Giovedì 09.09.2010

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 Editoriale:  Ground zero 11/09/2006


Per una volta, pensiamo che sia giusto lasciar perdere discorsi musicali e dedicare un editoriale ad un evento che, cinque anni fa, ha cambiato il mondo. È come se non solo le Torri Gemelle, ma anche le nostre stesse esistenze e le nostre coscienze fossero state appiattite da un attentato talmente grandioso nella sua articolazione, da far pensare che fosse un attacco non solo agli USA, ma al cuore stesso dell’Umanità.
Prima dell’11 Settembre 2001 pensavamo che quello che succedeva “da quelle parti” del mondo non fossero affari nostri. Ground zero ci ha costretti a ripensare al nostro ruolo, al nostro impegno civile, alla nostra volontà di affermare – sempre e ovunque – le ragioni di un’Umanità che è stata offesa in modo non diverso che nei campi di sterminio nazisti o in quelli sovietici. La novità, quella che ci ha veramente turbato, è stata che, rispetto a prima, quando potevamo anche dire di non sapere, stavolta la diffusione mediatica ci ha portato gli eventi direttamente a casa nostra in tempo reale: e le nostre memorie non potranno mai dimenticare quell’immagine dell’aereo che entra con una folle corsa dentro a una delle Torri, facendola esplodere in un ventaglio di fuoco. E ci sembrò – e ci sembra tuttora – che quell’aereo fosse una spada che ci spaccava il cuore. Più di tremila vittime innocenti sono state sacrificate sull’altare di una follia senza limiti, che ha stabilito aprioristicamente i limiti fra il buono e il cattivo, il bello e il buono, il sano e il malato, e ha deciso di colpire in modo vile migliaia di vittime innocenti con l’intento di annientare tutto ciò che riteneva essere il male, in modo che non è esagerato definire una sorta di “soluzione finale”, che richiama altri comportamenti storicamente nefasti. Più di tremila – dicevamo – ma in realtà sono state molte di più: tutti gli uomini e le donne che ieri piangevano di rabbia impotente davanti ai treni diretti ad Auschwitz, si sono trovati stretti nel medesimo abbraccio di fronte al fiume umano pazzo e disperato che si riversava per le vie di New York alla ricerca del padre, della madre, del figlio, chiedendo un’informazione o appendendo una foto, sperando che qualcuno potesse riconoscere il proprio congiunto e dare una speranza.
Ah, la speranza!
Forse le Due Torri hanno trascinato a ground zero proprio le macerie dell’ultima speranza: quella che l’uomo fosse fondamentalmente buono o, se non altro, capace di redenzione. Non è così: gli aerei scagliati contro il World Trade Center hanno dimostrato che l’uomo può volere l’annientamento completo di se stesso, oltre che del proprio prossimo.
Da questo gesto di puro odio pazzo e brutale è nata una spirale di violenza senza limiti, che si avvita su se stessa senza arrivare mai a fine corsa. Continuiamo a pagarne il dazio, con la consapevolezza che non possiamo né dobbiamo fermarci, perché rinunciare a lottare, in questa situazione, vuol dire darla vinta a chi ha stabilito di annientare non una popolazione nemica, non la religione avversaria, ma l’Umanità stessa.
Oggi, a cinque anni distanza da quei nefasti avvenimenti, continuiamo a sentirli vicini a noi. Parafrasando JF Kennedy, anche noi oggi dobbiamo dire: “Non possiamo non dirci Americani”. Perché gli Americani hanno pianto le vittime che sono spuntate come migliaia di fiori ammalati nel giardino di casa loro; ma questi fiori, recisi, adornano anche i vasi di casa nostra, e ci ricordano ogni giorno che saremo uomini solo se sapremo alimentarli e vivificarli non con le nostre lacrime, ma col nostro impegno per la costruzione di un mondo migliore. E il mondo migliore non lo costruiremo con impegni sterili buoni per ogni occasione, ma con la forza di volontà che ci porterà a ribadire davanti a chiunque la forza della nostra Umanità, l’unico vero argomento di fronte a chi – in questo mondo di anime morte – ha deciso di puntare sulla nostra pusillanimità per potersi arrogare il diritto di comminarci la morte, nell'anima prima ancora che nel cuore.


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