Sabato, 22 Settembre 2018

Editoriale: Meno grigi più Verdi: intervista a Alberto Mattioli - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 27 Febbraio, 2018

Alberto Mattioli, 49 anni, modenese vero, di quelli che quando parlano della Ghirlandina gli si illumina lo sguardo, di quelli che i tortellini (spero di non aver sbagliato il nome della pasta ripiena: ogni contrada emiliana ha le sue, guai a sbagliare) si mangiano solo in brodo, giornalista de La Stampa, è uno dei più importanti critici italiani e non solo. Erede della tradizione della Grande Critica Musicale italiana, che annovera nomi importantissimi come Quirino Principe, Fedele D'Amico, Massimo Mila, Elvio Giudici e tanti altri (ci metterei anche Eugenio Montale), ci mette di suo una vis felicemente importuna che scuote un mondo troppo spesso imbalsamato.
Se devo dire, mi sarei aspettato una versione padana del The Perfect Wagnerite di "Corno di bassetto" Shaw, dato che il Nostro è un grande wagnerite, un habitué di Bayreuth ove ha seguito centinaia di spettacoli e ove ho anche avuto il piacere di incontrarlo, dandomi l'idea – per adeguatezza al panorama – di esserne il Margravio ben più della famiglia di Villa Wahnfried.
E invece mi ha spiazzato: oggi si confronta con Verdi.
Non è la prima volta che lo fa; sono anni che con il suo Illustre Conterraneo (anche lui emiliano, lato parmense però, poi anch’egli come Mattioli "naturalizzato" milanese) ha un rapporto privilegiato a teatro, visto che ha assistito a oltre 1.600 rappresentazioni di opere liriche, e fra queste una percentuale non banale di Aide, Falstaff e Trilogie popolari. Ma, salvo miei errori o omissioni, è la prima volta che lo fa in un libro: "Meno grigi e più Verdi", uscito per i tipi di Garzanti, un'agile overview su un fenomeno non solo italiano ma, in fondo, profondamente italiano.
Il volume è asciutto e va dritto allo scopo con una scrittura molto montanelliana; e, come nei libri del Grande di Fucecchio che sempre nel cuore mi sta, non mancano i riferimenti storici che hanno la precisione enciclopedica tipica di Mattioli.

Alberto, innanzitutto una mia

curiosità personale: perché hai scritto un libro su Verdi e non su Wagner?
"Intanto, perché non so il tedesco! E poi perché questo librino su Verdi è nato per sedimentazione. Arriva un punto in cui senti il bisogno di mettere su carta quel che hai pensato per anni su un certo argomento. Se trovi un editore diventa un libro. Se trovi anche dei lettori, se ne discute. In ogni caso, è una gioia. Su Wagner non avrei avuto altrettanto da dire, temo".

Verdi sarebbe potuto essere figlio di un'altra Nazione (ammesso che l'Italia di quel periodo potesse essere considerata una Nazione e non – come diceva Klemens von Metternich, "un'espressione geografica")?
"Non credo. La tesi del mio librino è che Verdi abbia fatto l'Italia, ma anche che l'Italia abbia fatto Verdi. Verdi ha fatto l'Italia come politico riluttante, dandole la colonna sonora del Risorgimento (anche se questo è un mito creato in buona parte a posteriori, a Unità fatta) e soprattutto entrando nella coscienza e nella memoria del nostro popolo, diventandone parte, anima, lessico familiare. Ci sono più italiani che usano locuzioni come "Vendetta, tremenda vendetta" o "La donna è mobile" di quanti sappiano che sono due brani di "Rigoletto". D'altro canto, l'Italia ha fatto Verdi, che nasce dentro una cultura, musicale e non, e un sistema produttivo dell'entertainment operistico molto ben strutturati. Soprattutto, l'Italia ha fatto Verdi perché gli ha fornito i suoi vari e veri soggetti e i suoi personaggi, sia pure camuffati da antichi egizi o scozzesi del Medioevo o spagnoli del Cinquecento in omaggio alle convenzioni del tempo. Ma certe costanti sociali e psicologiche italiane sono rimaste tali e quali. E allora davvero la prima scena di "Rigoletto" è un bunga bunga di Arcore, Riccardo del "Ballo" un vitellone che passa le giornate a cazzeggiare al bar e Radamès il ragazzo di buona famiglia che si innamora della colf immigrata invece che di un mezzosoprano socialmente compatibile".

Le opere degli anni della galera: quali terresti e quali butteresti giù dalla torre?
"Io non rinuncerei a nulla. "Verdi è come il maiale: non c'è niente da buttare via". Sentita con le mie orecchie al Regio di Parma, e non in loggione, in platea al turno lusso. Semmai, c'è un Verdi di galera che amo moltissimo e che si sente troppo poco. Si tratta di "Ernani".

Quando per te Verdi diventa veramente Verdi?
"La risposta classica sarebbe: con "Nabucco". In realtà io credo che Verdi sia sempre stato Verdi. È nato Verdi, non lo è diventato. Il pieno possesso dei ferri del mestiere, musicali ma anche e forse soprattutto drammaturgici, arriva con "Macbeth", nel '47".

Ricordo bene lo sceneggiato di Bolchi su Puccini, con lo stratosferico Alberto Lionello; ricordo meno bene quello su Verdi con il grande Ronald Pickup, e non perché fosse fatto peggio, ma forse perché la vita di Verdi sembrava meno spericolata. Alla fine, secondo te, da quanto emerge dalle fonti che tu hai citato ma soprattutto dalle sue opere, Verdi è una figura simpatica (nel senso etimologico del termine) nel nostro panorama culturale?
"Verdi poteva essere terribile. Era un uomo duro, severo, rigoroso. Ma al tempo stesso capace di generosità e anche di delicatezze straordinarie. Tutte le testimonianze degli stranieri concordano sul fatto che non sembrasse affatto un italiano, almeno secondo l'immagine oleografica e chiassosa che degli italiani gli stranieri avevano, o forse hanno. A me personalmente sembra di conoscerlo, dai racconti familiari su bisnonni o antenati. Era il classico contadino o agrario padano (psicologicamente, non c'è molta differenza) di una volta, un uomo tutto d'un pezzo, che incuteva soggezione. La definizione più bella e ammirata resta quella di Arrigo Boito: "è un uomo", e basta".

Verdi – per usare un termine giovane - è stato un influencer dei suoi tempi?
"Credo che sia l'uomo che ha piùinfluenzato e permeato l'Italia di tutto l'Ottocento. Noi siamo Verdi perché Verdi è noi".

Parliamo di rinnovo del linguaggio musicale. Tempo fa rimasi colpito da un Notturno di Leonora del Trovatore cantato da Simone Kermes, una barocchista. Al di là del risultato più o meno pertinente, mi sembrava una strada interessante. Cosa ne pensi?
"A me la Kermes in quel brano non è piaciuta. Credo che, come teorizzava il nostro comune e geniale amico Matteo Marazzi, sia sempre e solo questione di convenzioni, di quel tacito patto fra interprete e pubblico. Ora, le convenzioni verdiane sono ancora troppo radicate per poter accettare letture come queste. Mi sbaglierò, ma credo che nei prossimi anni si andrà invece verso un linguaggio, interpretativo e attoriale più ancora che vocale, più realistico e verosimile, direi para "verista" se non fosse una parolaccia. Del resto, se si leggono un po' di recensioni ottocentesche si resta basiti dall'ansia di verità che c'era sui palcoscenici".

Ricordo la violenza della regia di Decker nella celebre Traviata di Salisburgo del 2005, quella che presentò al mondo il talento infinito di Anna Netrebko. La morte di Violetta nell'assoluta indifferenza dei due Germont mi colpì come un pugno nello stomaco. Da allora è passata molta acqua sotto ai ponti, ma quella mi sembra ancora la regia più verdiana di quest'opera incredibile. Tu cosa ne pensi? Ha fatto scuola?
"Direi di sì. Fu una splendida produzione. Ma non ho certo bisogno di spiegare ai lettori di Operadisc quale interessantissima epoca interpretativa stiamo vivendo, almeno dal punto di vista delle regie".

Nel libro ne fai cenno, per cui ti tocca una domanda anche su questo tema: cos'è una voce verdiana?
"È la voce di uno che canta Verdi. Lo canta bene se capisce che il canto è un mezzo e non un fine, lo canta male se non lo capisce. Tutto qui".

Esiste un Direttore verdiano? Meglio tempi veloci eisterici, toscaniniani o lenti e meditati, giulineschi?
"Tempi lenti o veloci per me pari sono. A me piacciono i direttori che in Verdi non si limitano a fare musica, ma fanno teatro. Quella di Verdi non è musica assoluta. Oggi mi sembra che un direttore assolutamente verdiano sia Michele Mariotti, senza dubbio il più importante della sua generazione".

Per chiudere il cerchio riconducendomi alla domanda iniziale: quando scriverai un volume su Wagner? Io lo aspetto con ansia!
"Mi dispiace lasciarsi nella tua ansia, ma temo che un libro su Wagner non lo scriverò mai. Mi piacerebbe invece scrivere di Rossini, che però umanamente ed esteticamente è moto più difficile e "nascosto" di Verdi. E comunque bisognerà vedere come andrà il librino su Verdi. Gli editori non sono delle dame di carità, ma imprenditori. Quindi pubblichi libri solo se li vendi".

Pietro Bagnoli

Categoria: Editoriale

 

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