| Editoriale:
Lettera al Direttore |
08/02/2007 |
Il Signor N. è un lettore di questo sito, intuitivamente appassionato d'opera e, verosimilmente, uno di quei grandi viaggiatori che ha sempre sacrificato la propria comodità pur di presenziare ad un evento. Non è la prima volta che mi scrive: ne ammiro il garbo, il tatto e la delicatezza nel propormi tematiche interessanti alle quali ho sempre risposto con franchezza, proponendo una visione che superasse le predilezioni personali.
La lettera che mi scrive oggi esprime un disagio che credo facilmente condivisibile da parte di chi ha letto qualche pagina di questo sito e, con tutta probabilità, non si è sentito rassicurato non trovando quei riferimenti che altrove non mancano mai.
Siccome trovo la sua lettera - oltre che ben scritta - di particolare interesse riguardo questa tematica, ho deciso di pubblicarla togliendo solo il nome per rispetto della sua privacy, e interpolando le mie risposte ai suoi quesiti. Spero che anche gli altri lettori la gradiscano come me.
Il signor N. dice: "Visito spesso il suo sito e mi sono reso conto che se negli anni 70 ero, ad esempio, uno strenuo difensore di una artista quale è stata la Gencer, bistrattata da molti critici e tacciata di "pseudointellettuale" solo perchè frequentava certi circoli nei quali si ritrovavano Visconti, Valli, Bacchelli, ecc. o per aver osato riportare alla luce opere giudicate minori di Donizetti, ecc. oggi ho perso il treno."
Anche io sono uno strenuo difensore della Gencer. Ho imparato ad amarla col tempo, superando ampiamente tutti quei problemi che gran parte della critica le ha sempre imputato, dopotutto riconducibili alle anomalie della sua strana fonazione, i suoi famigerati "sanglots" o "colpi di
glottide" che dir si voglia. Lei è intuitivamente più "vecchio" (mi passa questo termine?...) di me, per cui sa di cosa sto parlando: è l'eterna diatriba fra coloro che sostengono che l'emissione della sana, buona, cara, vecchia scuola italiana debba sempre fare premio su qualunque valore espressivo; e chi - come me, e non me ne vergogno - ritiene che altri valori debbano essere messi in campo per
permettere a qualunque espressione artistica di progredire. Fra essi, in primis, l'espressività, anche a costo di qualche nota malferma o mal emessa. Gli appassionati di pittura possono amare alla follia
Mantegna; ma nessuno, oggi, dipingerebbe più come Mantegna. E forse nemmeno più come Picasso.
Potremmo discutere sino alla noia se questo sia giusto o sbagliato, ma probabilmente non arriveremmo ad una conclusione.
Quanto a me, le posso dire che ho voluto fortemente aprire questo sito proprio per cercare di trovare un inquadramento che permettesse di dare una cornice "ragionevole" alle varie
interpretazioni, scegliendo programmaticamente di fuggire siccome la peste tutto ciò che potesse anche lontanamente avere a che fare con una qualsivoglia preferenza per una "scuola".
E' una scelta che - lo avevo messo in preventivo - non mi avrebbe dato un'eccessiva popolarità.
Ma è la mia scelta, ed è ben spiegata nel primo editoriale, quello che spiega la "mission" di questo sito, se mi passa il termine un po' icastico.
Il Signor N. dice ancora: "Ho letto varie volte i suoi elogi al regista Carsen ma sinceramente trovo i suoi allestimenti viziati da una concezione intellettualistica e non foriera di nuove vie accessibili e comprensibili a tutti quelli che si avvicinano al mondo della lirica. Come sempre, i registi la fanno da padroni".
Ahimè, la vecchia diatriba dei registi!...
E' un argomento scottante, lo so. E mai come in questi anni ha rivestito un'importanza che, a mio modo di vedere, appare necessaria al concetto stesso di opera, che è un genere teatrale.
Carsen è un genio, signor Lombardi: si metta il cuore in pace. E se una cosa mi dispiace, è che la maggior parte dei registi che bazzicano i teatri (soprattutto quelli italiani, accidenti!...) non sono alla sua altezza, preferendo rifugiarsi nel didascalismo da fondali dipinti che oggi, al pari delle tele di Mantegna, non può più essere la linea guida nell'allestimento di uno spettacolo
d'opera.
Certo, mi potrà obbiettare che la musica è un'altra cosa, e che l'opera è uno spettacolo sì, ma musicale. In astratto posso essere d'accordo con Lei, ma a condizione che Lei mi venga incontro sul principio uguale e contrario che anche la musica, o meglio: l'interpretazione musicale
(giacché di questo stiamo parlando), parallelamente a quel paragone "pittorico" che le ho evocato, ha avuto la sua evoluzione. Meglio o peggio, poco importa: è un'evoluzione.
Io, come Teilhard du Chardin, affermo che "Il meglio finisce sempre per accadere e ogni avvenire è migliore di qualunque passato". Chiaramente è un mio punto di vista e non pretendo che sia condiviso da tutti.
Il signor N. conclude: "Mi ritiro in buon ordine dall'interloquire con Lei, conservando e facendo tesoro dei ricordi di 40 anni fatti di frequenze teatrali nel mondo ed in provincia, di discussioni sino a notte fonda all'uscita dal teatro con gli amici, su quel passaggio di Kleiber in Bohème o quel diluvio che è stata la Dimitrova. Nostalgia? Farneticazioni? No, presa d'atto di appartenere ad un passato non più riproponibile al giorno d'oggi. Buon viaggio."
N.
Le discussioni sono il sale di qualunque "dopo-spettacolo": nessun melomane che si rispetti dovrebbe astenersene. Anch'io - come Lei - ho la pelle d'oca ricordando Domingo in un Otello con Kleiber del 1986, o la Dimitrova che mi fece letteralmente saltare sulla poltrona la prima volta che l'ascoltai in Turandot alla Scala (tra l'altro, ho inserito un mesetto fa la registrazione di quello spettacolo nella
sezione "Audio": anch'io, come Lei e come tutti i veri amanti della Musica, soffro di nostalgia).
Ma ho scelto di andare avanti. E di cercare di rivedere i grandi miti del passato con occhio un filo più
spregiudicato, senza cioè farmi "traviare" da passioni, nostalgie ed egoismi. Perché ogni vera passione è egoista, purtroppo.
Non è un lavoro facile e, come le ho detto, ho messo in conto di perdere qualche lettore, specie fra quelli più ancorati a una sorta di Arcadia in cui tutto risuonava più bello, più splendente, più caldo.
Sono parimenti convinto che molti di coloro che decideranno di non seguirmi su questa strada lo faranno per pigrizia, per non dover rinunciare a convinzioni già consolidate, per non rimettersi in gioco. A lei, e a tutti coloro che perderò, vorrei lanciare un ultimo messaggio: non rinunciate a rimettervi in gioco. Ma non per me: per voi stessi.
L'opera non è finita con la Callas e la Tebaldi, tant'è vero che avete accettato di innamorarvi nuovamente della Dimitrova. Oggi potreste innamorarvi ancora, e in modo più maturo e consapevole, di Anja Harteros, o di Elina Garanca, o di Vesselina Kasarova.
I ricordi sono bellissimi, ma solo fino a quando non impediscono - in chi li coltiva con amore - di vedere tutto ciò che di bello continua a regalrci l'Arte che amiamo.
Mi creda, cordialmente, suo
Pietro Bagnoli