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 Editoriale:  Carmen e i catafalchi annunciati - di Maugham 29/11/2009

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Siciliana, classe 1967, Emma Dante è una delle più accreditate esponenti del teatro di ricerca italiano ed europeo. I suoi spettacoli, che per la maggior parte ho visto, puntano direttamente allo stomaco dello spettatore con scelte visive e drammaturgiche crude e spiazzanti legate a temi di alto impegno sociale e politico. In molti l’accusano - non sempre a torto - di un effettismo facile e rozzo; sta di fatto che la Dante, nel tempo, ha maturato uno stile particolare, è apprezzata da un pubblico piuttosto vasto e ha ottenuto riconoscimenti critici autorevoli. In molti, aggiungo, hanno cercato di imitarla con scarsi risultati.

Quando Lissner l’ha chiamata per dirigere la Carmen inaugurale fummo in molti, su Operadisc e non solo, a esprimere perplessità sulla scelta. Non per motivi ideologici o perché il suo teatro della crudeltà non potesse trovare spazio su un palcoscenico lirico. Tutt’altro. I nostri dubbi nascevano esclusivamente dal fatto che questa giovane regista fosse completamente priva di esperienza nel campo della regia d’opera.
Ci siamo chiesti per quale ragione fosse stata scelta e che cosa avesse a che fare con Carmen, la Scala e l’opera in generale. Per allestire un’opera, è ovvio, occorre una conoscenza approfondita dei linguaggi drammaturgici, espressivi e soprattutto musicali che un regista di prosa, per quanto valente, non è tenuto a conoscere.

Recentemente Emma Dante ha incontrato alcuni giornalisti per parlare del suo lavoro su Carmen.
Nell’attesa di vedere questa produzione – e solo allora se ne potrà parlare nel dettaglio- mi limito qui solo a quanto ho letto. Dichiarazioni imbarazzanti considerato l’incarico (mai visto un’opera in vita mia), biancanevismi di maniera (Baremboim come guida spirituale alla giovane ingenua), scoperte dell’acqua calda (Carmen una ribelle anticonformista), preparazione di prudenti vie di fuga (il mio pubblico mi capirebbe, l’altro non so); il tutto arricchito da quelle anticipazioni tanto care ai fanatici dell’aruspicina scaligera (preti, suore, catafalchi, toreri con tre mani, chierichetti, spose e prefiche) trattate come accessori togli-e-metti infilati su un abito di gala: “Il carro funebre? Se n’è talmente parlato che mi è venuta voglia di toglierlo. Pensa che scherzo. Tutti aspettano il carro, e il carro non c’è più”.

Non c’è dubbio. Di fronte a certe domande lo scherzo a volte può essere una buona via d’uscita. Bisogna però sapere anche su che cosa scherzare. Passerò per rigido, ma sono del parere che se si è chiamati a reggere le sorti sceniche di uno degli eventi operistici più attesi e più costosi della scena mondiale, sia il caso, soprattutto di questi tempi, di far valere sulle ragioni dello scherzo quelle dell’opportunità. In altre parole, se non si sa cosa dire è sempre meglio tacere.
Così come trovo opportuno lasciare da parte quella presunzione tipica di molti esponenti del teatro di ricerca italiano che, in quanto produttori di spettacoli estremi e barricaderi, si sentono investiti di chissà quale ruolo messianico e rivelatore.
“Io sono come un piccolo virus in questo mondo così lontano da me, che servirà per capire se davvero nel teatro lirico sia possibile la sperimentazione”.
Questa è la frase più divertente tra tutte quelle da me lette; trasuda una candida ingenuità da rischiare il ridicolo. E’ talmente imbevuta di quell’ardore missionario che fa tanto teatro di rottura anni Settanta da pensare sia stata trascritta male dalla cronista. Emma Dante non può averla detta seriamente a una settimana da un evento di tale portata. In virtù di cosa una regista che, come lei stessa ammette, nulla sa del teatro d’opera può definirsi una cartina al tornasole per misurare la ricettività di un pubblico e di un teatro come la Scala? E poi, di quale sperimentazione stiamo parlando? Della sperimentazione alta del Jones, dei Poutney, dei Carsen, dei Guth che con professionalità, mestiere, competenza, tenacia e tecnica da decenni rinnovano un linguaggio teatrale; oppure parliamo della solita sperimentazione in grado di giustificare se stessa solo quando si traforma in provocazione facile e biricchina?
Aggiungo: è opportuno che una regista debuttante parli di sperimentazione su un testo come Carmen, dalle difficoltà tecniche e linguistiche enormi e dalla storia interpretativa così stratificata, contraddittoria e complessa?

Vedremo lo spettacolo, è ovvio. Quello che conta è il risultato. Senza dubbio Lissner, furbescamente, ha affiancato la debuttante con personale di prim’ordine e di grande esperienza. Peduzzi alle scene e Dominique Bruguière alle luci garantiranno una grande resa visiva. Baremboim e Kaufmann sono ormai dei veterani in quest’opera. E l’orchestra conosce il titolo anche capovolto.
Magari vedremo uno spettacolo straordinario, rivelatorio ed entusiasmante. Questo però non sposta di una virgola le mie perplessità da appassionato riguardo alle motivazioni che sottendono certe scelte; proprio per questo ho scritto queste righe prima del sette dicembre e non dopo.
Quando Lissner ha affidato a Emma Dante le sorti di questa Carmen inaugurale, alcuni pretoriani hanno parlato di coraggio. Io non ci vedo nulla di coraggioso. Ma solo una risposta sbrigativa e facile a un problema che, a quanto pare, i vertici scaligeri non sanno come risolvere. Ovvero fare in modo che il teatro d’opera possa comunicare con il presente togliendosi dalle secche dell’autocelebrazione museale. Tirare fuori dal cilindro un’outsider e metterla alla guida di un evento di tale portata non è un atto di coraggio; è solo un azzardo, una scorciatoia, un tentativo, una scelta estemporanea che magari potrebbe, dico potrebbe, essere curiosa in un festival ma che non trova nessuna giustificazione in un teatro come la Scala. Un teatro che mai come ora ha bisogno di un percorso, di una continuità, di una coerenza.


Maugham


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