Domenica, 19 Novembre 2017

Editoriale: Luciano dieci anni dopo - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 06 Settembre, 2017

Dieci anni senza Pavarotti.
Dieci anni, e ancora qualcuno si chiede se sia stata vera gloria.
Ora, non è il caso di fare un excursus biografico per narrare i successi in tutto l’orbe terracqueo; più passano gli anni e più ci rendiamo conto di quanto ci manchi l’abbraccio caldo e rassicurante di questa voce per la quale è stato sprecato ogni artificio retorico (il più moderato credo sia stato: “Quando nacque, Dio gli baciò le corde vocali”).
La mia generazione è probabilmente l’ultima che ha avuto il privilegio di vederlo a teatro in una performance lirica. È difficile raccontare a chi non c’era cosa fosse quella voce stratosferica per la quale l’iperbole di conio giudiciano “tromba d’argento” appare persino inadeguata. Arrivava dappertutto, quella voce, in qualunque zona del teatro; e se anche non avevi la percezione che lui fosse lì a cantare per te – questo succedeva solo con un suo collega – comunque avevi la sensazione di una saturazione, di un appagamento paragonabile solo a una bella fumata di Balkan Sobranie. E questo lo può capire solo chi ha fumato almeno una volta la pipa.

Certo, non si può essere solo voce; e lui oggettivamente non ha mai pensato a molto altro. Della dimensione del personaggio, del suo sviluppo, di ciò che c’era dietro onestamente non sembrava importargli granché.
Prendiamo Riccardo, del “Ballo in maschera”, giustamente ricordato come una delle sue immedesimazioni più grandi. Qualche sera fa me lo guardavo nel celeberrimo spettacolo viennese diretto da Abbado nel 1986, e la sensazione in effetti è di onnipotenza vocale, anzi, di adeguatezza perfetta al ruolo di scanzonato dandy ante litteram, piacione, simpatico, quello a cui tutti vogliono bene.
Se ci pensiamo, è lo stesso del suo Rodolfo (Bohème), del suo Mario, del suo Duca quasi paradigmatico e di tanti altri personaggi che sono stati riconosciuti come “suoi”. La sua impronta, non solo vocale ma anche umana, era talmente pesante daescludere aprioristicamente qualunque prospettiva di interpretazione: era Pavarotti che faceva il Duca; oppure il Riccardo di Pavarotti, in cui non c’era nulla dello smarrimento di Bjoerling, o dei terribili tormenti di Vickers. Arrivava lui, batteva la mano sulla spalla di Oscar, sorrideva, apriva bocca ed eravamo sotto la Ghirlandèina, come la chiamano a Modena; altro che Boston.

È appropriata, una visione del genere?
Per i comuni mortali – e ci includo volutamente anche gente non proprio ordinaria, anzi tutt’altro, come Bjoerling o Vickers – assolutamente no. Loro erano obbligati a conoscere il background culturale dei loro personaggi e a inventarsi qualcosa per renderli credibili: nobiltà, serietà, mezzevoci, ripiegamenti interiori, introspezioni, tutto ciò insomma che inscriviamo alla voce “interpretazione”.
Lui no, se ne fotteva alla stragrandissima. E aveva ragione, perché lui era The Voice, quello che inondava i personaggi della luce della sua voce immensa e inconfondibile, forte anche di un sorriso enorme che abbracciava tutte le nostre miserie.
Aveva una comunicativa immensa: lo sapeva, e ne usava e abusava a proprio piacimento, consapevole che fosse il valore aggiunto a una voce che di per se stesso già tutto assorbiva e giustificava.
Mezzevoci? Raramente.
Interpretazione? Vedi sopra.
Musicalità? Chi se ne frega. E infatti ogni tanto toppava, come nel Don Carlo dell’inaugurazione della stagione della Scala del 1992. Fa niente, non è da questi particolari che si giudica un calciatore.
Voce e comunicativa: questa era la ricetta magica per rivestire di Pavarotti i vecchi e stantii personaggi di cartapesta del teatro d’opera.
Alcune di queste “colate vocali” furono indimenticabili e ancora oggi paradigmatiche: oltre ai già citati personaggi pucciniani (cui va aggiunto il personaggio tenorile della Turandot, da lui in avanti non più Calaf, bensì Vincerò), al Duca del Rigoletto, a Riccardo,aggiungerei Tonio de “La fille du Régiment”, con i nove do snocciolati con facilità talmente insolente da obbligarci a seguirlo sull’onda della pimpante melodia.

La comunicativa l’ha portato a rinverdire i fasti del “tenore confidenziale” italiano.
Non è il termine giusto, questo “confidenziale”; me ne rendo conto, perché fa pensare a Teddy Reno, e Pavarotti non ha nulla del buon Ferruccio Ricordi in Pavone, sennonché non mi viene in mente altro termine per accomunare in un unico arco Enrico Caruso, Beniamino Gigli e Luciano.
Canzoni della tradizione melodica italiana, ivi comprese quelle napoletane, cantate con accento e dialetto sbagliati, ma con il sole in gola.
Film atroci, tipo “Yes Giorgio!”.
Adunate oceaniche oltre oceano, a mantenere viva una tradizione nazional-popolare fatta di pizze, schitarrate, mandolini ossessivi e più falsi del “sugo alla bolognese”, ma è così che se li aspettano a New York ed è così che glieli diamo, da sempre.
Tutto farlocco? Certo, ma adesso Little Italy è orfana da un bel po’ perché un paio di eredi – veri o presunti che fossero – sono tragicamente e prematuramente defunti, e altri due di cui taccio i nomi semplicemente non sono credibili.

Ci manca, Luciano Pavarotti, così come ci mancano tutti quegli Artisti talmente prevaricatori da devastare i personaggi con la loro ampia, ingombrante presenza.
Siamo costretti – per consolarci e incazzarci un po’ – a mantenere in vita l’ectoplasma di un vecchio marpione del palcoscenico, suo collega dei tempi che furono, che ci ricorda che il carisma è come il coraggio per Don Abbondio.
Viviamo in un’epoca di anonimato, di figure di plastica, di replicanti tristi: bisognerà che ce ne facciamo una ragione.
Pietro Bagnoli

Categoria: Editoriale

 

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