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 Editoriale:  I sortilegi del ritmo 24/01/2008

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Più ascolto interpretazioni operistiche, più mi persuado che l’elemento musicale che con maggiore facilità esalta il teatro è il ritmo.
E’ dal ritmo che dipende la coerenza e l'efficacia dell’esposizione, degli impulsi psicologici e delle articolazioni narrative.
Mi spingo a dire che la valorizzazione del ritmo, proprio per l’immediatezza emotiva con cui può applicarsi alla narrazione, è persino più vitale nella musica operistica che in quella strumentale. Vitale dovrà dunque essere, da parte dell’interprete “operistico”, il dominarlo fin negli infimi respiri.
Che mi risulti, ben pochi sono stati gli interpreti in grado di dominare il ritmo, di comprenderne e scatenarne le potenzialità quanto Arturo Toscanini, di cui si è lasciato passare in assoluto silenzio il cinquantesimo anniversario della morte.
C’era, nel rapporto fra Toscanini e il ritmo una relazione talmente complessa e raffinata da risultare persino misteriosa.
Lo svolgersi narrativo delle opere da lui dirette, dai “velocissimi” Verdi ai “lentissimi” Wagner, incatenava l’ascoltatore (americano, tedesco, italiano, austriaco, argentino, francese…) a un’intensità emozionale insostenibile, esposta con tale incisività e forza di persuasione da non consentire distrazioni o allentamenti.
Aveva tutto, Toscanini, per spaventare il pubblico e persino per irritarlo. Eppure, nonostante la personalità altera, la severità del gusto, il non conceder nulla al grande pubblico, nonostante tutto questo la sua diabolica eloquenza stregava le platee del mondo intero, penetrando, dritto come una lama, nelle radici stesse della teatralità.
Il più duro e intransigente interprete è stato circondato da una venerazione planetaria, un'idolatria nella quale italiani, tedeschi e americani si sono ritrovati uniti.

Sarebbe bello ragionare insieme sul mistero del “ritmo” toscaniniano, andando oltre alle solite banalità tipo: “è tutto giusto”, “è tutto sbagliato”, “Verdi si dirige così”, “Wagner non si dirige così”. Sarebbe bello calarsi in quel livello profondo della fruizione musicale in cui musica e teatro, anzi ritmo e narrazione, si toccano, provocando le esplosioni a catena delle letture toscaniniane.
Prima però dovremmo fare lo sforzo di liberarci delle "superstizioni critiche" che, come al solito, inquinano il dibattito musicale in Italia. Ogni volta che si nomina Toscanini, si finisce per ricadere nella vecchia favola del rigore metronomico e bersaglieresco, dei tempi opprimenti e soffocanti che non lasciano spazio al canto (perché, si sa… i direttori come Toscanini sono invidiosi del cantante, provano un odio sordo per lui e fanno di tutto per fargli fare brutta figura).
Come tutte le ovvietà, anche questa, barbosamente reiterata dai ...battisolfa della critica italiana, contiene una parte di vero.
E’ vero che Toscanini diresse Verdi con sensibilità ritmica novecentesca. Ed è vero che questo modo di intendere il “ritmo” lo portava a non concedere al cantabile ottocentesco quegli allentamenti e stravolgimenti praticati in epoca pre-wagneriana, che ai tempi di Toscanini erano ormai fiacchi clichè cari alla routine loggionistica ma odiati dal resto del mondo (e che, per inciso, nemmeno gli anti-toscaniniani di oggi sopporterebbero più di sentire).
Ed è anche vero che, se non supportate da una personalità come la sua, certe scelte ritmiche di Toscanini potrebbero apparire estremistiche e discutibili.
Ma anche ammettendo tutto questo, confondere il suo rigore con meccanicità metronomica è semplicemente un’ingenuità.
Nessun metronomo (reale o allegorico) è in grado di accendere una pulsazione, o di conferire incisività a un’anacrusi, o sensualità a un sincopato. Nessun metronomo potrà mai insinuare nell’ascoltatore la voglia di muoversi a ritmo, o la sensazione di essere trascinato come in un vortice o di abbandonarsi al potere ipnotico di certe (solidissime) lentezze, come alle onde sul bagnasciuga. Non è un metronomo che, nel dialogo tra Sparafucile, Maddalena e Gilda, ti fa sembrare mostruosa ll’ossessione terrificante in cui il ritmo toscaniniano ti immerge.

Il punto non è se sia più giusto, in certi brani, sfrecciare implacabilmente o indugiare in destabilizzanti fluttuazioni; all’interprete, vivaddio, è concesso di scegliere l’andamento ritmico confacente alla propria sensibilità, alla propria visione dell’opera, all’estetica del proprio tempo.
Ciò che veramente conta è che, quali che siano le scelte, l’impalcatura non abbia cedimenti, il dominio sia millimetrico e coerente, l’architettura sia solida e infallibile nel particolare come nel generale; e che nulla sia casuale o semplicemente di facile, immediato effetto.
Ciò che conta, insomma, è che la sinergia musica-teatro si compia e che il contenuto artistico e poetico si riveli, anche tramite il ritmo.
Con Toscanini si rivela immancabilmente: anche nelle sue scelte meno condivisibili, anche quando la secchezza e la fissità sono realmente eccessive, non c’è una figurazione ritmica, un andamento di cui gli sfuggano le implicazioni e di cui l’effetto non colpisca i più riposti, ancestrali recettori dell’ascoltatore.

Dell’impatto di Toscanini sul pubblico ho avuto, tempo addietro, una prova indiretta.
Alcuni mesi fa, ho presentato a Ferrara ai soci del Wanderer Club un florilegio di video storici ispirati all’Aida: c’erano Del Monaco e la Simionato a Tokyo, ma anche la Jones e la Bumbry a Londra, fino alla Margareth Price di San Francisco, passando per i “Cieli Azzurri” televisivi della giovane Leontyne Price e per l’Aida veronese della Gencer (annata 63, chè quella di tre anni dopo è inguardabile).
Niente da fare… gli ascoltatori si distraevano dalle ragioni dell’opera e si disinteressavano dei personaggi, magari ripiegando sul bel timbro della Price o sul machismo di Del Monaco, o chiedendosi se è meglio il si bemolle filato della Gencer o quello della Price.
Insomma, la magia di Aida non operava: delle abissali solitudini, dell’anelito all’annientamento, della macchina statale che sommerge l’individuo non importava niente a nessuno.
Per riportare l’ordine e costringerli a lasciarsi emozionare, è bastato che proiettassi un minuto del video con Toscanini.
In sala è piombato il silenzio, l’attenzione concentrata e partecipe.
Quando ho suggerito di cambiare video c’è stata la sommossa: siamo dovuti restare su Toscanini fino alla fine dell’opera.
Alla fine della serata tutti erano concordi: è quella di Toscanini l’Aida più intensamente ed emotivamente teatrale.
E dire che quello era l’unico video …in forma di concerto!

Cosa ha stregato i presenti?
Sì, certo… è suonata e diretta bene, ma, in termini di suono, si è sentito di meglio, o per lo meno di più impressionante.
Nemmeno i contenuti interpretativi, pur interessanti, risultano di un’originalità sconvolgente, in particolare ascoltati oggi.
E i cantanti? Nessuno di loro va oltre una volonterosa correttezza.
E allora da dove salta fuori questa forza che ti incatena alla narrazione, facendoti sembrare cose serissime e perfettamente credibili le semplicionerie grandguignolesche della vicenda, le fanfaronate del re, le mollezze coreografiche da “esotismo-trash”, le ridondanze del trionfo?
Da dove esce quell’impressione di verità perentoria, dilavata e oggettivista, benché percorsa da fremiti repressi e schianti di scariche elettriche?
Siamo sempre lì.
E’ l’incalzare sorvegliatissimo del decorso ritmico, la solidità dell’impalcatura, la consapevolezza di quanta emozione e quanta poesia possano sprigionarsi da suoni pensati in funzione della loro successione dialettica e temporale.
E’ tutti qui il “rigore” toscaniniano: non nella fissità metronomica da leggenda metropolitana, ma nel sostanziarsi sul ritmo, nell’imporre ad esso un controllo fisico e mentale assoluto, nel farne la radice dell’argomentazione teatrale.

Matteo Marazzi


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