| Editoriale:
La bella gnocca - di Pietro Bagnoli |
15/08/2009 |
Paulo minora canamus, diciamo parafrasando Virgilio: approfittando dell’atmosfera pre-ferragostana, condividiamo il disimpegno di altri siti e blog che si occupano di opera e scegliamo anche noi di dedicarci ad argomenti più leggeri del solito. Nella fattispecie, prendo volentieri lo spunto da un paginone centrale del “Corriere” di un paio di giorni orsono, dedicato alle belle donne del melodramma: oltre alla ben nota Angela Gheorghiu, che non manca mai di pompare sul fuoco del glamour autoattribuendosi quei connotati divistici che i critici ormai faticano a concederle, e alla Netrebko, la cui bellezza è ormai leggendaria, l’articolista cita altre splendide cantanti come Annette Dasch, Danielle De Niese, Elina Garança e Miah Persson. Tutte bellissime donne, ma anche – va detto subito, prima che i soliti nostalgici di voci flautate che sembravano magicamente sostenute non già dal fiato di cellettiana memoria, ma da meravigliosi rotoli di adipe – tutte splendide cantanti, alcune già pienamente affermate, altre – come la De Niese – ancora parzialmente da verificare e altre, infine, già quasi passate di cottura, a dimostrazione che questo non è un portato esclusivo di questi ultimi anni, ma una tendenza in atto già da un bel po’ di tempo.
La questione appare francamente oziosa e quindi particolarmente adatta ad un periodo come questo; ma tuttavia ci si chiede come mai ci siano ancora persone che distinguano fra “belle” e “brave” cantanti, come se i due aspetti non possano felicemente convivere. Anzi, di più: ci sono alcuni appassionati che, in presenza di una bella gnocca che canta, si sentono come la piccola Regan McNeil di fronte a Padre Karras e si mettono a vomitare roba verdastra e riescono a calmarsi solo quando, in guisa di esorcismo, viene messa loro di fronte l’immagine di qualche bella vocalista obesa che dimostra al mondo che un vero cantante disprezza il proprio aspetto fisico per dedicarsi in modo totalitario al culto del divino Garcia e delle sue forcelle.
Ma quello del culto del glamour è proprio solo un portato di questi ultimi anni o c’è qualcosa che sfugge a qualcuno? Da quando le cantanti liriche curano fitness e makeup almeno quanto la preparazione tecnica?
Io direi da un bel po’ di tempo: le cronache del Settecento e quelle dell’Ottocento ci raccontano di cantanti belle, o anche solo francamente affascinanti per qualche aspetto particolarmente intrigante, che avevano avvinto a sé i compositori costringendoli, in cambio del loro ruolo di muse, a creare dei ruoli in cui potessero esaltarsi. Questo ovviamente non vuol dire che sapessero cantare come Garcia comanda: infatti, se Anna Girò, musa ispiratrice di Antonio Vivaldi, doveva essere donna di splendide fattezze, molti oggi dubitano della sua competenza tecnica a giudicare dalla relativa facilità – per lo meno, in rapporto ad altri ruoli – delle parti che il Prete Rosso le dedicava per poterle permettere di ben figurare con il minimo dispendio possibile. Il che, a ben vedere, avvalorerebbe l’idea di coloro che pensano che una cantante che curi troppo la propria bellezza automaticamente trascura vocalizzi e forcelle.
Ma la Storia – che è sempre magistra vitae – ci riporta altri esempi di artiste che riuscivano ad essere contemporaneamente splendide donne e bravissime cantanti, a dimostrazione che questo è un binomio possibile. Volutamente non le citeremo tutte: un po’ per lasciare un’ombra di mistero intorno a queste splendide artiste, un po’ perché ci manca un dato essenziale, quello di poterne ascoltare la voce.
Ci trasferiamo quindi volentieri nel Novecento che, oltre che le fattezze delle nostre eroine, ce ne ha spesso tramandato la voce, dimostrandoci che spesso, spessissimo bellezza e faville vocali possono andare di pari passo. Nomi come quelli di Maria Cebotari, Gilda Dalla Rizza e Maria Jeritza ci ricordano performances vocali di livello talvolta stratosferico, ma anche passioni di musicisti che hanno letteralmente perso la testa per loro senza che scapitasse mai la cifra musicale. Non è un caso che io debba proprio alla Jeritza alcuni dei più begli ascolti wagneriani della mia vita, il che ci dimostra che non occorra avere i treccioni lunghi e l’espressione da dolce patata lessa, oltre che un quintalone di adipe, per poter rendere al meglio i patimenti della dolce Isotta Biancamano.
Ma probabilmente il caso che ha fatto discutere maggiormente è stato quello di Maria Callas che, ad un certo punto della propria vita, decise di perdere drasticamente qualche decina di kili di peso e la gobba sulla canappa senza che a nessuno mai saltasse in mente che la valorizzazione dell’aspetto fisico nella cantante americana fosse predominante sulla cifra tecnica. È probabile (solo probabile: non sicuro) che le privazioni cui si sottopose per ottenere il suo scopo abbiano influito sul sostegno alla voce, ma d’altra parte un calo drastico di peso, in un soggetto obeso, migliora a prescindere le performance quanto a fiato, circolazione e tenuta atletica in genere. La Callas che fu ammirata da lì in avanti era la stessa vocalista sublime di prima, però “montata” su un figurino di Chanel dal profilo affascinante e dal gesto misurato, che stregava il pubblico con la stessa grazia misteriosa con cui aveva affascinato Onassis.
Ora, siamo onesti: è vero che nel segreto della nostra postazione audio possiamo immaginare di tutto, persino che Gilda abbia le fattezze della Audrey Hepburn di “Sabrina” anche se la voce è quella di Lina Pagliughi, ma se fossimo stati a teatro l’avremmo pensata alla stessa maniera? Io ne parlai con un’appassionata un po’ agèe che aveva avuto il privilegio di poter vedere il grande soprano proprio in questo ruolo e ricordava ancora ridendo la ben misura figura di questo donnone che gorgheggiava da par suo dando l’impressione di poter stritolare quel fetente di Duca.
Si dirà che oggi siamo abituati a mangiarci con gli occhi quelle che altri definisce le “starlette” (manco fossero letterine o veline) dell’opera, ma cosa diremmo se – anziché coltivare onanistiche passioni operistiche in broadcast (e sputare giudizi di conseguenza) – a teatro vedessimo un bel sopranone di 120 Kg di peso nei panni della piccola tisica fioraia Mimì? Probabilmente il nostro atteggiamento oscillerebbe fra il divertimento puro e l’apprensione per il tenore che la deve prendere in braccio nel quarto quadro!
Qualcuno ha ironizzato sulla splendida Anna Netrebko – che, lo ribadisco, è un fior di cantante con in repertorio tanti personaggi di estrazione la più varia, dal Belcantismo all’Ottocento russo – ma la sua adeguatezza non solo fisica, ma anche vocale al personaggio di Manon è qualcosa che ormai è stato serenamente accettato in tutto il mondo. Ora, proviamo ad immaginare nei panni succinti ideati da Serban a Vienna una qualunque cantante oversize di buona memoria, pur se dotata di voce di usignolo, e ci renderemo conto che l’attendibilità ben difficilmente potrà essere la stessa, a meno che non ci rifugiamo nella già citata prassi solitaria dell’ascolto audio, con l’immaginazione a galoppare e magari a portarci, nei panni della quindicenne parigina, il compianto Freddy Mercury con baffoni e completo di pelle nera.
A parte le facili ironie, che vanno bene per un piccolo elzeviro ferragostano ma non per ragionare compiutamente su un fenomeno ormai sempre più radicato, c’è da dire che probabilmente a ciò ha contribuito non solo la migliorata autostima delle donne che è pur sempre un motore non indifferente, ma anche il progredire delle tecniche e delle ideologie registiche che, grazie anche alla collaborazione con artiste sempre più consapevoli, ha portato alla consapevolezza che un personaggio di un’opera lirica non può e non deve essere circoscritto alla mera cifra stilistica del canto. L’idea che un dramma lirico è principalmente un dramma teatrale con tutte le meccaniche connesse ha portato allo sviluppo di una generazione di artiste che non mettono solo il canto come valore principale, ma anche l’interpretazione che deve comprendere non solo l’inflessione della voce ma anche la fisicità, il linguaggio del corpo a creare un unicum che superi la barriera non più accettabile del vocalismo fine a se stesso.
Consapevoli che l’opera non è più solo un’espressione puramente vocale ma anche un evento teatrale completo che guarda in modo felicemente importuno ogni aspetto della nostra quotidianità per riuscire a ricreare in noi spettatori il piccolo miracolo dell’immedesimazione, accogliamo quindi con entusiasmo l’occupazione del palcoscenico teatrale da parte di questo parterre di belle gnocche (termine che ci piace molto più del post-cellettiano “starlette”) consapevoli che, nemmeno nelle nostre fantasie più solipsistiche, Superman potrebbe avere le fattezze rubiconde di Matteo Marazzi.
E, con questa considerazione tautologica, auguro a tutti i nostri lettori la più serena festa di Mezz’agosto
Pietro Bagnoli