| Editoriale:
Noi ci siamo |
18/11/2007 |
Oggi, domenica 18 Novembre 2007, si è tenuto a Ferrara il primo ritrovo di questo sito.
Perché Ferrara? Perché è una splendida città d’arte, perché è la città di Matteo Marazzi, perché è abbastanza al crocevia delle strade di tutti noi e perché – particolare non disprezzabile – si mangia benissimo.
Eravamo pochini: quelli che vedete nella foto riuniti nella sede del Wanderer Club (da sinistra a destra: Matteo Marazzi, che è parzialmente coperto ma riesce ad invadere buona parte della foto con la propria molte; Alberto “Tucidide”; Roberto Marcocci; io; Matteo Sangaletti) e, a parte, in giro per Ferrara, mia moglie Cristina e mio figlio Giacomo; un altro iscritto importante, Vittorio Viganò, era già tornato nella verde Brianza per impegni precedentemente assunti.
Pochi ma buoni, verrebbe da dire, ma me ne astengo in modo volutamente polemico per non dare adito a idiozie come quelle venute fuori nel forum da parte di personaggi che hanno detto di aspettarsi inviti personali oltre a quelli “erga omnes” che hanno letto tutti, quelli che sono venuti – e che ci hanno onorato con la loro presenza – e quelli che non sono riusciti a venire, ma che ci hanno scritto e chiamati mentre giravamo per la splendida città estense.
La conoscenza personale è stata un passaggio molto importante per cementare quel rapporto umano che, in realtà, si era già imposta per via telematica grazie a quella chiarezza che è sempre stata alla base della fondazione di questo sito.
Com’è comprensibile, approfittando delle tavole ferraresi che si prestano particolarmente bene alla conversazione, abbiamo parlato, e tanto.
Abbiamo parlato dei cantanti del nostro cuore, il che è ovvio.
Abbiamo anche parlato della vita del nostro sito.
E abbiamo parlato dei nostri rapporti con gli altri appassionati, quelli che si sono avvicinati al nostro sito e che sono rimasti, e quelli che invece hanno scelto di toccarci solo di sfioro per poi andarsene da altre parti. È ad essi che vorrei dedicare il mio pensiero di questa sera.
Noi ci siamo.
Ne abbiamo la consapevolezza.
Il lavoro che stiamo facendo punta a non appendere il nostro pensiero a quattro forcelle o ad altri segni di espressione che non possono e non devono ridurre in sé la sostanza di un’interpretazione d’opera.
Pur nell’eterodossia dei pensieri in tema – e anche in un gruppo così esiguo come il nostro, c’è la rappresentazione di un’ampia varietà di opinioni – c’è un tratto che ci accomuna: la fame di emozioni, quelle che solo le grandi personalità possono garantire agli appassionati.
Per qualcuno queste emozioni sono riscontrabili in un certo modo di cantare o di fare teatro, per qualcun altro – come per esempio Matteo Marazzi o il sottoscritto – queste emozioni si possono trovare in ogni epoca e in ogni sito, consapevoli come siamo che non esiste una sola scuola di canto “giusta” per ogni tipo di repertorio e per tutte le epoche, ma esistono varie scuole che in ogni momento hanno prodotto risultati più o meno esaltanti a seconda di chi le ha rappresentate.
Al di là delle inclinazioni personali – che pure, qui su queste pagine avranno sempre una voce – credo che sia giusto affermare che la vera linea editoriale di Operadisc è proprio questa: l’idea che tante, tantissime scuole di canto siano state legittimate nei risultati proprio dall’eccezionalità dei grandi artisti che le hanno nobilitate nel corso degli anni.
Non rigettiamo quindi la Scuola Italiana – e tutto ciò che significa – in quanto tale; ne rigettiamo la pretesa esclusività come unica possibile e buona per tutti gli usi, ivi compresi non solo quelli che sembrerebbero i più lontani dal suo terreno d’applicazione (quello declamatorio-espressionista), ma talvolta anche in quello stesso repertorio che dovrebbe essere da detta Scuola maggiormente rappresentato.
Prova ne sia il momento musicale per me maggiormente esaltante: quando cioè Matteo ha messo sul piatto del giradischi una registrazione di Aida del 1952. Vi canta (in tedesco), tra gli altri, un mezzosoprano cinquantenne che, adusa al grande repertorio wagneriano, a tre anni dal ritiro, plasma l’Amneris più sconvolgente, minuziosa, scavata, sofferta e tragica che orecchio umano abbia mai sentito, e cioè Margarete Frida Klose, classe 1902, una che la Scuola Italiana nemmeno sapeva dove stesse di casa ma che, nondimeno, rivela un senso della parola verdiana che le verdiane di casa nostra non saprebbero nemmeno compitare.
L’ascolto del blocco di Amneris del IV atto di Aida cantato da Margarete Frida Klose ha oggi confermato in me la bontà di queste convinzioni che sono state alla base della creazione di Operadisc: l’idea, cioè, che sia arrivato definitivamente il momento di prendere corone, acciaccature, gruppetti, roulades e, soprattutto, forcelle e mettercele definitivamente in saccoccia, come si suol dire, con la consapevolezza che questo gesto, ben lungi dall’esprimere disprezzo nei confronti dell’Autore, vuole anzi essere un atto d’amore di chi sceglie, una volta per tutte, di usare l’espressione come mezzo e non come fine.
Scegliamo definitivamente di emozionarci, usando ogni mezzo a nostra disposizione.
Scegliamo di amare follemente il furore creativo dell’Autore prestandogli il genio dell’interprete che se ne fotte delle forcelle, decidendo di smorzare un do se così gli gira, o di variare come gli pare, pur di creare quel qualcosa di nuovo, quel momento eccezionale di fronte cui poter dire, come Faust: “Arrestati! Sei bello!”.
E scegliamo, infine, di dichiararlo forte e chiaro anche di fronte a coloro che vorrebbero farci fermare alla forma come se esaurisse tutta la sostanza artistica.
Noi ci siamo.
Promettiamo a chi ci legge che, nonostante tutto e contro tutto, cercheremo di andare avanti in questa strada.
Ostinati e appassionati, come sempre
Pietro Bagnoli