| Editoriale:
Direttori |
07/09/2006 |
Sarà giocoforza – prima o poi – occuparci seriamente di direttori d’orchestra. E sappiamo già in anticipo che questo sarà un argomento ancora più spinoso che non trattare di tenori o di registi.
La figura del direttore è forse quella che ha subito maggiori evoluzioni nel corso degli anni, permettendo a questo personaggio di acquisire sempre più connotati protagonistici sino ad arrivare a vere e proprie icone mediatiche.
Complice anche l’affermazione del disco come mezzo mediatico di riferimento per l’ambito musicale, la storia dell’interpretazione ha progressivamente spostato il proprio asse anche su queste figure. Si badi: sottolineiamo volentieri il termine “anche”, perché in realtà i cantanti di rango non hanno mai rinunciato a quella percentuale di divismo che spetta loro di diritto, per rango e per scrittura musicale; ma è innegabile che il carisma emanato dai direttori abbia progressivamente tolto un po’ di ombra da questa figura che, per lo spettatore, è sempre parzialmente celata dal rassicurante abbraccio del golfo mistico.
Scriviamo oggi di direttori dopo che, nei giorni scorsi, si è parlato parecchio di Daniel Barenboim. Questo importante personaggio, cui dedichiamo la foto della copertina di Operadisc, è in questo momento e da molti anni il più importante direttore wagneriano del mondo, autore di una splendida integrale delle opere principali del compositore tedesco pubblicata dalla Teldec. Di ascendenze ebraiche, nato a Buenos Aires nel 1942, a 8 anni diede il suo primo concerto pianistico pubblico, nel 1954 fu ascoltato da Fürtwangler, nel 1955 studiò armonia e composizione con Nadia Boulanger a Parigi, nel 1954 fece la sua prima registrazione su disco e, a partire da quel momento, iniziò a registrare le più importanti opere del repertorio pianistico solistico e con orchestra, tra l’altro sotto la guida di Klemperer, Barbirolli e Boulez. Parallelamente iniziò anche la sua attività di direttore d’orchestra – quella che ci riguarda maggiormente da vicino: nel 1973 debutta al Festival Internazionale di Edimburgo dirigendo il Don Giovanni e nel 1981 viene invitato per la prima volta al Festival di Bayreuth dove dirigerà Tristan, il Ring, Parsifal e Meistersinger.
Particolare singolare, desunto – come le notizie precedenti – dal sito ufficiale di Barenboim: un Ebreo, nato durante la Seconda Guerra Mondiale, di nazionalità israeliana, ha lavorato per anni con tre orchestra tedesche - la Berlin Philharmonic, la Staatskapelle Berlin e la Bayreuth Festival Orchestra – in un’atmosfera di affetto e rispetto reciproci. Per di più – aggiungiamo noi – dirigendo prevalentemente repertorio wagneriano, di cui oggi è indiscutibilmente il massimo esegeta vivente, con tutto il rispetto possibile per i “rampanti” che cercano di lasciare il segno, Thielemann su tutti.
Oggi, questo intrigante personaggio è indiscutibilmente uno dei più importanti direttori non solo dei nostri tempi, ma anche della storia dell’interpretazione tout court, infondendo nelle proprie performances tutto il proprio vissuto ed eclettismo che lo porta ad una sorta di universalismo che assume su di sé tutte le esperienze di coloro che lo hanno preceduto sulla strada dell’evoluzione dell’interpretazione, rielaborandole in una concezione che è frutto di un progetto che risente anche delle tensioni emotive, non meno che intellettuali, proprie della particolare situazione della sua Patria.
Questa singolare figura di intellettuale è, per certi versi, il punto di arrivo di un’evoluzione che è partita da molto lontano, che rifugge da protagonismi da copertina patinata (trappola in cui erano caduti anche geniacci come Karajan) e si può a ben ragione presentare come archetipo di quello che tutti cerchiamo in un direttore d’orchestra, in particolare d’opera (giacché di questo parliamo): personalità spiccata ed intrigante, capacità di sostenere amorevolmente il canto, estrema abilità nel dipanare una narrazione – e Dio solo sa quanto bisogno ne abbiano le opere wagneriane, eclettismo, pazienza e, non ultimo, trasversalità rispetto alle varie istanze culturali.
Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante, perché ci descrive bene la fine della figura del direttore “signore padrone” di orchestra e cantanti che aveva visto il suo apogeo con Toscanini, e che deve essere sostituita da una figura molto più sfaccettata, in grado di rapportarsi in modo diverso a tutti gli Artisti che concorrono “ognun per diversa via” alla riuscita dello spettacolo, ma senza mai rinunciare a proporre il peso di una personalità importante e felicemente importuna.
La fortuna di poter disporre di cicli di interpretazioni di Barenboim, il più importante dei quali ci sembra a buon diritto quello wagneriano, ci permette di evidenziare proprio questo particolare rapporto che il direttore instaura con ogni elemento e componente dello spettacolo, sempre peraltro tenendo presente la Storia che ha preceduto l’interpretazione proposta, i cui nuclei elementari sono ben distinguibili, dalla magniloquenza di stampo soltiano sino alla polverizzazione che rese famoso il ciclo di Boulez.
Lo eleggiamo volentieri a ideale “nume tutelare” (ci si perdoni il termine) di Operadisc, con la consapevolezza di vedere in lui ben riassunti quei caratteri che ci piace inseguire parlando della storia dell’interpretazione dell’opera lirica.