| Editoriale:
Mariella e la voce di Violetta |
17/06/2008 |
“A 60 anni, seppur non credibile come Violetta, vocalmente ha strabiliato, specie nel primo atto. Alla vocalista tanto di cappello, ma Violetta è tutt'altra cosa”.
Così scrive sul forum del nostro sito un lettore di questo sito della prima ora, di nome Vittorio Viganò, un appassionato di quelli tosti, a proposito della prestazione di Mariella Devia che, negli ultimi giorni, è ritornata agli onori della cronaca per la sua interpretazione de “La Traviata” alla Scala di Milano.
Quest’affermazione – che personalmente trovo esemplare nella sua essenzialità – fa il punto della situazione come meglio non si potrebbe sul “fenomeno Devia”, ovvero sulla parabola artistica di una cantante che deve la propria fama alla peculiarità di un’emissione che per molti anni è stata tecnicamente perfetta (adesso lo è molto meno, ma comprensibilmente data l’età non più verdissima), tanto da diventare, almeno in Italia, il paradigma del “canto come dovrebbe essere”.
Certo, agli occhi dei puristi di questa sfuggente arte del porgere, manca un dato essenziale: il volume vocale. Mariella Devia non è stata baciata dalla sorte quanto a decibel, e ha dovuto sopperire a tale deficit con tutti i mezzi che la tecnica le ha sempre messo a disposizione.
La tecnica, è inutile girarci intorno, è il dato su cui si sono sempre scatenati tutti, dai fan più turibolari ai detrattori: gli uni hanno sempre esaltato la meravigliosa meccanica che sta dietro ai gorgheggi di M.me Devia, gli altri hanno invece sempre puntato il dito contro il fatto che nel canto del celebre soprano ci sia tanta tecnica e poca o punta partecipazione emotiva.
Premetto subito che il mio personalissimo parere è che non si possa oggettivamente parlare di grandezza di una cantante che costruisca la propria fortuna solo ed esclusivamente su una tecnica di canto ampiamente passata di cottura in tutto il mondo che non sia l’Italia. E non è questione di correttezza di picchettati, trilli, mordenti e volatine che sono, nel caso della cantante in questione, indiscutibilmente precisi ed espressi “lege artis”. Ma è un’arte vecchia, stanca, paga di se stessa e di virtuosismi demodé già ai tempi di Luisa Tetrazzini (che infatti si esprimeva con ben altro furore ed ebbra joye de vivre), specie se paragonata alle follie vertiginose di una Dessay prima maniera o di una Damrau che, attualmente, è la massima espressione possibile del canto di coloratura. Questo modo di vocalizzare così riservato, pudibondo, asettico è lo stesso stile che massacra pagine come la cavatina d’ingresso di Lucia; figuriamoci, quindi, come può ridurre un ruolo come quello di Violetta che, come sagacemente fa rilevare il nostro amico lettore, non può e non deve ridursi ad una mera teoria di note coronate dal solito più o meno raggiante mi bemolle.
Tanto di cappello alla vocalista che a 60 anni riesce a reggere ancora una parte come Violetta? Certo, non si discute di fronte ai fenomeni della Natura o ai risultati dello studio indefesso e dell’applicazione costante. Ma santa pace, che credibilità può avere la Violetta di una signora di 60 anni, a questo punto talmente preoccupata di una parte fra le più spaventose di tutta la letteratura musicale da non porsi il benché minimo problema interpretativo?
Anzi, facciamo un doveroso passo oltre e ribaltiamo i termini del problema, spostando la responsabilità dall’artista allo spettatore: c’è ancora qualche appassionato d’opera che se la sente di scindere i due aspetti indissolubili, canto ed interpretazione, quasi corressero paralleli come le rotaie del tram?
Il nostro amico Vittorio, con poche e semplici parole, mette il dito nella piaga: la Devia è inadeguata come Violetta, la vocalista non si discute (anche se secondo me qualcosa ci sarebbe comunque da discutere nella programmatica assenza di ebbrezza virtuosistica che dovrebbe suonare come estremo atto di ribellione e porsi, essa sì, come valore interpretativo) ma il suo atout se lo gioca comunque tutto nella scena finale del primo atto; e, ad ogni buon conto, è bene ribadire anche per i non addetti ai lavori che Violetta non si ferma al virtuosismo vocale e al mi bemolle conclusivo del primo atto (quando concesso dal direttore o quando disponibile alla cantante), ma che richiede altre cosucce cui nessuno può serenamente rinunciare e delle quali non metterebbe nemmeno conto di parlare.
Sono francamente stufo di queste diatribe di nessun significato che diventano argomenti di discussione per chi ancora si ostina pervicacemente a fare penosi distinguo fra canto ed interpretazione, come se il canto – inteso ovviamente come una sequenza di notine ben emesse, rotonde, possibilmente “morbide” e di buon volume (valore aggiunto indispensabile per gli appassionati del genere) – fosse l’unica valenza possibile in un’interpretazione lirica.
Se c’è una cosa che la Storia dell’interpretazione d’opera ci ha insegnato è proprio che il processo esecutivo non ha mai disgiunto i due aspetti fondamentali, quello vocale da quello più propriamente interpretativo. Era così ai tempi di Anna Girò e dei castrati, della Bordoni e della Cuzzoni, è stato così ai tempi di Rosa Ponselle prima e di Maria Callas poi, e così deve essere ancora adesso. Le volte che non è stato così, i risultati sono stati quanto meno interlocutori quando non fallimentari: nessuno può reggersi solo su un’emissione vocale “ore rotundo” quale unica valenza espressiva. Non esiste – lo ripetiamo, a scanso di equivoci – non esiste una scissione fra questi due aspetti così importanti e complementari.
I nostri tempi, poi, che dobbiamo definitivamente considerare fondamentali per lo sviluppo dell’espressione interpretativa operistica, hanno visto una fioritura semantica di importante livello grazie anche all’apporto fondamentale di registi che hanno lavorato ossessivamente sul testo musicale, sulla completa penetrazione dell’azione musicale su quella scenica che si fondono in un unicum inscindibile. Tanto per fare un esempio pratico, non si potrà più prescindere da un lavoro come quello di Decker, il cui scavo sulla vita e la personalità di Violetta – tanto per restare all’opera di cui la Devia è stata protagonista in questi giorni a Milano – per discutibile che possa essere è talmente capillare da porsi come paradigmatico e forse addirittura inscindibile dalla geniale interpretazione di Anna Netrebko, a fronte della quale – spiace dirlo, ma la verità va fronteggiata anche quando non gradevole – le notine impilate della Devia semplicemente scompaiono, anche a prescindere da questioni meramente anagrafiche. È probabile che la Mariella nazionale non sia stata nemmeno aiutata da una regia ormai ampiamente passata di cottura, estremamente didascalica e polverosa, che la costringe a far da sé e a cavar fuori risorse che non fanno parte del proprio “bagaglio sentimentale”; ma è anche vero che è difficile immaginare una come lei in un contesto del tipo di quello salisburghese, nel quale sarebbe verosimilmente un pesce fuor d’acqua.
Concludendo, sappiamo bene che c’è chi preferisce rimanere attaccato al solo discorso vocale quale unica valenza di rilievo in un’esecuzione operistica (esiteremmo a definirla interpretazione). È una prospettiva rispettabile, che ha dato alcuni contributi alla causa anche se, alla luce di quanto emerge a livello internazionale, non ha più molto da dire. Rispettiamo in Mariella Devia una delle ultime esponenti di questo ambito esecutivo, ma concordiamo per il resto con il nostro amico Vittorio: tutto ciò, con Violetta non c’entra nulla