| Editoriale:
Dialettica e percorsi storici |
18/08/2007 |
Il lavoro sul Ring di Karajan è stato eccezionalmente complesso, ma la soddisfazione di averlo concluso porta seco anche la considerazione – una volta di più – che questo sito costituisce una ventata di aria fresca in un mondo che, forse anche per sua stessa natura, è tendenzialmente statico sulle proprie posizioni. Non sono questi momenti di false modestie: francamente non crediamo che ci siano molti altri siti italiani in grado di produrre un lavoro complessivo di tale qualità ed originalità. Non è la prima volta che lo affermiamo, ma questo sito non è stato creato per soddisfare questa o quella holding, oppure per accodarsi ai soliti peana a favore di una determinata scuola. Riteniamo che sia stata un’autentica jattura per la critica musicale italiana l’essersi schierata come un’unica falange dietro pochi e ben selezionati numi tutelari, nella fattispecie coloro che propugnavano come verità di fede la bontà di un unico modo di cantare; e questa presa di posizione ha di fatto bloccato ogni tipo di dialettica, impedendo qualunque progressione critica che invece, all’estero, ha avuto ben altra propulsione.
Il recente lavoro sul Ring di Karajan – come avrete visto – è un saggio breve ma molto rigoroso su un diverso piano di lettura, che parte da presupposti differenti da quelli soliti dati ormai per acquisiti, e che porta alla conclusione che non ha senso parlare di Ring “cameristico”, portando a sostegno una serie di dati di fatto che partono dall’ascolto, dalla revisione della Letteratura e dallo studio delle carriere dei cantanti.
Non si creda, peraltro, che i lettori di questo sito siano personaggi disposti a “bere” qualunque contenuto; molti di essi, anzi, si pongono in confronto dialettico e portano contributi non meno originali pur se in contrapposizione ai contenuti.
Ciò che invece viene sempre preservata è la linea editoriale, che è quella di un rigoroso studio del percorso storico, unica chiave – ci piace ribadirlo – per la piena comprensione delle ragioni che hanno portato, in un determinato momento, ad un’interpretazione che potrà piacere o meno, ma che ha la sua precisa ragion d’essere nel momento storico in cui viene prodotta.
È il caso della recensione di una registrazione storica di “Turandot”, a cura di Luca Di Girolamo, che potrete leggere in home page nelle novità.
Cosa ci piace di questa recensione?
Innanzitutto il confronto dialettico con la redazione, che qualche mese fa aveva prodotto una recensione piuttosto rivoluzionaria nei contenuti sulla “Turandot” di Karajan. Su Operadisc la contrapposizione dei contenuti è sempre ben accetta, a condizione che non sia aprioristica ma sempre ben documentata.
Secondariamente, il giusto rilievo dato alla direzione di Joseph Keilberth, musicista colto e raffinato e per nulla routinier o noioso come sentenziato per anni dalla critica italiana per motivi francamente misteriosi ma che comunque hanno tenuto banco per anni presso gli appassionati soprattutto italiani che non si sono mai curati di chiedersi il perché di una bocciatura tanto pesante.
In terzo luogo, l’elogio della prova di Maria Cebotari, grandissima ed originale interprete degli Anni Trenta, ancora di un’attualità sorprendente al solo ascolto.
Infine, il garbo di Luca che, come al solito, produce splendidi pezzi argomentando le proprie affermazioni con una competenza che riesce a non essere mai spocchiosa.
E qui ci piace però portare un po’ di acqua anche… al mulino della redazione che tanto aveva patrocinato la causa della povera Ricciarelli con Karajan.
La Cebotari, con il suo canto splendido e veramente lunare che nasce da una lunga frequentazione con personaggi squisitamente lirici (da Mimì a Sophie) sino a quelli più drammatici come Salomè era una scelta coraggiosa per l’epoca che, come oggi, privilegiava sopranoni di voce ampia e di acuto sfolgorante per sfogare l’urlo di desolazione di Turandot.
La Ricciarelli – come abbiamo detto nella recensione – tendeva una specie di ponte fra i grandi ruoli del Belcantismo come Norma o Elvira e la protagonista di Erwartung. Non si trattava quindi della solita liricizzazione del personaggio che avrebbe poi avuto in Joan Sutherland la sua massima e più celebre espressione.
Quella della liricizzazione è quindi una strada che – lo apprendiamo grazie a Luca – era iniziata ben prima di Joan Sutherland e che ha portato a risultati che varrebbe la pena di considerare allorquando ci si accinge a scritturare l’ennesimo soprano wagneriano per questo ruolo; la lettura di Karajan e della Ricciarelli è invece un’intuizione, o se si vuole un esperimento, che potrebbe essere ripreso in considerazione nel caso in cui si manifesti una combinazione soprano-direttore disposti a rivedere quest’opera come un passaggio chiave fra le grandi storie di alienazioni del belcantismo ottocentesco e le inquietudini del Novecento.
Alla fine, quello che più conta e che due interpretazioni così profondamente diverse trovano il giusto rilievo sullo stesso sito proprio perché entrambe vengono accuratamente contestualizzate evitando i soliti teatrini della scuola di canto che dovrebbe permettere il predominio dell’una sull’altra