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 Editoriale:  Ossessione 13/11/2008

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Alcuni dei nostri lettori ci hanno segnalato cortesemente i pensierini scritti da un nostro ex-forista su uno dei tanti blog che si occupano a livello hobbistico di opera lirica. Questi pensierini – invero, farei molta fatica a dar loro diversa consistenza culturale – sono abbondantemente dedicati all’attività di questo sito, verso cui il ragazzo, chiaramente giovane e focoso come un puledro, ha un’ossessione pressoché maniacale.
Francamente non avremmo voluto occuparcene.
In primis perché noi, gestori di questo sito, siamo abbondantemente presi da tutte quelle vicende familiari e lavorative cui evidentemente il ragazzo, una sorta di Tanguy trapiantato in quella provincia italiana in cui ama rannicchiarsi come un pisello nel suo baccello (parafrasando i mai sufficientemente rimpianti Stan Laurel e Oliver Hardy), può sottrarsi, a giudicare dalla logorrea che profonde a fiumi per pompare le due-idee-due che riesce ad assemblare. In secondo luogo perché questo sito, fondato più di due anni fa con presupposti ben precisi e mai celati a nessuno, ama confrontarsi con altri siti, non con i blog, il cui sottobosco – pur interessante per i diamanti grezzi che talvolta cela sotto il fogliame – è però anche abbondantemente maleolente per il guano che, di necessità, serve a concimarlo. Francamente, dicevamo, non avremmo voluto occuparcene. Il ragazzo, giovane e inesperto ancorché indiscutibilmente volenteroso, ed armato di quel nozionismo spicciolo derivante dal “Manuale delle Giovani Marmotte” che sempre porta seco da bravo lupetto in tutti i campeggi di boy scout cui partecipa, non manca di quel piglio gagliardo che sempre ammiriamo in chi si accosta all’Arte armato di quel sacro furore che va sempre di pari passo con l’intransigenza. Fa sorridere con benevolenza, anche quando si mette ad urlare dai suoi scritti “Lei non sa chi sono io!…”, come aveva fatto anche con noi ai tempi in cui eravamo costretti a metterlo in riga per quelle intemperanze che, ove indirizzate a fini passionali, verosimilmente produrrebbero quelle attività cui tutti fummo adusi in quella brufolosa adolescenza, “bella età di inganni ed utopie” che ancora avvolge il nostro amico come una calda coltre; intemperanze, dicevamo, con cui assaliva tutti quelli che avevano la sventura di non pensarla come lui.
Non avremmo voluto occuparci di questo giovane ragazzo, che dimostra nei suoi scritti molti meno degli anni che ci dichiarò, se non fosse che come al solito – ossessionato dalle tematiche di questo sito, che consulta con una voracità che di solito alla sua età si dedica a ben altri rotocalchi (i maschi della mia non più verdissima età ricorderanno come me, con commossa nostalgia, ebdomadari come “Caballero” e “Le ore”, ormai credo estinti, che venivano sfruttati per le pratiche di cui sopra) – ci dedica le sue mazzate infantili cercando di attribuirci idee e prassi che sono molto lontane dal nostro pensiero.
Non avremmo voluto. Ma se ci fossimo astenuti, avremmo fatto torto a quei lettori che si riconoscono in una visione del problema che non è pedissequamente esterofila, come il ragazzo vorrebbe far credere ai lettori dei suoi pensierini, ma qualcosa di ben più profondo, come ben sa chi si prende la briga di leggere le cose che noi scriviamo.

Tempo fa – un anno o forse più – il ragazzo, preso da una foga ecumenica (anch’essa un tipico portato della giovane età) ci chiese di considerare la possibilità di una collaborazione fra i due siti. Rifiutammo con benevolenza, e questo per tre motivi.
Il primo è che non c’erano “due siti”, bensì “un sito” (il nostro) e “un blog” (il suo e dei suoi amici).
Vi sembra snobismo? Lo è. Ma è anche la considerazione che c’è un impegno ben diverso fra chi – come noi – si propone scopi ben più profondi come il taglio storiografico, il rinnegamento del provincialismo culturale, il recupero di una tradizione non come valore assoluto, bensì come fil rouge per la comprensione del presente e l’ipotesi di un lavoro futuro; e il taglio hobbistico di un blog, scritto in modo talvolta pregevole ma che sta al nostro lavoro come “Novella 2000” (si parva licet) sta al “National Geographic Magazine”.
Considerammo – allora come oggi – che chiunque è in grado di aprire una finestra su internet e mettersi a sputare contumelie e gossip da strapazzo sull’argomento di cui ha scelto di occuparsi. Il vecchio detto: “Calunnia, calunnia, qualcosa resterà” ha ancora oggi una valenza pesante; ma questa non è la nostra filosofia. Questo era ed è il secondo motivo per cui non accettammo né mai accetteremmo di fare comunella con siffatta accozzaglia nazional-popolare che sembra uscita para para dalla casa del “Grande fratello”. La cultura, quella cultura trasversale ed internazionale di cui noi ci facciamo orgogliosamente interpreti al punto che abbiamo programmaticamente scelto di evitare quelle chiacchiere da gossip e gli insulti da strapazzo che invece allignano su gran parte dei blog, non escluso ovviamente quello dove il nostro amico è sedicente orgoglioso collaboratore che ne è anzi l’archetipo prototipo, la cultura – dicevamo – la nostra cultura, è anche spocchiosamente snob e rifiuta collaborazioni da strapazzo con bollettini e tazebao vari.
Ma la terza ragione, quella probabilmente più importante, quella che il ragazzo si rifiuta tuttora di comprendere, è proprio quella che sta alla base di quel movimento culturale che lui definisce impropriamente – perché, poveretto, non ci arriva – “esterofilia”.
Lo abbiamo già detto, e i nostri lettori – quelli, cioè, che leggono le cose che scriviamo, non quelli che si limitano al forum del sito - l’hanno capito benissimo: nessuno di noi è aprioristicamente “esterofilo”.
Noi siamo pregiudizialmente contro i provincialismi che ammorbano il processo esecutivo artistico, bloccando di fatto tutte le iniziative e qualunque accesso di quelle forze vere che animano il mondo culturale lontano dal nostro Paese. Lui si pasce e si appaga di “Don Pasquali” allestiti con fondali di cartone a Venegono Inferiore? Ma ha ragione! Ognuno si diverte come può! Noi riteniamo più interessante andare a vedere la Westbroek a Londra, Amsterdam, o la Stemme a Zurigo o dovunque ella canti, anche se purtroppo non in Italia. Lui preferisce la provincia italiana perché la ritiene ambito più adatto alle sue aspirazioni, e fa benissimo a starci, perché i suoi ragionamenti dimostrano che non può uscire da quei paletti; e, sia detto per inciso, gioverebbe alla sua immagine evitare di impegolarsi a disquisire di cose che non capisce.
Noi siamo pregiudizialmente contro gli idioti che con i loro fischi e le loro calunnie preventive tengono lontani quei cantanti che, per questo motivo, non hanno nessuna motivazione a venire a cantare in teatri che, una volta, li avrebbero scritturati tutti: e basti pensare a quell’Elektra del 1957 a Roma con la Borkh e la Höngen, la cui registrazione è stata recensita anche dal nostro sito, che può essere presa a paradigma di quello che i nostri teatri una volta erano ed adesso non sono più. Tanto per mettere i puntini sulle i, per i melomani hobbisti fra cui il nostro ragazzo si onora di scrivere, la Borkh – riconosciuta da chiunque in tutto il mondo massima interprete storica del ruolo di Elektra – sarebbe niente di più di un’urlatrice.
Noi siamo pregiudizialmente contro gli insipienti che si arroccano dentro la “turris eburnea” del conformismo che, nella loro bocca, prende il nome di “tecnica”, “posizione”, “fiato” o altri artifici che hanno imparato a ripetere come pappagalli ammaestrati e che, anziché essere mezzo, diventano fine unico ed ultimo di un’esecuzione. Adoriamo roulades, trilli, mordenti, volate e picchettati: ma devono far parte di un discorso espressivo dal quale noi non prescinderemo mai. E soprattutto, devono essere calati in un contesto stilistico adeguato, che è spesso quello definito più o meno propriamente “belcantistico”, che può essere anche novecentesco (consideriamo per esempio ruolo come Zerbinetta e Fiakermilli di Strauss, ma anche la Chan’g Chin’g di “Nixon in China” di Adams), ma raramente quello declamatorio espressionista, il cui diritto ad esistere è contestato dagli hobbisti di cui sopra che non lo capiscono, e quindi lo negano.
Noi siamo pregiudizialmente contro coloro che si rifugiano nei dischi antichi come valore assoluto, e non come tappa di partenza per costruire il futuro. E qui sta il meglio di quanto professiamo, e cioè l’idea – che abbiamo recentemente ribadito in una discussione del nostro forum – dell’utilità di un confronto con i dischi per tenere in mano il fil rouge della storia dell’interpretazione, per recuperare – ove possibile – le caratteristiche dei primi interpreti e quindi riproporre, per esempio, i primi modelli esecutivi di un ruolo per capirne le ragioni e, soprattutto (prendiamo il caso di Otello), il motivo per cui le stratificazioni che si sono sovrapposte, pur giustificabili con la prassi esecutiva, hanno portato ad una attuale ineseguibilità del ruolo stesso. Sin dal primo editoriale avevamo magnificato il ruolo fondamentale, al limite persino democratico e trasversale, esercitato dal disco che diventa così protagonista del percorso esecutivo. Ma se lasciamo che il disco giri sul piatto del fonografo a gracchiare la sua patetica e consolatoria cantilena senza ricavarne altro costrutto che non la generica consolazione di ascoltare una voce amica, l’unica soddisfazione che potremo trarne è paragonabile a quella del già citato gesto manuale cui eravamo adusi da ragazzini. E da cui siamo usciti. Noi.

Lungi da noi l’idea di dare consigli al ragazzo che, come ci aveva notificato, è grande e non ha bisogno che nessuno gli indichi la strada. Se però non vuole che, a tirare troppo la corda, qualcuno una certa strada gliela indichi per davvero, faccia come facciamo noi: ci ignori.
Abbiamo capito che è ossessionato dai contenuti di questo sito che, per un istante, gli hanno aperto orizzonti di cui non sospettava nemmeno l’esistenza; e, per un po’, siamo stati contenti di aiutarlo.
Sappiamo bene che, per il suo ego smisurato, i limitati confini di un blog sono ben misera cosa, ma in questo, purtroppo, non possiamo aiutarlo. Abbiamo la consapevolezza che, come si dice di certi studenti volenterosi che non ce la fanno, i mezzi ci siano e con un minimo sforzo in più si potrebbe arrivare a risultati interessanti, ma ci vuole un po’ più di impegno e soprattutto impiegato diversamente rispetto ai soliti insulti che lui e i suoi amici tributano a tutti coloro che escono dai loro modesti orizzonti.
Se non avessi paura di esagerare, direi che è proprio pensando a personaggi del loro stampo che la geniale Katharina Wagner si è ispirata per la sua idea di “cornice nell’arte” su cui ha basato la sua bella e complessa regia dei “Meistersinger” a Bayreuth. Quando è comparsa sul proscenio a ricevere applausi e fiori, sorrideva con una punta di cattiveria che mi sembrava perfettamente adeguata ai quattro fischi che le sono arrivati (quelli, per capirci, che vent’anni fa fischiavano anche a Boulez-Chèreau-Peduzzi, salvo poi idolatrarli).
Fa parte del mestiere, no?
Dopotutto, qualche coglione che fischia le cose che non capisce, c’è sempre.

Pietro Bagnoli


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