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 Editoriale:  La prossima stagione milanese 04/06/2008

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È da qualche giorno che ci chiedono un commento sulla stagione scaligera prossima ventura, ma abbiamo preferito rifletterci sopra con un minimo di attenzione per evitare di dire cose scontate.
Il primo dettaglio, in realtà piuttosto scontato, che salta all’occhio è la mancanza di opere di Puccini, autore che è stato abbastanza disonorato nell’anniversario dell’anno scorso: quest’anno invece nemmeno una Bohème di Zeffirelli. Difficile interpretare questo dato: può darsi che la direzione artistica del teatro milanese abbia ritenuto di aver già dato abbastanza l’anno scorso, oppure che voglia dare un segno importante di rinnovamento.
Se fosse vera la seconda, come tutto sommato ci auguriamo, non ci spieghiamo la presenza dell’ennesimo “Due Foscari” con Leo Nucci, o della ripresa della tremenda “Aida” di Zeffirelli con qualche aggiustamento al ribasso: Licitra al posto di Alagna, la D’Intino al posto della Komlosi, e via discorrendo. Pare la campagna acquisti del Milan. Se invece fosse vera la prima, vorrei che ci dicessero quali sono stati gli allestimenti che hanno nobilitato l’anniversario pucciniano; ma poco conta, in fondo.

Poco conta, dicevamo, perché il vero problema è alla data 7 Dicembre, quella dell’inaugurazione. Ancora Verdi – non si riesce proprio a prescindere dal Peppino nazionale – ancora Don Carlo(s), che segna tutte le ultime gestioni artistiche della Scala con altrettante serate inaugurali: Abbado, Muti e adesso Lissner. A conti fatti, il più illuminato appare essere ancora oggi Abbado che nel 1977 riunì tutto il meglio che all’epoca offriva il mercato (anche alla voce “riserve”: Margaret Price per la Freni e Domingo per Carreras!) e propose la versione in cinque atti anche se in italiano, e cioè l’edizione di Modena, quella con l’atto di Fontainebleau. Non è di fatto un’integrale – difficile stabilire i criteri di integralità in un’opera/laboratorio come questa, anche se la famosa recita di Venezia del 1973 ci andò veramente vicino – ma per l’epoca era un punto fermo importante, anche per la qualità messa in campo, come ben possiamo intuire ancora oggi all’ascolto. Certo, erano valori importanti per l’epoca e rivisti oggi, col senno di poi, certi elementi di interessi mostrano oggi un po’ la corda, ma insomma nessuno si scandalizzerebbe a considerare quell’edizione ancora oggi un riferimento importante.
Poi, la discesa.
Muti, il filologo Muti, l’appassionato esegeta degli spartiti originali, l’ultimo baluardo dell’estremo rispetto all’Autore e ai suoi climax; colui che non riuscirebbe a tollerare che il Duca chieda a Sparafucile “una stanza” in luogo dell’originale “tua sorella”; colui che bandisce il do delle cabalette di Manrico e di Arnoldo, mentre accetta benissimo “Guglielmo Tell” e “Vespri siciliani” in italiano; questo fine musicista nel 1992 arriva alla bassezza di un “Don Carlo” in quattro atti, appesantito da una terrificante regia di Zeffirelli (uno dei suoi spettacoli peggiori) e da un cast nefando in cui spiccava (si fa per dire) il povero Pavarotti che non sapeva la parte.
Adesso, in piena pretesa di ricostruzione scaligera, ci propongono il “Don Carlo” di Gatti che è ancora – sissignori, nessuno sta capendo male – quello in italiano e in quattro atti “per semplificare l’ascolto allo spettatore italiano” (che è notoriamente un idiota), con la regia di Braunschweig (quello della ruota del mulino nella “Jenufa”: sano didascalismo ancora al servizio dello spettatore rimbambito).
Ci sarà Filianoti, che è bravino ma che non ci sembra ancora pronto ad una prova così complessa e che, oltre a tutto, non ha risolto alcuni problemi vocali; la Cedolins, che è bravina, ma che non è per il momento la soluzione a tutti i grandi ruoli lirico-drammatici; la Zajick, che è stata grandissima, ma che ora è abbondantemente in disarmo ed è l’ultima, o la penultima se ci includiamo la Baltsa, cui chiedere finezze interpretative; Ferruccio Furlanetto che presterà il suo immenso carisma (ma anche la sua voce non più al suo meglio) a Filippo; e il vecchio, glorioso Salminen, che si alternerà come Inquisitore e Filippo (con Kotscherga di riserva).
Ora non vorrei che equivocassimo sui termini: la Zajick, Furlanetto, Salminen e Kotscherga sono, o sono stati, grandissimi cantanti ma, santa miseria, ma non c’era proprio nessun fuoriclasse attuale da convocare per un’occasione del genere?
E Villazon, il più importante Don Carlo dei nostri tempi?
E Nadja Michael, che è Eboli in tutte le più importanti produzioni del mondo?
E Nina Stemme, che sta già dando dimostrazioni straordinarie del suo talento anche nei grandi ruoli verdiani, tanto per ricordarci che molte delle più grandi Dive di sempre hanno debuttato i loro grandi ruoli alla Scala?
E Thomas Hampson, Simon Keenlyside e Bo Skhovus, vale a dire i più importanti interpreti dei nostri tempi del ruolo di Rodrigo?
Certo, la risposta più ovvia che si può dare a questo quesito è “sono già tutti impegnati”, ma non si può fare a meno di chiedersi perché un Keenlyside o un Terfel siano presenze fisse a Londra, mentre qui, per i grandi ruoli baritonali, sia praticamente impossibile andare oltre Carlo Guelfi, Leo Nucci o Juan Pons, salvo la trovata di questo Dalibor Jenis che, siamo ottimisti, sarà bravissimo, ma non è un nome francamente presentabile in una serata inaugurale.
Accennavamo prima scherzosamente (ma nemmeno troppo) alla campagna acquisti del Milan: vale a dire una cosa strana, fatta di proclami in cui l’amministratore delegato manifesta interesse per i giocatori più mirabolanti, salvo poi ripiegare su scartine che, al pubblico tifoso e speranzoso, vengono fatte passare per fenomeni. Due anni fa si parlava di Ibrahimovic, che finì all’Inter, mentre il Milan ripegò su Oliveira, oscuro giocatore che tornò al mittente a fine stagione con la coda nelle gambe; l’anno scorso toccò a Ronaldinho e Eto’o, stelle del Barcellona, che restarono ovviamente nel capoluogo catalano. La ragione vera? Costavano troppo per un’amministrazione che non aveva voglia di spendere e che disse: “Siamo già forti così”. Quest’anno, dopo un’ovvia stagione fallimentare, ci siamo daccapo: ancora a sbavare davanti alla vetrina catalana, con la speranza che i cartellini dei prezzi siano calati, cosa che non succederà. E noi tifosi rossoneri continueremo a sollazzarci con le scartine.
Alla Scala è lo stesso: tre nuove produzioni in tutto. Le altre sono tutte riciclate (“Aida” e “Tristan” delle ultime due inaugurazioni: le programmazioni della stagioni precedenti sono come il proverbiale maiale, non si getta via nulla) con appena qualche maquillage; oppure vengono da altri teatri.
Due Carsen: la celeberrima “Alcina” e il “Midsummer night dream”. Siamo ovviamente felicissimi di vedere due produzioni come queste che hanno fatto la storia del teatro d’opera, ma c’è il piccolo dettaglio che hanno rispettivamente 14 e 17 anni di vita! Tanto per restare alla metafora rossonera (ahimè), vien da pensare a quando fu acquistato Rivaldo non nel fiore degli anni, ma mestamente a fine carriera…

Non ce la sentiamo di gettare la croce addosso alla gestione artistica di quello che una volta fu il più importante teatro del mondo. C’è del buono in una stagione come quella appena presentata, e su quello varrà la pena di puntare: pensiamo, per esempio, all’idea di chiamare Angela Denoke come Emilia Marty nell’ “Affare Makropoulos”. Non è un’idea geniale e innovativa, ma è una buona idea e, soprattutto, un’idea che segue l’orientamento della maggior parte del mondo: tanto ci basta, in questo momento. L’alternativa sarebbe di rimanere – si parva licet – alla “Lucia” della Devia. Come ricordiamo in altra parte di questo sito, sono finiti gli anni di Grassi e Siciliani, manager illuminati che sapevano fare teatro e sapevano stupire il pubblico con intuizioni di notevole spessore.
È probabile che all’epoca bastassero meno risorse di adesso e che il prestigio di un teatro magico fosse più che sufficiente a calamitare gli artisti più famosi.
Oggi però non è più così. Il denaro ha sicuramente una valenza molto maggiore nel convincere i grandi a muoversi e la cosiddetta “scuola italiana” di cui la Scala era il riferimento internazionale ha perso totalmente di valore agli occhi di chi non si riconosce più in modelli estetici completamente passati di cottura: è ora di rendersene conto una volta per tutte e di smetterla di sdilinquirsi davanti a qualche filatino come se fosse una specie di miracolo.
Proporre Filianoti e la Cedolins nel “Don Carlo”all’amatriciana in quattro atti che viene proposto per l’inaugurazione non è il nuovo cha avanza: è l’espressione di una sana routine provinciale italiana che è esattamente quello contro cui questo sito sta conducendo le proprie battaglie, con il risultato di essere spesso deriso da chi non ne capisce le motivazioni storiche.
Temiamo che, da questo punto di vista, ci sia ben poco da fare. Pazienza. Ci accontenteremo dell’ “Affare Makropoulos”


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