Martedì, 13 Novembre 2018

Editoriale: Carmen, una vita ai limiti. Storia di una malattia psichiatrica non riconosciuta - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 17 Giugno, 2018

Devo una parte delle riflessioni che seguono a una recente chiacchierata fatta con una persona che è appassionata di questo personaggio così polisemico e così frainteso nel corso degli anni.
Ma questi pensieri nascono anche dal mio rinnovato interesse personale per il disturbo borderline di personalità, la più subdola e meno riconoscibile fra le malattie mentali, quella che miete il maggior numero di vittime non tanto fra chi ne è portatore, ma fra chi gli sta intorno.
La storia di Carmen non è quella di un archetipico cammino di libertà, ma la narrazione dello sviluppo di una malattia mentale non riconosciuta e della distruzione di un uomo fragile.
Premetto che quello che segue NON è la giustificazione di un femminicidio, ma il tentativo di gettare una luce un po’ diversa su un tema che è sfociato impropriamente nella mitologia: parafrasando Marie-Jeanne Roland de la Platière, in nome della Libertà si commettono non solo delitti ma anche travisamenti filtrati dal romanticismo. È successo lo stesso anche per un’altra figura archetipica come Don Giovanni: il melomane è portato per sua stessa natura al travisamento semantico.

Si è fatto tanto discutere del concetto di Libertà associato al personaggio di Carmen, ma è un equivoco.
Carmen non ama veramente, ma procede per emozioni, delle quali si nutre; quando un’emozione si avvicina pericolosamente a diventare un amore duraturo, lei lo abolisce, lo uccide. Lo esprime bene Escamillo nel duetto con José del Terzo Atto, quando dice “Les amours de Carmen ne durent pas six mois”.
Da questa malintesa leggerezza della protagonista è nata l’idea di Carmen divoratrice di uomini, se non propriamente puttana, mercé anche l’iconografia da femme fatale cresciuta fra fine Ottocento e primi del Novecento.
Ce ne sarebbe abbastanza da giustificare il vecchio adagio che “gli uomini non capiscono niente di donne”, se non fosse che in questo equivoco sono cadute anche le donne che

hanno studiato e interpretato Carmen, confermando così l’altro detto popolare meno noto, che recita che “le donne capiscono le donne anche meno degli uomini” (ammesso che ciò sia possibile).
Carmen non è una puttana, su questo ormai dovremmo essere tutti d’accordo.
Ma Carmen, purtroppo, non è nemmeno libera; anzi, è fra i personaggi meno liberi della storia della Letteratura e della Musica.
Mérimée lo dice: “Non ha nessuna colpa. Sono gli zingari che l’hanno resa così”.
Carmen non manifesta mai autodeterminazione, a meno che non scambiamo per tale il mantra che dice soprattutto a sé stessa: “Libre elle est néé et libre elle mourra”. Ma la sua libertà non si manifesta mai; ciò che si evidenzia, invece, è l’accettazione di un Destino superiore con un fatalismo – questo sì – molto gitano, che dà ragione a Mérimée.
Carmen è serissima, sempre.
Non fa la puttana, né di fatto lo è: né per divertirsi con gli uomini, né per soldi, né per ottenere vantaggi di altro genere. Anzi, per tutta la durata dell’opera fa una vita misera, priva di qualsiasi confort.
Non si concede agli uomini che la cercano; si concede solo agli uomini che lei sceglie, e uno di essi deve aspettare il suo momento perché lei non tradisce, pur avendo la consapevolezza che la storia che sta vivendo è destinata a finire.
I movimenti di Carmen sono tutti vincolati da un percorso obbligato, che è quello che viene dettato dalla sua psiche ammalata. E la diagnosi della patologia psichiatrica di cui Carmen è portatrice è quella che oggi conosciamo come disturbo borderline di personalità.
È ovvio che ai tempi di Mérimée e di Bizet nessuno conosceva come tale questo grave problema; la definizione di ciò che oggi conosciamo come disturbo borderline di personalità (Asse II del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, o più brevemente DSM) risale agli Anni Sessanta del secolo scorso e si deve a Otto Friedman Kernberg, psichiatra americano

di origini austriache, tuttora vivente.
Ma tuttavia, pur non conosciuto come tale, il problema evidentemente doveva già mietere vittime generando equivoci nella sostanziale ambiguità di un problema di difficile parametrazione, essendo – com’è – sempre ai limiti.
Adesso proviamo ad addentrarci nella mente di Carmen. Basta seguire l’opera avendo a portata di mano il DSM. Io ho ancora il IV, ma va bene lo stesso: c’è tutto ciò che ci serve per fare la diagnosi.
Per definire il disturbo borderline di personalità basta la presenza di almeno cinque su nove elementi diagnostici.

Primo elemento: relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iper-idealizzazione e svalutazione.
Prendiamo il suo rapporto con José: lei lo seduce, lo porta a perdere completamente la testa, lo aspetta mentre è in galera resistendo alle profferte di altri uomini, a cominciare dal sottotenente Zuniga, ma anche Escamillo che, dopo la sua esibizione nei couplets, apprende che dovrà aspettare. Rivela alle amiche che José le piace, che è “amoureuse à perdre l’ésprit”; eppure non hanno mai vissuto insieme.
È particolarmente interessante il secondo atto, nella scena in cui si offre totalmente a lui danzando, ma ecco che scatta subito il meccanismo di svalutazione nel momento in cui lui raccoglie le sue cose per l’appello in caserma. A quel punto, il danno è già chiaramente fatto senza possibilità di remissione.

Secondo elemento: alterazione dell’identità. Immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili.
Questo lo percepiamo essenzialmente nella scena delle carte e nel terzetto immediatamente successivo: alternanza di visione distruttiva e immediata disforia. In Carmen esiste un continuo tentativo di compensazione senza mai cedere all’immagine forte che tende a dare di sé stessa.

Terzo elemento: impulsività in almeno due aree: spendere,

sesso, abuso di sostanze.
Il sesso non è mai nominato, ma è sempre presente ed evocato, più come tensione montante che come rappresentazione. Carmen vi allude in continuo, sin dall’Habanera, passando poi attraverso la Seguidilla, la canzone gitana, eccetera. La tensione arriva quindi al culmine nella già citata scena della danza: il rifiuto di José porta all’immediata svalutazione dello stesso e all’altrettanto pressoché rapida deviazione di Carmen verso altro oggetto di seduzione.
Sempre come oggetto di allusione, è verosimile che Carmen e i suoi amici facciano uso di sostanze di abuso: alcol, sicuramente fumo di tabacco, forse droghe.
Ma quello che emerge, soprattutto, è il riferimento pressoché continuo al sesso, come tema dominante evocato anche dalla musica e dal contrasto, inevitabile e forse un filo didascalico, con “la petite Micaela”, personaggio non previsto da Mérimée.

Quarto elemento: ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o automutilante.
La minaccia non è mai di suicidio propriamente detto, ma di consapevolezza di morte che le verrà inferta da José e dal contemporaneo rifiuto di fuggire. Carmen sa che lui la ucciderà – l’ha anche letto nelle carte – ma rifiuta di scappare, manifestando così coi fatti un’intenzione mai chiaramente e verbalmente espressa. Il progetto arriva a compimento nella scena finale che, di fatto, con la continua provocazione e la rinuncia alla fuga, è una corsa al suicidio. Addirittura, alcuni registi fanno vedere Carmen che si butta letteralmente sulla lama che José non ha il coraggio di vibrare.
Tali comportamenti sono preannunciati da Carmen:
“J’ai bien lu: moi d’abord, ensuite lui,
pour tous les deux la mort”;
poi:
“L'on m'avait avertie
Que tu n'étais pas loin, que tu devais venir,
L'on m'avait même dit de craindre pour ma vie,
Mais je suis brave et n'ai pas voulu fuir”;
e infine:
“Non, je sais bien que c'est l'heure, J
e sais que tu me tueras,
Mais que je vive ou je meure
Je ne céderai pas”.
La corsa di Carmen verso la morte è continuamente annunciata e, alla fine, messa in pratica

Quinto elemento: instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore; episodica intensa disforia, irritabilità o ansia.
Questa appare principalmente nella già più volte citata scena della danza del secondo atto. L’umore instabile si manifesta subito per il lieve ritardo di José: Carmen, anziché manifestare gioia perché rivede l’amante, lo rimprovera per il ritardo. Poi il quadro si perfeziona quando José dice di doversene andare per l’appello: lì, a quel punto, scatta la furia.

Sesto elemento: sentimenti cronici di vuoto.
Carmen è sempre da sola con sé stessa; e si tratta, per lo più, di una pessima compagnia. Carmen non ammette nessuno a contatto con la sua anima, anche perché nessuno viene giudicato all’altezza. Le amicizie sono superficiali e l’amore, come abbiamo visto, non esiste se non nelle dichiarazioni programmatiche.
L’unico suo interlocutore è il Destino, il cui tema, non a caso, risuona sin dall’inizio, subito dopo la parte fastosa del preludio, a conferma dell’ambivalenza della vita ai limiti di Carmen. Ma il Destino non le dà scampo e la fa piombare in un abisso di disperazione: è il “Mostro” di Carmen. Il “Mostro” è la parte nera o nerissima di cui ogni borderline è geloso custode ed è quello che comanda l’andamento delle sue relazioni, impedendo per esempio che l’infatuazione – e l’emozione ad essa correlata – diventi un sentimento più strutturato. Quando questa parte prende il sopravvento, il border è più fragile e non riesce a gestire la propria quotidianità; l’unica possibilità di salvezza è troncare la relazione che sta diventando emotivamente importante. In questo modo, il border riprende il controllo di tutto. È esattamente ciò che succede a Carmen nei confronti di qualunque partner: ce lo racconta sia nell’Habanera che nella Seguidille. Parallelamente, il vuoto richiede di essere riempito, ed anche questo ci viene raccontato nella Seguidille:
“Mon amoureux! ... il est au diable.
Je l'ai mis à la porte hier ...
Mon pauvre cœur très consolable,
Mon cœur est libre comme l'air ...
J'ai des galants à la douzaine,
Mais ils ne sont pas à mon gré;
Voici la fin de la semaine,
Qui veut m'aimer je l'aimerai.
Qui veut mon âme ... elle est à prendre ...
Vous arrivez au bon moment,
Je n'ai guère le temps d'attendre”
Aveva un fidanzato, ma l’ha mandato al diavolo il giorno prima. Non ha più tempo, non può stare tanto senza un riempitivo; e non è una questione di sesso, ma di mera emotività, l’unica sensazione accettabile per il border. Carmen si spiega alla perfezione da sé; non ha bisogno nemmeno di un analista.

Settimo elemento: rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia.
Carmen manifesta una dirittura superiore. Nei momenti topici, parla di sé stessa in terza persona: “Jamais Carmen n’a menti”; e le crediamo, perché è tipico dei borderline auto-attribuirsi una morale a prova di bomba. Ma poi, in più, vediamo nel corso dell’opera che reagisce negandosi alle profferte amorose di altre persone potenzialmente più interessanti.
Ne deriva quindi un’attesa di pari livello su chi la circonda e, quando tale aspettativa viene tradita, scatta il furore assolutamente incontrollato, strettamente imparentato con la svalutazione del “colpevole”.
Per Carmen non esistono le sfumature di grigio: esiste solo il bianco e il nero; e, di questi due colori, l’unico accettabile è quello che sceglie lei.

Si sceglie per partner uno che sfuma sullo sfondo, che non appare: comportamento tipicamente da border. Con Escamillo sarà diverso, ma non è niente di paragonabile a ciò che prova per José.
Si

emoziona – e chiama quest’emozione impropriamente “amore” – ma non si innamora. Quando si rende conto che il sentimento potrebbe virare pericolosamente dalle parti dell’amore, si tira clamorosamente indietro; solo che lo fa con la persona sbagliata, quella che non accetta un’evoluzione di questo tipo.

Insomma, pur con tutte le limitazioni del caso – stiamo sempre parlando di un personaggio di fantasia, maturato in un’epoca in cui nessuno parlava ancora di questo argomento – mi sembra ragionevole stralciare definitivamente l’accusa di puttanaggine.
Carmen non sfrutta gli uomini per i suoi fini, è anzi serissima nei loro confronti e non porta a casa nessun vantaggio dalle relazioni con essi.
Non solo: non ne è nemmeno vittima, perché fa con essi ciò che la sua patologia le consente.
La sua patologia è ciò che oggi conosciamo come disturbo borderline di personalità, Asse II del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, o DSM che dir si voglia.

Pietro Bagnoli

Categoria: Editoriale

 

Chi siamo

Questo sito si propone l'ambizioso e difficile compito di catalogare le registrazioni operistiche ufficiali integrali disponibili sul mercato, di studio o dal vivo, cercando di analizzarle e di fornirne un giudizio critico utile ad una comprensione non sempre agevole.