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 Editoriale:  Non tutti i mammiferi sono uguali - di Pietro Bagnoli 29/09/2009


Mi trovavo l’altro giorno a casa del Maestro Aldo Ruggiano che, com’è noto ai frequentatori di questo sito, ha magnanimamente deciso da un po’ di tempo di prendersi cura della mia voce. Al mio arrivo la televisione era accesa: Aldo stava vedendo il Concerto di Baden Baden dell’Ottobre 2007. Più che un concerto, un simpatico helzapoppin con Elina Garanča, Ramon Vargas, Ludovic Tezier e Anna Netrebko intenti a snocciolare brani e duetti tratti dal repertorio più semplice e nazionalpopolare. Fra tante “Norme” e “Pescatori di perle”, l’attenzione di Aldo – per l’occasione addirittura insolitamente commosso – era stata catturata dalla performance di Anna Netrebko in “Meine lippen, sie küssen so heiss'” tratta dalla “Giuditta” di Lehar, un brano che ormai è entrato stabilmente nei suoi recital. L’ho vista ed ascoltata e ha emozionato anche me, al punto che ne ho ricercata traccia su Youtube, che ne propone ben due versioni. E proprio Youtube mi offre l’occasione per qualche considerazione supplementare.

Com’è la Netrebko quando canta quest’aria della Giuditta? Una forza della Natura. Canta, balla, ammicca, seduce. Esagera? Forse un po’, ma cavolo, se non si esagera in un brano così… mica è la cavatina di Norma!
Si potrebbe discutere un bel po’ con i puristi oltranzisti sulla posizione del fiato, sul sostegno del registro centrale, sulla percussione degli acuti, ma in fondo chi se ne frega? Stiamo parlando di uno spettacolo nazional-popolare in cui gli appassionati vanno a godersi una bella serata di musica, per cui ci sta che una bella ragazza, che canta splendidamente e che – by the way – è probabilmente il più importante soprano lirico del momento, improvvisi passi di danza scalciando via le scarpe, si strusci un po’ addosso al primo violino scoppiando a ridere di fronte all’imbarazzo di lui, rosso come un peperone, e che concluda il tutto con un acuto di sfolgorante bellezza.
Invece no. Un patetico frequentatore di Youtube, anonimo o coperto da un comodo pseudonimo (il che è la stessa cosa) non ricordo né voglio controllare, la definisce “Whore” che, per chi non avesse familiarità con l’inglese, in italiano si traduce con il termine “puttana”. Non solo: un altro intelligentone invoca a termine superiore di paragone Teresa Stratas, ed è quest’ultimo in particolare che ha stimolato la mia curiosità.
Ora, io ho poco da dire su un vigliacco che, proteggendosi con un anonimato di comodo, dà della puttana ad una cantante solo perché non gli piace: la mancanza totale di educazione e di buon gusto va di pari passo con l’agghiacciante ignoranza di chi, solitamente, si rifà mentalmente come ideale onanistico ad un parnaso dove il cantante è sempre nerovestito, piantato come un palo sul proscenio e, con la manina rivolta verso il pubblico, legge le sue notine su un leggio. Trattasi spesso (ovviamente non sempre) di persone molto tristi e sessualmente represse che godono solo quando riescono a vedere la mancanza di ortodossia in cantanti per lo più osannati dal pubblico.
Chiaramente non sono tutti così, e lo dico a uso e consumo di tutti coloro che si dovessero offendere riconoscendosi impropriamente in questa descrizione: ci sono tanti appassionati che credono appassionatamente in un mondo in cui il cantante ha solo ed esclusivamente alcuni requisiti senza i quali non può essere considerato tale, che vedono come il fumo negli occhi manifestazioni di questo genere ma che, ovviamente, mai e poi mai si sognerebbero di scrivere epiteti vigliacchi di questo genere.
Chiaramente sono lontano le mille miglia da un modo così ottenebrante di vedere l’Arte ma, dopotutto, come diceva il Conte Orlofsky nel Fledermaus, “Chacun a son gout” e se ci sono persone che vogliono farsi del male a tutti i costi ma sono rispettosi degli altri, ben vengano: c’è posto per tutti.
Ho invece molto da dire sul riferimento paradigmatico a Teresa Stratas, cantante emozionante e grande colorista in un repertorio molto vasto, capace di svariare da Mimì a Lulu passando attraverso Violetta e i song di Kurt Weill, che notoriamente piace a quella ristretta cerchia di appassionati in grado di capirne il modo particolare di porgere la frase e che, quindi, passano sopra a certi aspetti tecnici non propriamente vocalistici che invece non possono che spiacere a chi ritiene – a torto o a ragione poco importa – che si canti in un modo solo. La Stratas ha avuto una grande carriera di lungo successo, ma esiterei a consigliarne l’ascolto ad uno studente di canto che cerca un modello di ortodossia vocalistica. In Italia, per esempio, grazie ai fasti della critica di estrazione cellettiana, quelli che sono abituati a ragionare col cervello altrui la vedono come il fumo negli occhi.
Ho visto il video cui si riferiva l’intelligentone che la indicava come modello. È un film in cui lei canta in playback facendo un po’ il verso a Lotte Lenya, filtrando quindi i languori ammiccanti di Giuditta attraverso Bertold Brecht e Kurt Weill.
Interessante? Forse sì, se si sta al gioco. È molto cerebrale ed artefatta, si capisce che cerca di viaggiare tre metri sopra il cielo e di non farsi coinvolgere dalla plateale e sorridente sensualità “à bout de souffle” del suo personaggio. Poi io amo molto la Stratas: niente di quello che ha fatto appare banale.
Appropriata? Ancora una volta, “ni”. Lei è sempre molto convincente, ma non è spontanea; è anzi artefatta, costruita, piena di pose da femme fatale. Il suo personaggio sembra – lei sì – un mignottone da casino nordafricano che guarda tutti dall’alto in basso, completamente vuota di ogni tipo di sensualità e sorridente bonomia. Si può stare al gioco, ma non la si può identificare come un riferimento del ruolo, a meno che non lo si faccia per partito preso, pur di dimostrare contro ogni logica che l’altra, quella che si vuole demolire, è un’incapace.
Quindi, cosa c’entra Teresa Stratas con Anna Netrebko? Nulla, assolutamente nulla, a meno che non le si voglia assimilare con il minimo comune denominatore di essere entrambe soprani che cantano casualmente per una volta la stessa cosa. Anche ornitorinco e balena sono accomunati dal fatto di essere mammiferi, ma non per questo prenderemo l’uno come paradigma per l’altro. Se lo fai, vuol dire che – quanto meno – o sei in buonafede, ma ignorante; oppure che vuoi ciurlare nel manico, approfittando della scarsa conoscenza altrui. L’uno e l’altro atteggiamento mi sembrano francamente censurabili.

Ecco, questo è il gioco in cui si cimentano i sedicenti appassionati che ci vogliono insegnare il mestiere dell’ascoltatore.
‘na sega, direbbe il mio compianto nonno Sirio.
Anche in questo caso, un aiuto per chi non conoscesse la lingua: era pisano.


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