Lunedì, 22 Gennaio 2018

Editoriale: L'Opera è morta, viva l'Opera - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 31 Dicembre, 2017

Cari amici,
come avete visto quest’anno ho contribuito poco al lavoro del nostro sito; lavoro che è stato in capo soprattutto a Francesco Brigo e Marco Delfini, oltre che a tutti coloro che, a vario titolo, hanno collaborato.
A questa mia inattività hanno concorso alcuni fattori.

Innanzitutto, il cambio del lavoro: dopo quasi vent’anni – sostanzialmente una vita – mi sono trasferito presso un altro ospedale e questo mi ha assorbito energie al punto che in questo periodo mi sto prendendo i primi giorni di ferie da dicembre dell’anno scorso. E finalmente, in questi giorni, ho tempo di mettere su carta quelle riflessioni che sto covando da un po’ di tempo.

In secondo luogo, la scrittura di altre cose. Ho qualche progetto letterario in corso, visto che il primo libro che ho scritto non è andato poi così male.

Il terzo problema però è il più importante: il mio personalissimo attuale disamore per l’opera lirica.
Non fraintendetemi: amo ancora immensamente questo mondo meraviglioso, gli autori che mi hanno coinvolto, la musica e la sua fusione con le parole, il teatro.
Ma in questo periodo non ho tempo né voglia di dedicarmi all’opera almeno così come mi arriva in questo momento storico; ho bisogno di riposare e, come spesso mi capita in situazioni analoghe, mi rifugio in Bach o in musica cameristica, in particolare in questo periodo nei quartetti per archi di Haydn.
Ma il punto è che non è una questione solo mia, o del sito che abbiamo creato nel 2006 con un gruppetto di visionari che credeva e sperava di cambiare le regole del gioco: riguarda più genericamente ciò che è diventata l’opera in questo periodo e come se ne parla, almeno in Italia, e il modo in cui se ne parla.
E questo ci porta diritti a noi.

Credo che il sito d’opera italiano, non solo il nostro ma qualunque sito, abbia esaurito il proprio compito di fronte all’evoluzione del modo di comunicare.
Lo

pensavo già quando decidemmo collettivamente di chiudere il forum, convinti come eravamo che il linguaggio di quell’ambito avesse ormai ceduto di fronte alla maggior rapidità dei social. Ho ceduto alla richiesta di Marco e Francesco di riaprire il forum che, da museo polveroso qual era al momento della sua cristallizzazione, mi sembrava a quel punto un solaio triste e silenzioso, popolato solo da pochi ratti solitari e nostalgici come il Firmino di Sam Savage. Temevo che nessuno di noi sarebbe stato in grado di rianimarlo: io per mancanza di volontà, i miei soci per mancanza di tempo, i partecipanti per oggettivo superamento. E così è stato: il decadimento del nostro forum è il simbolo di qualcosa di ben più profondo che riguarda la critica musicale classica, e non solo quella autoctona di chi non fa questo per mestiere.
E, in tal senso, questa considerazione non riguarda più solo il “nostro” sito, ma tutti i siti che si occupando di musica classica e di opera. Se guardiamo la realtà italiana, infatti, vedo situazioni non diverse dalla nostra.
Ci sono alcuni siti che si basano su community rodate e fortissime di old pen pal che, nel corso degli anni, sono diventati amici veri, frontali, e su quello ancora fondano il loro hegeliano “esserci”. Onore al merito per il puro dato della longevità, che premia sempre chi evidentemente ha saputo crescere sopravvivendo o sopravvivere crescendo, ma non ho la percezione che influenzino in modo significativo il modo comune di fruire della produzione artistica.
Ci sono altri siti che hanno avuto una popolarità basata su una critica asperrima e fondata su modelli del passato che non solo non esistono più, ma che nemmeno potrebbero essere riproposti anche solo banalmente perché scartati da un’evoluzione darwiniana che ne ha selezionati altri. Il destino di questi siti, insito degli stessi presupposti di fondazione, è ancora più triste perché a modo loro hanno cercato di farsi promotori di qualcosa, ma si sono

fermati al mero tentativo di distruzione che, peraltro, non è nemmeno andato in porto.
Ci sono siti come il nostro, nati con un progetto che evidentemente non ha incontrato – se non in parte – il favore del pubblico: a conti fatti, un fallimento.
Ci sono infine altri siti che si presentano come simpatici rotocalchi: belli da vedere, ma non hanno mai fatto opinione e forse nemmeno ci tengono.
Tutte queste categorie hanno però un minimo comun denominatore: la decadenza dell’opera intesa come spettacolo ormai putrescente, corrotto, marcio, divorato e vomitato dai suoi stessi interpreti che per lo più non sono all’altezza di ciò che eseguono. A fronte di ciò, puoi essere credibile a parlarne solo se sei un professionista, e talvolta non basta nemmeno quello. Cito, a tale proposito, il grido di dolore di Alberto Mattioli, giornalista de “La Stampa”, probabilmente il più autorevole critico musicale italiano del momento, sicuramente uno di quelli dotati di maggior apertura mentale, che dice su Facebook: “Il disamore per la lettura e per i giornali (oppure il puro e semplice asinesco analfabetismo di ritorno) è tale che la gente rifiuta il quotidiano GRATIS che le viene offerto sul Frecciarossa. Mi sento sempre più un dinosauro”.
Dinosauro o no, Alberto è anche l’esempio di come un giornalista tradizionale possa evolversi seguendo l’onda dei social, cui linka regolarmente i propri articoli, inserendoli nel flusso interminabile di uno dei principali veicoli di quelli che una volta definii i “contenuti dinamici”, quelli che hanno sostituito non solo i ponderosi tomi di Dickens, Manzoni, Bacchelli, Mann, Proust, Tolstoj e Dostoevskij, ma anche gli epigrammi apodittici di Marziale, Buzzati e Flaiano di cui, nonostante la brevità, conserviamo gelosa memoria: insomma, i cari, vecchi “contenuti statici” sui quali quelli della mia generazione hanno costruito le proprie conoscenze.
Personalmente, su Facebook sono iscritto a due gruppi di musica

classica; evito accuratamente quelli di opera lirica, proprio per non imbattermi in personaggi che – fraintendendo completamente il ruolo di un social – si limitano a trasferirvi le proprie apodittiche certezze. Questa è una costante in ambito operistico, mentre invece sembra meno vero nella musica classica.
Ho pronta una recensione di un disco storico, e sono qui a chiedermi se pubblicarla o no: cosa e a chi può importare del parere di Pietro Bagnoli su una registrazione su cui è già stato detto tutto e il contrario di tutto?
A chi serve?
Anche questa, purtroppo, è una comunicazione di vecchio stampo che ha senso solo se sei interessato a un contenuto statico – finisce in un database – in un contesto storiografico, che è quello che noi di questo sito ci siamo scelti.
Fuori da questi limiti, non c’è nessun senso.

Quindi di tratta solo di un problema di modalità di comunicazione?
Non modo, sed etiam: è anche un problema di argomento, giacché parliamo di opera. E l’opera purtroppo è morta: tragicamente e per lenta consunzione, come la tisi di Violetta e di Mimì, ma pur sempre morta.
È morta perché non ha saputo rinnovarsi sul fronte musicale, a parte un’eccezione di cui parlo più sotto.
È morta anche sul piano della rappresentazione visiva: si considerino i registi ultimi esponenti del regientheater, i cui spettacoli necessitano sempre maggiormente di un manuale per la corretta interpretazione dei simboli, cui si contrappongono quelli i cui spettacoli sono per contrappasso didascalici. Mancano ormai definitivamente quei geni come il Carsen dei “Dialogues des Carmelites”: abbiamo solo i due rami delle opposte banalità, quelle astruse e quelle didascaliche, e non saprei quale vada per la maggiore.
È morta l’interpretazione musicale legata al nome carismatico e, di conseguenza, diventa normale allestire titoli fortemente legati all’importanza e alla preponderanza del protagonista anche e soprattutto

in assenza dello stesso, in nome e per conto di un appiattimento che gioverebbe alla resa complessiva.
Questo assunto trova la propria cartina di tornasole nella recente inaugurazione scaligera: spettacolo che la maggior parte di noi – io compreso – ha apprezzato come complessivamente gradevole ma che, a una visione più approfondita, smaliziata e spietata, non può che essere bollato come indegno di una vetrina di questo tipo. Non ne riepilogo in modo dettagliato le ragioni, visto che ne abbiamo già discusso nei giorni scorsi, ma le riassumo in breve: se programmi di fare il filetto alla Wellington e non hai il filetto, forse è meglio se fai una onesta e prosaica frittata. Poi puoi provarci lo stesso con un pezzo di scamone, ma quello che viene fuori, pur genericamente gradevole al palato, non potrà mai essere un filetto alla Wellington.
La soluzione – come ognuno può immaginare – non può essere la riproposizione di modelli esecutivi di cinquant’anni fa, tentazione in cui si rifugiano i vecchi e giovani melomani perennemente vedovi di qualcosa più che di qualcuno: e questo qualcosa è generalmente una prassi esecutiva che l’appassionato percepisce come aprioristicamente preferibile, sino al punto di elogiarne anche interpreti che, ai tempi, venivano considerati non senza ragione di terza o quarta scelta.
La soluzione deve essere quindi un profondo ripensamento di tutto il repertorio, che parta dall’elaborazione di nuovi modelli esecutivi e arrivi a ridisegnare un ambito che possa anche prescindere almeno momentaneamente da titoli cui siamo affezionati ma per i quali, allo stato, non siamo attrezzati.

L’ho già detto in passato, lo ripeto: Barocco docet. L’evoluzione dell’esegesi di questo repertorio è passata dai melismi di interpreti tradizionali prestati più o meno propriamente a tale ambito, agli archi graffianti e stonati delle prime orchestre sino ale istanze odierne, sempre in bilico fra l’apollineo di interpreti raffinatissimicome Sardelli e i riff esasperati e schitarranti di musicisti che sembrano ispirarsi al metal più acido.
La creazione di nuove categorie vocali – il controtenore, ma non solo: si pensi a Cecilia Bartoli e a tutte le sue epigone – è un passaggio fondamentale in questo processo: in ogni ambito, la creazione di una nuova prassi, in qualunque campo dello scibile, passa attraverso l’invenzione degli strumenti necessari.
Quello che è successo nell’ambito dell’esecuzione del repertorio Barocco è paragonabile, nel mio mestiere, all’avvento della chirurgia laparoscopica: dapprima limitata alla sola diagnosi, poi estesa alle colecistectomie, poi progressivamente a tutto il resto, compresa la chirurgia oncologica, con risultati spesso migliori rispetto alla chirurgia tradizionale. Agli inizi nessuno ci avrebbe scommesso, anzi in molti remavano decisamente contro; oggi è realtà quotidiana ed è segno di una forma mentale che ci induce a pensare diversamente. Se fossimo rimasti fermi sulle nostre posizioni, alle soglie del 2018 apriremmo ancora i nostri pazienti squartandoli dallo sterno al pube. Ma abbiamo accettato la rivoluzione, consapevoli che ci sarebbe costata una fatica maggiore, perché è molto più comodo rimanere adagiati sulle nostre vecchie convinzioni piuttosto che impegnarci in una difficile curva di apprendimento.
Se l’Opera vuole sopravvivere, stavolta non basterà più spostare l’asse dell’attenzione dall’esecuzione musicale alla regia teatrale, come è successo dalla fine degli Anni Novanta sino a 5-6 anni fa. Adesso è arrivato il momento di cambiare profondamente, di creare i presupposti per qualcosa di davvero nuovo, sempre grati al passato ma senza la puzza sotto il naso che caratterizza il melomane ogni volta che qualcuno cerca di cambiare le regole del gioco.

Non so cosa sarà di Operadisc nel 2018.
Sento sempre di più la sua inutilità proprio per le ragioni sopraddette.
In un mondo in cui si fa fatica adaccordare credibilità agli addetti ai lavori, temo non ci sia più spazio per onesti dilettanti che, per di più, si ostinano a proporre contenuti statici, con l’idea che possano essere alla base di una riforma profonda del teatro d’opera.
Tutti noi, non solo noi di Operadisc ma tutti i tenutari di questi ameni bordelli che sono i siti italiani di opera lirica, abbiamo lottato ognuno a modo proprio per un mondo migliore.
Tutti noi, ognun per diversa via, abbiamo fallito.
Dobbiamo forse rassegnarci e rinunciare, almeno in attesa di creare i presupposti per quella riforma strutturale cui facevo riferimento sopra, e che è stata alla base del diverso modo di intendere il Barocco, ad alcuni titoli che, peraltro, sono quelli più legati alla tradizione: quasi tutto Verdi, quasi tutto Puccini, quasi tutto Mozart – col che ci siamo fottuti il 90% di ciò per cui normalmente andiamo a teatro – mentre con Wagner, Strauss e il Novecento verosimilmente per un po’ ce la possiamo ancora giocare, ma non per molto perché siamo al limite anche lì.
Noi di Operadisc abbiamo cercato a lungo di dare motivazioni diverse. Ci siamo riusciti sino a un certo punto, poi noi come gli altri siamo entrati in una zona oscura, e non proprio o non solo per colpa nostra. Lì ci abbiamo trovato i nostri vecchi “rivali”, quelli con cui battibeccavamo sino a un po’ di tempo fa; alcuni di essi, adesso, sono nostri amici perché siamo tutti fossili della stessa era paleozoica.
L’opera – non solo quella italiana – è morta.
Viva l’Opera!
Pietro Bagnoli

Categoria: Editoriale

 

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Questo sito si propone l'ambizioso e difficile compito di catalogare le registrazioni operistiche ufficiali integrali disponibili sul mercato, di studio o dal vivo, cercando di analizzarle e di fornirne un giudizio critico utile ad una comprensione non sempre agevole.