| Editoriale:
I racconti del grammofono |
26/11/2006 |
Forse ci siamo.Roberto Marcocci da Pisa finalmente è riuscito a fare un po' d'ordine nella sua immensa collezione di cimeli e, finalmente, inizia a parlarcene. Ma aspettarlo è stata proprio dura, tanto più sapendo quale miniera di notizie custodisse, e per di più su un argomento veramente inconsueto: i cantanti di seconda linea sino agli Anni Trenta.
Attenzione: cantanti “di seconda linea” non vuol dire che fossero comprimari, tanto è vero che – come vedrete – facevano tutte le prime parti. Erano però personaggi che, per vari motivi, non sono arrivati a popolarità.
Roberto li ha cercati, li ha raccolti con amore, se li è coccolati, li ha inseguiti nei labirinti della memoria che ne hanno conservato tracce labili ma in qualche modo e con difficoltà seguibili, sia pure lontano dai circuiti tradizionali.
Ci sentiamo sin da subito di ringraziare Roberto per aver scelto il nostro sito per parlare di questi cantanti, e speriamo che non si fermi qui, ma che continui a raccontarci queste storie avventurose di autentici pionieri della divulgazione del teatro d'opera.
Gli lasciamo sin da subito, e ben volentieri, la parola: è un appassionato e sa come coinvolgere l'ascoltatore.
L’amico Pietro mi ha chiesto di curare una piccola rubrica dedicata al mondo dei dischi a 78 giri: per intenderci, quei dischi fragili e pesanti che si ascoltavano sui vecchi grammofoni a tromba con la carica a manovella e di raccontare qualcosa sul mondo dei cantanti lirici che non raggiunsero fama e notorietà assoluta. Parleremo quindi non di Caruso, Schipa od altri, ma di tanti artisti che contribuirono a portare l’arte lirica italiana nel mondo. Artisti coraggiosi che in epoche remote affrontavano viaggi lunghi e difficili, che attraversavano mondi allora lontani, esposti ad intemperie e malattie, ma determinati a cantare. Un'epoca in cui il cantante era al centro dell’attenzione del pubblico ed a lui si chiedevano prestazioni sia tecniche che espressive ma in particolare si chiedevano delle prestazioni atletiche (era prassi triplicare almeno la “Pira”). Doveva esser di sana e robusta costituzione, tanto che in alcuni casi, per le tournèe più lunghe, si sceglievano artisti che avevano resistenza alle malattie superiore alla media visto che spesso si viaggiava tutti i giorni e la sera si cantava o addirittura si cantava pomeriggio e sera titoli tipo Aida e Trovatore. Non c’era città, grande o piccola che fosse, che non avesse i suoi notabili ed accadeva sempre i medesimi onorassero gli artisti principali della compagnia con serate a loro dedicate durante le quali i cantanti erano colmati di doni (più ricco era il notabile, più ricchi i doni). In cambio il cantante, durante l’intervallo, si esibiva in alcuni pezzi, quasi un piccolo concerto. Non era raro che il cantante, qualora fosse piaciuto particolarmente, venisse fatto oggetto di venerazione con tanto di corteo spontaneo che lo riaccompagnava all’albergo e qui, di solito, il cantante doveva cantare nuovamente qualche pezzo, qualche canzone per potersi finalmente ritirare e godere il meritato riposo. Tanto il pubblico ti idolatrava tanto poteva osteggiarti e costringerti alla resa costringendo l’impresario a protestarti. Ecco che appare la figura del cantante convocato telegraficamente a rimpiazzare il collega. Cantante che spesso arrivava in teatro pochi minuti prima dell’inizio della rappresentazione e che veniva catapultato in palcoscenico. Lo stesso cantante poteva non conoscere l’opera ed impararla in viaggio e poi cantare. Artisti pieni di entusiasmo, passione ed incoscienza. D'altronde l’opera lirica era come il calcio ai giorni d’oggi. Era conosciuta da tutti, tutti la canticchiavano, la gente ne discuteva per strada, all’osteria, in casa. Si formavano i partiti a sostegno del proprio concittadino cantante che si esibiva nel teatro locale. Ecco che da un paese vicino parte una squadretta di fans di un altro cantante, ecco che le due fazioni si scontrano per strada e deve intervenire la forza pubblica a calmare gli animi. Erano anni in cui in teatro si potevano risolvere problemi personali come accadde sul palcoscenico del Liceo di Barcellona durante la scena del duello di un opera. Si dovette interrompere la recita per il ferimento di uno dei due contendenti. Erano gli anni in cui la primadonna della compagnia, gelosa perché è stata scelta un'altra al suo posto per una determinata opera, si alza durante la rappresentazione e schiaffeggia brutalmente il direttore mentre questi è intento a dirigere. Anni dove nell’opera lirica convogliavano amori, passioni vissuti con la retorica del tempo. Erano anni in cui un giovane tenore poteva debuttare in Guglielmo Tell od Ugonotti senza che nessuno si scandalizzasse e che nessuno avesse qualcosa da obiettare visto che erano anni in cui i cantanti arrivavano al debutto ben preparati e con una voce già formata ed adatta per un certo repertorio. In quegli anni poteva accadere solo nelle piccolissime compagnie o in caso di estrema emergenza (vedi compagnia attiva lontana dalle piazze dove erano presenti le agenzie) che un cantante fosse chiamato a cantare un titolo che non era adatto alla sua voce. Per chiudere voglio invitarvi a riflettere sul senso di una frase che ho letto su di una cartolina datata 1901. Il tenore scrive alla sorella da Vladivostock queste semplici parole “Da qui si può tornare solo indietro”. Una frase che evoca un mondo lontano che sembra terminare nella lontanissima città russa
Roberto Marcocci