Domenica, 27 Maggio 2018

Pelléas et Melisande

Aggiunto il 30 Gennaio, 2018


Claude Debussy
Pelléas et Melisande
Opera in cinque atti

Pelléas: CHRISTIAN GERHAHER
Mélisande: MAGDALENA KOZENA
Golaud: GERALD FINLEY
Yniold: ELIAS MADLER (solista dei “Tölzer Knabenchor”)
Arkel: FRANZ-JOSEF SELIG
Geneviève: BERNARDA FINK
Pastore/Dottore: JOSHUA BLOOM

London Symphony Chorus
Direttore del coro: Simon Halsey

London Symphony Orchestra
Direttore: Sir Simon Rattle
Regia: Peter Sellars

Luogo e data di registrazione: London, Barbican – gennaio 2016
Edizione: LPO (3 SACD + 1 Blu-Ray / CD 1: 62:10 – CD 2: 76:19 – CD 3: 27:18; tot. 165:47)

Note tecniche sulla registrazione: semplicamente elettrizzante. Stupenda la spazialità sonora, adeguatissima per un’opera che vive di natura come il “Pelléas et Melisande” Per mancanza di lettore appropriato, non ho avuto modo invece di vedere il Blu-Ray.

Pregi: Gerhaher, Finley, Selig e Fink. In parte la direzione di Rattle.
Difetti: la resa della parola della Kožená

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo.png


“Cielo e mar...”. Questa citazione, italianissima ma provieniente da un altro testo così legato a una città marina, secondo me racchiude in due parole quale dovrebbe essere la visione trasognante per leggere quest’opera, ma in realtà anche il Tristan, titolo imprescindibile da cui è scaturito Pelléas. Senza adentrarci in storicismi legati alla nascita e alla composizione di quest’opera, possiamo dire che l’esperienza e gli incontri di Pelléas e di Melisande sono permeati dalle visioni marine. Nella terza scena del secondo atto, l’oscurità è completa e da lontano si ode il rumore del mare con le sue seconde ascendenti; il suono del mare, e si badi bene solo il suono, ritornerà nella mente di Melisande sul letto di morte. Sensazionale è poi la relazione cielo-mare nel corso del terzo atto. Pelléas è con Golaud nei sotterranei del castello e si sente soffocare. Piano piano emerge l’intervallo di seconda (il mare) nel suono dell’oboe e Pelléas sente la necessità di uscire all’aria aperta. Una musica solare e festosa accompagna il sollievo di Pelléas: flauti e violini imitano i guaiti dei gabbiani, mentre il glockenspiel fa risuonare i rintocchi di mezzogiorno. Una scena «piena di sole, ma di un sole bagnato dal mare, la nostra madre», dice Debussy.
Alle due parole boitiane sinceramente aggiungerei una terza parola: “terra”. Sì, proprio quella terra che in cui Pelléas è costretto dal fratellastro ad adentrarsi; quella pietra enorme che Yniold deve sollevare; quelle lande in cui le pecore brucano. E alla terra ci legherei il personaggio di Golaud, quasi un uomo del Sud, passionale ma al contempo razionale e fedele ai sacri vincoli.

Certo, “Pelléas et Melisande” è un titolo che racchiude mille e più simboli e la mia è solo una focalizzazione, un pensiero forse anche scontato e banale, ma credo sia la cartina tornasole per leggere adeguatamente questa registrazione. Infatti ho provato a cercare di giustificare la presenza di Christian Gerhaher in un ruolo tenorile come quello di Pelléas. Innanzitutto c’è da dire che c’è poco da fare: Gerhaher è un grandissimo artista, capace di un fraseggio personale e intimo come pochi, adeguatissimo a un titolo di rara poesia come questo, associati a una fonazione spesso ai limiti dell’ortodossia ma oltremodo studiata e ben convincente. Ma perchè assumere la voce di un personaggio che Debussy aveva pensato tenore (anche se non è la prima volta che accade)? Beh, la prima risposta è semplice: “Pelléas et Melisande” è un’opera in cui non succede nulla, in cui tutto è poesia, dizione, declamato, quasi “liederistica” e Gerhaher ci ha abituato negli anni a grandissime registrazioni dei maggiori cicli liederistici tedeschi, mentre è sempre stato più carente (se non assente) in produzioni o anche solo registrazioni di opere che richiedono maggiore impegno scenico. Poi il ruolo di Pelléas non è impervio vocalmente, e Gerhaher è un “baritono lirico”, leggero, che sa muoversi nell’area acuta. Personalmente poi la risposta l’ho trovata proprio nella terna “cielo – mare – terra”. Pelléas e Golaud sono due fratellastri, sebbene uno più giovane dell’altro. Un padre che da loro la stessa voce: quella baritonale. Pelléas, più spinto verso elementi eterei, verso “cielo e mar”, diviene quindi un baritono “acuto”, lirico, leggero; mentre Golaud, così legato alla terra, gli fa da contraltare nella più classica forma di “bassbariton”, per dirla alla tedesca.
Il Golaud di Gerald Finley è semplicemente un capolavoro, giocato anch’esso tutto sulla dizione e sul modo di porre la parola. Lo si intuisce fin dall’apertura del primo atto, tutta studiata sul rendere la parola con morbidezza, per arrivare comunque agli aguzzi dialoghi con Arkel nel quarto atto, ma più ancora nella “confessione” del quinto. Finley ha il pregio di rendere questo personaggio “di terra” mai rude o rozzo, ma sempre coerente con il fatto che impersona sempre e comunque un nobile cavaliere.
Nei panni della madre e del vecchio re troviamo due scelte di gran lusso e raffinatezza: Franz-Josef Selig e Bernarda Fink. Purtroppo devo liquidare velocemente la Fink perchè il suo è un ruolo che si esaurisce nel primo atto, anche se il contralto di origine argentina è davvero una preziossima gemma in questa produzione. Non l’avevo mai sentita prima d’ora in un titolo operistico (sempre e solo praticamente in Mahler e repertorio sinfonico-corale) ma la Fink riesce a farci vivere una Geneviève veramente madre, morbida, quasi sensuale, ma decisa e di carattere, come nelle parole proclamate alla fine della sua apparizione.
Franz-Josef Selig è Arkel. Voce stupenda di basso profondo, pulita, elegantissima, dal portamento nobile e dal fraseggio sbalorditivo, riesce sempre a incutere il giusto timore, non solo reverenziale; bastino per credere le poche parole che scambia con Golaud nel quarto atto. Nel finale invece diventa somma profezia e sembra una voce che riecheggia per l’eternità.
Corretto Joshua Bloom quale pastore e dottore così come l’Yniold di Elias Madlër, stridente il giusto.
Ho lasciato per ultima la Melisande di Magdalena Kožená perchè la reputo un po’ l’anello debole della registrazione. Seppure sono di indubbio valore i suoi lasciti passati nel repertorio barocco, ultimamente credo stia facendo più una carriera (musicalmente parlando) legata alle intenzioni del marito. Anche in questo caso si è optato per un cambio di registro (non dimentichiamo che la Kožená è idealmente un mezzosoprano per colore timbrico) e la sua Melisande è fuor di dubbio sensuale per bellezza vocale e portamento della linea melodica, ma cade in realtà dove i due baritoni eccellono: nel disegno della parola. Il suo francese è pressochè incomprensibile e quindi non può contare su quel gioco poetico che risulta così perfetto nei suoi colleghi. Un peccato davvero.

Sir Simon Rattle ha un rapporto particolare con Debussy e quest’opera in particolare. Fin dai tempi di Birmingham, Rattle era conosciuto per le sue sonorità pastello, quasi acquerellate, come se tenesse sempre a mente le cangianze pittoree degli impressionisti. Quest’affinità con la traslucenza lo hanno portato a creare un suono trasparente, impalpabile, vibrante, quanto mai idiomatico per Debussy. Purtroppo questo non era riuscito a ricrearlo completamente con i Berliner, orchestra forse abituata a un tipo diverso di suono, più materico e scolpito, e ciò era evidente nelle recite salisburghesi del 2006. Ora Rattle è ritornato in Inghilterra e mi pare che questa registrazione sia un po’ una summa delle esperienze avute in passato con le due orchestre. È un Pelléas che ho trovato assai materico e che spesso rischia di sovrastare le voci (va anche detto che comunque Rattle si avvale di un cast di voci tendenzialmente leggere). Difatti Rattle, durante le registrazioni, aveva spostato i violini al centro dell’orchestra, lasciando ai lati un cuscinetto degli archi più gravi. E ne ottiene un Pelléas oserei alla “Tristan”, conturbante, notturno, estatico, legato fortemente alla natura e ai suoi elementi primordiali, in cui il cast è perfettamente inserito a livello ideale nonostante qualche eccedenza sonora dell’orchestra (appena percettibile comunque nella registrazione). Bellissimi e suonati ai limiti dell’eccellenza sono invece gli interludi. A mio avviso quello in cui fortemente manca Rattle è la visione teatrale: si ha la percezione di un’opera ancora più statica, a tratti pesante e immobile, che fatica a decollare davvero. Detto questo comunque la visione di Sir Simon è assolutamente interessante e vincente, sebbene non completamente innovativa: rendere il Pelléas più tristaniano è assai meglio che immergerlo in una vischiosa melassa espessionista.

Fabrizio Meraviglia

Categoria: Dischi

 

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