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 Editoriale:  Le quattro Signore che non vengono a trovarci 18/10/2008

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Facendo razzia di files su Internet mi è venuto da pensare, una volta di più, che oggi si canta splendidamente, persino meglio che in passato.
Ho fondato questa riflessione sull’ascolto di quattro signore che hanno in comune la frequenza al Festival di Bayreuth: sono, nell’ordine, Evelyn Herlitzius, Nina Stemme, Linda Watson e Eva-Marie Westbroek.
La prima è probabilmente l’erede di Astrid Varnay: voce d’acciaio, scavo tremendo del singolo fonema che riceve un peso ad hoc per ogni situazione e senso perfetto della declamazione, come dimostra l’incipit del secondo atto di “Parsifal” dell’anno scorso, probabilmente il più inquietante e trascinante fra quelli testimoniati da disco, per certi versi superiore anche alle archetipiche e celebratissime prove di Martha Modl e di Waltraud Meier. Mi spingerei oltre: la sua Brunnhilde, che riesce ad unire empito drammatico teso come una frusta, vocalità radiosa e sprezzante ironia è storica nel fondere il meglio delle caratteristiche che, per vie diverse, hanno reso grandi Frida Leider e la già citata Astrid Varnay.
La seconda, per il momento, ha dato il meglio di sé nel difficilissimo personaggio di Isolde affrontato anche a Bayreuth sino all’anno scorso nella celebre e discussa produzione di Marthaler (quest’anno è stata rilevata dall’interessante Theorin). Di questo ruolo esistono diverse testimonianze, di cui almeno due ufficiali particolarmente importanti: il video dello spettacolo di Glyndebourne e la registrazione audio della Emi con Domingo nel ruolo di Tristan. Ma non è solo Isolde: Nina Stemme sta scalando la vetta proponendosi con sempre maggiore autorità nei grandi ruoli verdiani. Violenta, cupa, introversa, ma capace di subitanee ed estasianti dolcezze, Nina – come peraltro la Herlitzius – è un altro interessante apax che trovo difficile incasellare: per certi versi ricorda le grandi tragediennes britanniche come Amy Shuard, Linda Esther Gray o Dame Josephine Barstow, ma con una vena di dolcezza e di vaporoso charme che richiama Germaine Lubin o Régine Crespin.
Da due stagioni nel ruolo di Brunnhilde c’è l’eccellente Linda Watson, cantante di temperamento forse non così scatenato ed imprevedibile come quello delle due colleghe precedenti, ma comunque di voce e personalità affascinanti. Appartiene a quella schiera di cantanti di area britannica (è americana) che hanno dato importantissimi esponenti alla causa wagneriana, ed è partita proprio da Bayreuth per affrontare una carriera internazionale. La voce è scintillante come una lama e ricorda la Nilsson.
Altra cantante di impatto travolgente è Eva-Marie Westbroek. Voce meravigliosa, donna bellissima, impatto da cuore oltre l’ostacolo; lei è stata (e sarà anche nel 2009) Sieglinde con Thielemann, ma sarà anche l’Imperatrice della Frau ohne Schatten a Milano nel Marzo del 2012. Ma è stata anche Elektra, Leonora de “La forza del destino” (come la Stemme), Minnie e Katarina Ismailova; e sarà Amelia di “Un ballo in maschera” a Francoforte, Jenufa a Monaco, Elisabeth del “Tannhauser” a Mannheim, Salomè a Bruxelles, Cassandre nel 2010 ad Amsterdam. È stata anche Tosca, ad uso e consumo di quegli stolti che pensano che non si possa essere soprano senza interpretare i grandi ruoli di repertorio. Per la Westbroek, il richiamo più importante è quello di Leonie Rysanek, cui l’avvicina il repertorio, la luminosità del registro acuto e il temperamento.

Perché parlare di queste cantanti?
Prima di tutto perché sono bravissime e ci fa sempre parlare di cantanti bravissime.
Ma in secondo luogo perché esse più di chiunque altro sono qui a dimostrarci il fermento che anima la sfida interpretativa dei nostri tempi.
Sfida che, purtroppo, non vede l’Italia fra i protagonisti, ma ahimè nemmeno fra i deuteragonisti.
In questi giorni, il forum del nostro sito è stato sede dell’ennesima polemica nata a seguito dei commenti sui “Puritani” di Bergamo, spettacolo che non ho visto e sul quale conseguentemente non mi esprimo, ma che – a parte la prestazione di Jessica Pratt – non avrebbe goduto di buon favore da parte di critica e pubblico.
Non ho visto lo spettacolo – dicevo – ma non fatico a credere a questa versione dei fatti, anche perché l’assemblaggio di questi “Puritani” rappresenta tutto quello contro cui questo sito ha sempre lottato: il provincialismo, inteso non tanto come il fatto di mettere uno spettacolo prestigioso in un teatro di provincia, quanto come criterio ideale per la scelta degli interpreti e per il modo di farli lavorare. In tal senso, anche uno spettacolo a Milano o a Roma può essere “provinciale”: prova ne siano – l’abbiamo già detto, lo ripetiamo – spettacoli come l’Aida di inaugurazione di due anni or sono, sciocca trionfalata carnascialesca che sarebbe apparsa inadeguata persino per le figurine Liebig di buona memoria.
Quello che manca – come saggiamente sottolineava il nostro collaboratore WS Maugham – è la volontà di sperimentare, di creare, di avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo; manca, insomma, l’empito artistico, quello che dovrebbe stimolare i grandi nomi a mettersi in gioco.
Noi milanesi l’abbiamo sperimentato recentemente, un po’ più di un anno fa, quando Natalie Dessay rinunciò a venire alla Scala a fare la “Fille du Régiment” perché sarebbe stata inquadrata nel solito, polverosissimo, trito spettacolo di Zeffirelli; a Vienna, fermo restando il partner maschile (il solito funambolico Flòrez), lo fece con la regia di Pelly che aveva ben altra carica espressiva. Il che dimostra anche che non si può più fare uno spettacolo solo con le voci, ma che occorre anche un allestimento all’altezza della situazione, settore questo ove la concorrenza è sempre più rilevante.
Si dirà: ci saranno evidenti liaisons con registi e produttori.
Può essere, ma non basta come giustificazione, e anche noi abbiamo bisogno di fare piazza pulita di tutte quelle incrostazioni veterotestamentarie che ci impediscono di poter assistere a nei teatri nostrani a spettacoli degni di tal nome che non siano importati da altri teatri esteri.

E dunque: il problema non è la mancanza di voci, come sottolineano sempre con acidità e petulante miopia coloro che non spostano l’asse della propria visuale dalla nostra provincia (alla luce di quanto sopra esposto, tale termine è da intendersi nel senso più lato possibile, visto che riguarda anche i teatri delle grandi città).
No, il problema sta nel fatto che le voci importanti, quelle che fanno veramente la differenza, non vengono in Italia ove, peraltro, manca il coraggio di una vera programmazione artistica che esca dal concetto di navigazione a vista che ormai non può più reggere da nessuna parte.
Pretendere di creare una sorta di “sostituto d’affetto” (qualcosa tipo “un cioccolatino al posto di una coccola”) con una delle offerte sul territorio nazionale, e pretendere che tali offerte possano avere una valenza universale, e incazzarsi perché alla resa dei conti ciò non può avverarsi, è una pretesa talmente puerile che non metterebbe nemmeno conto di parlarne, se non fosse che questo equivoco è all’origine della più grossa incomprensione, quella cioè nota come l’ormai tristemente famoso NCSPLV (“Non Ci Sono Più Le Voci”).
Palle.
Le voci ci sono, eccome. Basta saperle cercare nei posti giusti. Ed evitare di andare a bazzicare luoghi che, nelle menti più semplici, possono creare il fuorviante concetto che in tutto il mondo non si possa dare un “Rigoletto” senza un Leo Nucci il cui unico problema, allo stato attuale delle cose, sembrerebbe essere la reiterata dimostrazione che si può bissare la “Vendetta” anche dopo i settant’anni




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