo. Nella più celebre incisione sia la Caniglia (davvero al capolinea) sia Bechi non guardano mai, nemmeno da lontano la prestazione del tenore recanatese.
Insomma negare la grandezza di Gigli in questo ruolo significa negare un’evidenza palese. Dopo di lui arriveranno altri Chenier, forse migliori, forse no. Sicuramente più moderni, sicuramente più vicini al nostro ascoltare. Ma Gigli rimane il punto di partenza per tutti gli interpreti seguenti. Ma di questo parleremo nella puntata seguente….

docFlipperino.

Categoria: Backstage

 

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