Sabato, 30 Maggio 2020

Editoriale: Dietro Anna - di Pietro Bagnoli

Aggiunto il 09 Aprile, 2017

Non aggiungo nulla a quanto già espresso in home da Fabrizio Meraviglia: allestire in questo modo un titolo come Anna Bolena è semplicemente folle. La sera di sabato 8 – una delle più noiose, tristi e insulse della mia vita di ascoltatore – mi sono trovato a buare sonoramente basso e mezzosoprano, autori di una performance talmente inadeguata da sembrare paradossalmente intenzionale, quasi che volessero sottolineare col loro malcanto il fatto di essere una… coppia iniqua.
Naturalmente non è così: trattasi, assai più prosaicamente, di un allestimento sbagliato in quasi tutte le sue componenti.

L’unica eccezione – ed è il motivo di queste brevi riflessioni – è Federica Lombardi, la seconda Anna del lotto “due al prezzo di una” che è stato immaginato al posto della prevista Netrebko (della prima interprete ha già parlato Fabrizio, e non aggiungo altro).
Federica Lombardi è una bellissima, giovane cantante italiana.
Cito dal sito della Fondazione Pergolesi Spontini:
“Ha intrapreso gli studi di canto lirico presso il Liceo Musicale A. Masini di Forlì, partecipando poi a diverse masterclass tenuti da Fiorenza Cossotto, Mirella Freni e Raina Kabaivanska. Dal 2010 studia presso l’Accademia A.R.T. Musica di Roma con Romualdo Savastano. Nel 2013 ha partecipato con successo a concorsi lirici internazionali tenuti in Italia: ha vinto il premio Tuccari ed il premio del pubblico al concorso Ottavio Ziino di Roma, il secondo premio al concorso Fausto Ricci di Viterbo e due premi speciali al concorso Benvenuto Franci di Pienza. Nel 2014 al concorso Francisco Viñas di Barcellona le è stato conferito uno speciale riconoscimento da parte dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena, e subito dopo è stata vincitrice del Concorso per giovani cantanti lirici d’Europa per il ruolo di Donna Elvira (Don Giovanni)”.
Dal Corriere di Romagna invece apprendiamo quanto segue:
“Nata a Cesena nel 1989, vissuta fino ai 7 anni sulle colline di Carpineta, poi trasferitasi con famiglia a Forlì, Federica ha studia-to al liceo musicale forlivese Angelo Masini e sostenuto esami anche al conservatorio Maderna di Cesena. L'ippodromo della sua città le ha con-segnato nel Campionato europeo di chiusura il premio "Un romagnolo per l'Europa". Fra i suoi maestri, anche il soprano Mirella Freni e Romualdo Savastano che l'ha forgiata. Un trampolino proficuo è stato il concorso Aslico (circuito operistico che raggruppa più teatri lombardi); ha vinto Como nel 2014 e 2015. Mo-zart le ha offerto i primi ruoli importanti: donna Elvira del "Don Giovanni", la contessa dalle "Nozze di Figaro".

Ma ieri sera ho scoperto che oltre che bella e preparata, è pure brava.
Il sospetto m’era venuto sentendo qualche brano su Youtube, ma ieri ne ho avuto la certezza.
Federica emette molto bene, “alta” come posizione; la voce, perfettamente sostenuta, corre benissimo per la sala senza artifici.
Il colore ambrato naturale richiama quello della sua più famosa omonima russa, colei che era inizialmente prevista per questa parte; ma personalmente mi fa tornare in mente anche altre splendide cantanti come Lisa Della Casa e, in tempi più recenti, Sonya Yoncheva.
I passi di agilità, pur non perfetti, sono già dominati con notevole aplomb stilistico e fanno sperare molto bene per il futuro. E la mia non è una valutazione solo conto terzi: abbiamo bisogno come il pane di una cantante che sappia ricoprire tutte le esigenze di questo repertorio, e non solo per quello che riguarda i ruoli Pasta, ma anche per i ben altrimenti impegnativi Ungher e Ronzi de Begnis, ruoli per i quali negli ultimi anni ci siamo adattati con cantanti stagionate, di buona o anticamente buona caratura tecnica, di personalità dimessa o, per contro, talmente soverchiante da risultare paradossale. Il risultato di questa strana alternanza è di avere cantanti che nel Belcanto si collocano, quanto a personalità, ai due estremi: o suorine

dimesse, o vecchie streghe inacidite. Né l’una, né l’altra sono modelli attendibili di ruoli così polisemici.
Anna Bolena, nonostante sia un ruolo Pasta, è per certi versi assimilabile a Maria Stuarda e Elisabetta; non è un caso che nell’eletta schiera delle interpreti compaia precocemente proprio Giuseppina Ronzi de Begnis, peraltro considerata la migliore Norma dai tempi di Giuditta Pasta. Nonostante l’ovvia diversificazione, l’impegno psicologico non meno che vocale è enorme. I conflitti di questo personaggio sono tanti e tali che il solo canto, per bello e solare che possa essere, non li risolve; o, per meglio dire, non basta la smorzatura su “Al dolce guidami”, ma il tono liquido e cantilenante, quasi catalettico, è indispensabile in una scena come quella della pazzia che è diversa, nel suo snodarsi, rispetto a qualunque altra scena analoga del repertorio dell’epoca.
L’atteggiamento (o presunto tradimento) verso Caterina D’Aragona, con tutte le sue ambiguità, richiama molto da vicino quello di Maria Stuarda verso Henry – o Arrigo, nell’opera di Donizetti – e tutti i successivi ripensamenti pre-esecuzione, in perenne sospensione fra orgoglio e pentimento.

Di questo coacervo emotivo, Federica Lombardi per il momento non fa sentire molto, e non per colpa sua.
Anna Bolena è questo, non ci si può fare nulla; la materia non può essere eccessivamente semplificata, pena l’annullamento; occorre assolutamente la fuoriclasse che faccia saltar fuori tutto. Nel 1957, proprio nella stessa Scala dove in questi giorni si sta consumando lo scempio di quest’opera meravigliosa, il cover di Maria Callas era Leyla Gencer che proprio su Anna costruì un pezzo non banale della propria fama.
Federica Lombardi è molto brava. Tecnicamente è a postissimo e l’opera la mette solo marginalmente in difficoltà, ma più per la lunghezza (qui peraltro abbastanza scorciata) della parte che per tasso tecnico.
Ciò che manca, ovviamente, è la possibilità di far percepire tutto ciò che sta “dietro”.
Il mondo del Belcanto, per esempio, che stava trascolorando da Bellini (giungendo dai cascami di Rossini) verso l’Ottocento propriamente detto.
Le ambiguità e le contraddizioni del personaggio; la sua disillusione che è tratto tipico di queste grandi eroine donizettiane.
Il sussurro e il grido, premessa della follia.
L’istrionismo infinito.
La rassegnazione come estrema finzione.
La capacità di sovrapporre finzione e sincerità senza mai far distinguere i passaggi fra l’una e l’altra.
Ieri sera abbiamo avuto una bella ragazza che emetteva belle note; e questo, in un ruolo del genere, non può bastare anche se è servito a farle facilmente vincere la palma di migliore della serata, quella che salva la recita. C’è infatti da dire che il trucco di mettere una cantante giovane e simpatica in un ruolo così polisemico è ormai vecchio e passato di cottura. Il pubblico non l’accetta più, e di questo sarà meglio tenere conto.
Ma non è tutto: sarà bene che la Lombardi, per il futuro, pensi seriamente alle proprie enormi potenzialità, senza bruciarsi precocemente in produzioni così strampalate.
Per tornare a Anna ci sarà ancora tempo, e l’aspettiamo con ansia.
Pietro Bagnoli

Categoria: Editoriale

 

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