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 Editoriale:  I vestiti nuovi di Kusej e Bieito 01/08/2007

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Due sono gli atteggiamenti più diffusi nei confronti della regia operistica: quello tradizionalista e quello anti-tradizionalista. Benché opposti all’apparenza, questi due atteggiamenti ci paiono piuttosto simili e ugualmente scorretti.
I tradizionalisti (che di solito si riconoscono nel conformismo esplicito di Zeffirelli o in quello mimetizzato di Pizzi, Ronconi o De Hana) si accampano a difensori dell’Autore contro gli attacchi dei perfidi registi, che pare non abbiano altro scopo nella vita che imbrattare i capolavori altrui.
In realtà più che la tradizione, più che gli Autori, essi difendono le loro personali abitudini, il loro rassicurante orizzonte d’attesa: levano gli occhi al Cielo, rimpiangono i bei tempi andati e agitano gli stessi spettri di decadenze estetico-morali che, dalla notte dei tempi, i tradizionalisti hanno sempre agitato.
Fino a qualche tempo fa, con la loro collerica intransigenza, i tradizionalisti della regia d’opera potevano apparire minacciosi; oggi non più. Sono ormai trent’anni che protestano e fischiano, e nondimeno la regia dell’opera ha proseguito il suo cammino di ricerca e sperimentazione, giungendo agli esaltanti livelli di oggi. Se possono far ancora qualche danno è solo indirettamente, attraverso molti dei politici (di qualunque schieramento) che riempiono i consigli di amministrazione di Festival e Teatri e che dei tradizionalisti sono gli alleati naturali.
Per i nostri politici, infatti, l’Opera non è altro che una dispendiosissima celebrazione nazional-popolare, puerile, facile e demodé, che stranamente tutti considerano un’espressione dell’italico Genio. Più riesce a sperperare montagne di soldi in cretinate faraoniche, più l’amministratore è convinto di aver contribuito alla sublime tradizione e magari recuperato qualche suffragio fra gli appassionati del genere (che in fondo vogliono solo “vincerò”, balletti con Bolle e fondali dipinti).

Gli avversari storici dei tradizionalisti sono gli anti-tradizionalisti (nelle cui fila militano purtroppo molti critici musicali) che al contrario difendono le regie “moderne” e censurano, con altero compiacimento intellettualistico, quelle “tradizionali”.
Purtroppo nemmeno loro sono in grado di giudicare i registi d’opera per ciò che davvero conta, ossia la qualità del lavoro; l’unica cosa che riescono ad apprezzare è la devianza rispetto alla tradizione. La regia più rudimentale e grossolana sarà per loro bellissima se urterà le aspettative del pubblico tradizionalista. Basterà che compaiano motociclette al posto di una carrozza, o che un’immensa vulva gonfiabile occupi l’intero palcoscenico, o che Carmen venga posta come la Beata Vergine su un altare dove Frasquita, Mercedes, il Remendado e il Dancairo fanno sesso, per indurli a sfoderare aggettivi come “coraggioso” e “rivoluzionario”.
Non c’è nulla di male in queste trovate, intendiamoci, ma non bastano a fare una regia.
In particolare non bastano a fare una regia d’opera, che pone problemi tecnici e narrativi singolarissimi, legati alla dialettica immagine/suono o alle contraddizioni strutturali fra i due linguaggi (drammatico e musicale). Per montare una regia d’opera non bastano gag e trovate; si richiede una tecnica specifica e virtuosistica ed è solo su questa base che è possibile una valutazione.
Insomma il pubblico anti-tradizionalista può rivelarsi anche più nocivo: non saper distinguere i registi veri da semplici agitatori-dilettanti, non solo porta alla ribalta prodotti infimi e miti di carta velina, ma scatena polemiche fuorvianti nella stampa, irritazione fra gli appassionati e – specialmente in Italia – le solite fastidiose code politiche per cui l’ammirazione o la riprovazione per un dato regista è immediatamente collegata all’uno o all’altro schieramento.
In questo editoriale, vogliamo additare, a questo proposito, il caso di due registi idolatrati dagli anti-tradizionalisti: Martin Kusej e Calixto Bieito.
Gli spettacoli dell’uno e l’altro sono infarciti di gag e trovate fra il blasfemo e il pornografico che deliziano gli anti-tradizionalisti e non di meno sono tecnicamente rudimentali e caserecci: il montaggio dell’azione, il contrappunto immagine-musica, l’uso dello spazio, della luce, del movimento come base narrativa non sono minimamente all’altezza di quanto normalmente fanno i veri registi d’opera. Il confronto con una qualsiasi produzione di Richard Jones o di Robert Carsen fa sembrare Kusej e Bieito poco più che apprendisti: per quanti coiti mimati, cascate di sangue e allusioni sacrileghe ci mettano dentro, i loro spettacoli sembrano concerti in costume, tanto approssimativi quanto noiosi. Non tanto meglio, purtroppo, il fronte dei contenuti.
Kusej, che pure ci sembra il più avveduto dei due, pare non essere capace di emanciparsi dai vecchi feticci sopravvissuti alle “regie impegnate” di 30-40 anni fa. A livello psicologico, i personaggi non scampano a una stereotipizzazione macchiettistica: i buoni diventano buonissimi, i cattivi cattivissimi, i religiosi tutti corrotti e ubriaconi, i militari tutti prepotenti e stupratori, le donne vestite il meno possibile ed esclusivamente impegnate a far sesso o a subirlo.
Anche un Manga presenta psicologie più raffinate.
Va detto, per la verità, che nell’articolare le sue idee Kusej non manca di una certa coerenza strutturale, che invece è assente nei lavori di Calixto Bieito. Questi non solo riesce ad essere altrettanto prevedibile nei contenuti (in genere si accontenta di un continuo rimestare in traumi sessuali irrisolti e malinconicamente riproposti) ma è per giunta caotico nell’esposizione.
Un allestimento come il Rake’s Progress presentato a Bologna sarebbe parso di un’ingenuità impresentabile in ogni altro contesto artistico (in letteratura, al cinema, ecc..) ma all’opera – grazie alla propaganda degli anti-tradizionalisti e di alcuni critici - si levano cantici al “coraggio” del grande regista.

Certo, in Italia (dove l’alternativa a Pizzi e Ronconi è rappresentata da Krief, Nekrosius e persino Dario Fo) non avrebbe senso negare anche a Kusej e Bieito diritto d’asilo.
Quel che ci sorprende è la loro assiduità nei cartelloni internazionali e soprattutto laddove il pubblico è abituato a registi autentici come Bondy, Gruber, McVicar, Carsen, Jones, Joosten, Pelly, Pountney …
In un epoca come la nostra, che della regia d’opera ha fatto una delle forme d’arte più evolute ed esaltanti, ci si aspetterebbe che – almeno a livello internazionale – gli imperatori in mutande venissero additati per tali.

Cristina Guglielmini e Matteo Marazzi




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