| Editoriale:
Un ricordo di una Grande |
15/07/2007 |
“Ché di gloria il piú bel serto già m’appresta amico il Cielo”
Nello scusarci per non aver riempito lo spazio degli editoriali da più di un mese a questa parte, cediamo volentieri la parola all'amico Riccardo Rocca che ha preparato questo ricordo di Beverly Sills, recentemente scomparsa.
E' un piacere ospitare un vecchio amico, con la speranza che sia solo l'inizio di una proficua collaborazione.
I bagliori di coloratura che infuocavano questa frase di Pamira da L’Assedio di Corinto, siglavano uno degli eventi da cui sarebbe definitivamente decollata la Rossini Renaissance. Eravamo alla Scala, 1969, direttore Thomas Schippers. La rinuncia di un’illustre italiana, a cui era stato proposto il ruolo, lasciò campo libero ad un debutto che avrebbe segnato la storia, quello di Beverly Sills.
Che non è stata solo – né tanto, a ben vedere – l’usignolo americano prodigo di sovracuti e infiorettature, ma un temperamento vulcanico e fantasioso, costruito su una vocalità spesso superficialmente inserita nel solco dei sopranini “cucú”. Da una parte la perenne imperfezione dei sovracuti estremi quand’anche insolenti, (a riconferma della non totale pertinenza alla categoria sopraddetta), dall’altra il timbro ricco di armonici, vibrante e ombreggiato, come baluginante di colori, mostrano gli effetti di una personalità agli antipodi della soubrette: un canto costantemente impregnato di pathos, con una strana e personalissima sfumatura malinconica che fa capolino anche nei passi di piú euforico virtuosismo. Una fiammella di sofferenza sembra bruciare nel profondo di una vocalità brillante e leggera.
Ecco che le colorature, i sorprendenti arabeschi con cui la Sills amava soddisfare le esigenze del belcanto mai risuonano gratuiti, bensí sempre saldamente ancorati ad un esito comunicativo, ora di gioia, ora di allucinata follia, disperazione o ira furibonda.
La EMI pensò bene di immortalare l’Assedio in studio nel 1974. Schippers - senza alcun scrupolo filologico nel senso moderno nel termine, ma con tutto l’entusiasmo di chi prepara il terreno per una grande interpretazione - arricchí la partitura introducendo almeno un paio di cabalette per Pamira, che nella versione scaligera non comparivano. La Sills poi, con una sensibilità sicuramente messa alla prova dalle tristi vicende personali vissute oltreché – naturalmente – forte del debutto discografico (1969, appena dopo le recite scaligere) e scenico (New York City Opera, 1970) nella grandiosa Elisabetta nel Roberto Devereux, diede vita ad un’interpretazione spettacolare.
Pamira, le regine donizettiane, Lucia e Norma sono i ruoli in cui Beverly Sills fu forse l’unica ad assicurare pari statura all’introspezione psicologica e alla spettacolarità vocalistica, cioè a rendere l’una strumento dell’altra senza compromessi. Sintetizzò due modalità di rapportarsi al belcanto che solitamente correvano e venivano concepite indipendenti e distinte. Chi altra seppe con altrettanta disinvoltura sfoggiare agilità e variazioni in “Ah! Bello a me ritorna” e poi assicurare un finale d’atto d’incredibile impatto drammatico? Chi fu in grado come lei di sgranare sorridendo i gorgheggi del primo atto di Violetta, infilare il mi bemolle e poi cantare con trasporto e intensità gli atti seguenti? Chi seppe rendere in modo altrettanto toccante i momenti elegiaci di Maria Stuarda e poi sferrare a colpo sicuro l’agghiacciante invettiva in chiusa del secondo atto? Probabilmente nessuna delle sue illustri colleghe.
Per tutto questo credo, oltre che per il grande senso di ironia, per l’instancabile attività di organizzatrice musicale alla New York City Opera e piú tardi al Met fino ad un paio di anni fa, Bubbles conquistò l’affetto degli americani. Non per caso, già nel 1971, la rivista Time aveva dedicato una copertina alla sua Elisabetta del Devereux, incoronandola “America’s Queen of Opera”. La rinuncia nobile e volontaria ad un’importante carriera internazionale impedí che analoghi riconoscimenti popolari le venissero concessi anche in Europa. Ma anche noi, qui, quando scoprivamo che era stata ospite dei Muppets o la vedevamo raccontare con gioia e passione la storia di Violetta nell’introduzione al dvd de La traviata al Wolf Trap, non potevamo non sentirla anche un po’ nostra.
Il 2 luglio se n’è andata per sempre una voce di velluto, a volte flautata, a volte screziata, fosforescente, velata di tristezza. Ma costantemente illuminata da un sorriso.
Riccardo Rocca