Domenica, 19 Novembre 2017

Editoriale: A un dottor della mia sorte - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 27 Agosto, 2017

Ho spesso chiacchierato con un mio vecchio amico a proposito di Enzo Dara, che io ho sempre considerato irresistibile; la sua opinione era che l’approccio del basso mantovano alla materia fosse superficiale e superficialmente rassicurante, peccato esiziale per uno che cerca sempre – e giustamente – l’approfondimento chirurgico in ogni testo.
Ho provato a ripensare a queste considerazioni del mio amico ieri, quando ho avuto la notizia della morte di questo Signore del canto che, per varie ragioni, non sono mai riuscito a vedere dal vivo; ma rimango fermo nella mie posizioni, e cioè nel considerare il suo canto qualcosa di profondamente diverso rispetto a ciò cui eravamo precedentemente abituati.
Prima di lui, il basso buffo era un basso vero, col vocione, che si piegava a gag di genere slapstick; e tutto ciò che si guadagnava sul fronte di una comicità cialtrona lo si spendeva sul piano vocale, sotto forma di cachinni e veri e propri travisamenti di una scrittura massacrata.
Tale tendenza a esprimere il buffo in modo cialtronesco è rimasta durante e anche dopo di lui, segno di un malinteso senso della comicità.

Lui no.
Lui era diverso.
La sua figura rotondetta faceva sorridere quelli che, come me, vivono la propria pinguedine in modo autoironico; ché tale autoironia sembrava essere la cifra costante delle sue personificazioni.
Il suo canto – molto naturale e a fior di labbro, in cui il timbro di basso era non un colore ma uno sfondo, un’ombreggiatura – faceva leva su un senso della parola diabolico che si esaltava nel sillabato rapido, come per esempio nel rossiniano Bartolo, o in Don Pasquale.
Per contro, qualche limitazione in acuto lo rendeva meno spendibile in contesti in cui la parola non aveva lo stesso peso.
Era un limite più che sopportabile, anche perché sapevi già in anticipo cosa avresti avuto da Dara: una conversazione, un’amabile chiacchierata, un gioco di parole sulfureo. Si potevatranquillamente fare a meno dell’inflessione cavernosa.
O forse no?...

La sua paciosità non rappresentava un valore solo ed esclusivamente rassicurante.
Anzi.
Il mio professore di Medicina Interna all’Università, un nome importante che suscita ancora reverente rispetto e soggezione in quelli della mia generazione che fanno il mio mestiere, autore del libro di testo di riferimento in Italia per tutti coloro che fingevano di studiare sull’ultima edizione in inglese di Harrison e Cecil, aveva la stessa faccia sorridente dell’omino di burro di “Pinocchio”, il cocchiere che porta lui e Lucignolo al Paese dei Balocchi: «Un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa». Il mio ormai vecchio Professore, mi dicono tuttora vivente, era così, ed era terribilmente pericoloso agli esami in cui, con lo stesso sorriso zuccheroso, accompagnava stragi di studenti paragonabili a quelle operate in film sparatutto da Arnold Schwarzenegger o Chuck Norris.
Enzo Dara mi ha sempre evocato il mio professore, anche fisicamente.
Il suo Bartolo, tondo e sorridente, mi è sempre parso una creatura pericolosa, cattiva, poco comica e molto più ronzante della calunnia di Basilio. Tante volte mi sono chiesto che cosa sarebbe potuto essere un cattivo vero, uno Scarpia, in bocca a lui – non scandalizzatevi, l’ha fatto anche un altro genio del repertorio comico come Sesto Bruscantini – invece che ai soliti mostri con la bava alla bocca. Purtroppo non l’avrebbe mai potuto fare per le peculiarità della sua fonazione, ma chissà, ammesso che lo avesse voluto, forse ci avrebbe potuto aprire uno squarcio interessante sugli abissi di un male che non è mai epico, come molti interpreti ce lo presentano, ma spesso solo banale.
Pietro Bagnoli

Categoria: Editoriale

 

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