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 Editoriale:  Leo 17/01/2007

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Due – mi sembra – sono gli eventi musicali rilevanti di questi ultimi giorni.
Di uno riferisco qui nell’editoriale; dell’altro – l’anniversario della morte di Toscanini – preferisco parlare nella sezione backstage, per due motivi fondamentali: per non unire gli eventi in un unico articolo e per dare il giusto risalto alla figura del grande direttore che, data l’importanza dell’anniversario, merita una revisione critica spassionata e possibilmente non agiografica.

Parliamo quindi dell’evento milanese: il concerto del vecchio, caro e glorioso Leo Nucci alla Scala, teatro con cui festeggia 30 anni di fruttuosa collaborazione. Non ci sono stato fisicamente per problemi lavorativi incombenti, ma me lo sono ascoltato egualmente. È stato inevitabilmente un trionfo, anche a detta di chi ci è stato. Inevitabilmente, dicevo, anche perché il vecchio istrione saggiamente ha puntato su due aspetti di sicura presa: la sua innata simpatia e un programma che più nazional-popolare di così non si può. Il pubblico si è fatto prendere per mano e ha accettato di farsi sedurre, accompagnare sulla strada della seduzione del caro, vecchio repertorio, per l’occasione affidato ad uno dei suoi più affidabili esegeti, uno di quei cantanti da cui mai e poi mai ci aspetteremmo un concerto fatto di Lieder o di sofismi da intellettuali. Invece, ecco qui un bel concertone che copre l’arco costituzionale dal “Barbiere di Siviglia” ai tormenti di Don Carlo di Vargas, passando attraverso le crude, funeste smanie di Lord Enrico Ashton, le invettive di Rigoletto (di cui è stato uno dei più importanti interpreti degli ultimi anni più per rabbia, orgoglio e mancanza di reali alternative, che per intrinseche virtù) e quelle di Carlo Gérard, non troppo diverse nella pratica espressività che l’interprete attribuisce loro rispetto a quella che riserva al gobbo verdiano.
Ho visto spesso Leo a teatro, e ne ho sempre apprezzato l’istintivo senso del teatro e la capacità di avere in mano buona parte del pubblico. Buona parte, dicevo: non tutti. E non è solo questione di una voce che risulta sempre un po’ troppo povera di armonici, arida e un filo nasaleggiante, cui il grande istrione sopperisce con un’interpretazione sempre un po’ troppo sopra le righe; no, quello che veramente mi disturba è la mancanza di veri e propri alleggerimenti del discorso, l’incapacità di sfumare non tanto l’emissione, quanto soprattutto la frase. Altrimenti detto: a giustificazione di un modo di porgere che è sempre immutabile anche perché ben rodato da anni e anni di gloriosa carriera ci sta la frase che tanto mi colpì allorquando Muti vagheggiava di proporre un “Trovatore” lunare, sinfonico, dalle tinte mozartiane. Il buon vecchio Leo, candidato a interpretare il tormentato Conte di Luna, disse che il suo personaggio era (cito testualmente): “… un toro imbizzarrito da prendere per le corna!”.
Olè.
E ti saluto tinta lunare e mozartiana.
Quello che c’è onestamente da riconoscere è che la serata di ieri è, di fatto, la certificazione del fallimento di un ventennio di gestione scaligera del Cigno di Molfetta, delle sue paludate inaugurazioni, della sua ingessata filologia, dei suoi ripetuti tentativi di seppellire il divismo, soprattutto quello verso i cantanti, visto che quello per il direttore è sempre stato molto gradito. La gente, il pubblico, i fruitori di uno spettacolo d’opera in particolar modo, hanno sempre avuto bisogno di eroi canori in cui immedesimarsi; Nucci è l’ideale da questo punto di vista, tanto più in un periodo come questo che vede una prevalenza di validi professionisti ma non di autentici divi, soprattutto italiani.




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