Sabato, 29 Febbraio 2020

Werther

Aggiunto il 25 Marzo, 2012


Jules MASSENET
WERTHER

• Werther ROLANDO VILLAZÓN
• Charlotte SOPHIE KOCH
• Albert AUDUN IVERSEN
• Sophie ERI NAKAMURA
• Le Bailli ALAIN VERNHES
• Schmidt STUART PATTERSON
• Johann DARREN JEFFERY
• Bruhlmann ZHENGZHONG ZHOU
• Katchen ANNA DEVIN


Orchestra of The Royal Opera House
ANTONIO PAPPANO

Luogo e data di registrazione: Royal Opera House, Covent Garden, Maggio 2011
Ed. discografica: DGG, 2 CD a prezzo medio

Note tecniche sulla registrazione: ottima

Pregi: Pappano, la Koch e – a sorpresa - Villazòn

Difetti: mancanza di originalità nella proposizione della materia

Valutazione finale: images/giudizi/buono-ottimo.png


Questa registrazione soffre di un’interessante dicotomia: è bella e ben fatta, ma è di un’inutilità che lascia sconcertati e che, per certi versi, rimanda agli Anni Settanta in cui si assemblavano registrazioni-clone che differivano l’una dall’altra solo per un elemento: quello, cioè, di cui si doveva celebrare la gloria, momentanea o imperitura che fosse. In questo caso, tanto per essere chiari: Pappano aveva già registrato Werther per la Emi con Gheorghiu-Alagna; la Koch si era già fatta valere nel video del 2010 con Kaufmann che rappresentava la stessa produzione di Jacquot; mancava proprio solo il protagonista che ancora non aveva fissato su disco la propria interpretazione. Ed ecco quindi Villazòn.
È un disco deprecabile?
Onestamente no: è un prodotto inutile – dicevamo – ma ascoltabilissimo, assemblato con cura, molto “musicale” e presenta un protagonista in forma più che accettabile. Va abbastanza per conto suo nel primo duetto con Charlotte, usa e abusa di un tono un po’ troppo “larmoyant” (ma in questo, scorrendo la discografia, è in ottima compagnia), ci ficca dentro quei singhiozzoni che, secondo alcuni, potrebbero essere espressione di un’organizzazione vocale non proprio centratissima, ma ama il ruolo di Werther e si percepisce benissimo.
Alla fine il risultato è più che potabile: magari non sarà né l’incisione del secolo, né il riferimento del ruolo, ma è un ottimo spaccato di come si può cantare quest’opera oggi
Proviamo quindi ad analizzare il disco in modo – come al solito – spassionato.
Andiamo veloci su Pappano: conosce quest’opera anche capovolta, l’ha già registrata, la ama furiosamente, la dirige con tutto lo sturm und drang che ci si aspetta in una visione iper-romantica come la sua. Se partiamo da questo presupposto, capiamo benissimo anche le ragioni della presenza di un protagonista che teoricamente, con l’organizzazione vocale di cui viene accreditato, oggi come oggi non avrebbe molti titoli per essere in questa eletta compagnia. Gli è che nella visione interpretativa di Pappano, il riservato, introverso e esistenziale Kaufmann avrebbe ben poche ragioni di essere; l’estroverso e plateale Villazòn, con la sua plateale ribellione al mondo che non lo capisce, è l’innesto perfetto. Provare per credere!
Va peraltro rilevato che questa visione del direttore inglese manca di vera originalità, ed è forse questo il suo limite vero; ma quello che ascoltiamo è comunque più che giustificato dalla bellezza del suono e dalla sincerità del direttore. Certe sonorità hanno qualcosa più di un sentore wagneriano, ma non ci troviamo nulla di indecoroso: si sbrodola addosso, il buon Pappano, ma lo fa in modo talmente convinto che, alla fine, finisce per convincere anche noi.
Andiamo abbastanza veloci anche su Sophie Koch: è molto brava. L’avevamo già scoperta nello stesso spettacolo di Jacquot all’Opèra di Parigi nel 2010, accanto allo straordinario Kaufmann, ed era stata bravissima. Si sente un po’ la mancanza della visione del suo straordinario talento scenico ma, in compenso, la sua interpretazione vocale è molto migliorata rispetto alle recite parigine: oggi è sicuramente l’interprete più attendibile di questo ruolo grazie al perfetto bilanciamento del lato malinconico col piglio tragico.
Eccellente nel canto di conversazione; asciutta nei duetti e soprattutto nel quarto atto ove il suo riserbo riesce a non farsi trascinare dal magma emotivo di Villazòn, offre comunque una lettura eccellente del suo momento solistico portato all’incandescenza dallo scatenatissimo Pappano.
E arriviamo ora al vero motivo di questa registrazione: il protagonista. Sulla carta, il Villazòn di adesso non avrebbe nessun motivo per finire in una registrazione non solo di Werther, ma di nessun’altra opera. Eppure…
L’inizio è abbastanza ordinario, come si suol dire “senza infamia e senza lode”, con un’invocazione della Natura che non ha nulla del trasognato lirismo di Thill e Schipa, o dell’angosciosa riflessione di Kaufmann. Ma sin dal primo duetto con Charlotte cominciano ad affiorare inflessioni, nuances, persino qualche mezzavoce che si credeva scomparsa dal bagaglio espressivo di Villazòn. Pian piano nel corso dell’opera il personaggio comincia a prendere forma, grazie anche a un’intesa assolutamente diabolica con il direttore che, forse, ha trovato il suo Werther ideale.
Certo, la vocalizzazione non è ideale: i molteplici colpi di glottide ci testimoniano un logoramento del mezzo che però non gli preclude la performance. E anche la tenuta ritmica è perfettibile: per voler strafare sul fronte emotivo, si ha sovente la sensazione che Villazòn parta un po’ per la tangente dimenticandosi la linea musicale.
Però, in compenso, nell’aria finale del secondo atto (“Lorsque l’énfant revient d’un voyage”) è travolgente con un bilanciamento perfetto fra alcune splendide smorzature e un registro acuto magari non sfolgorante come quello di altri grandissimi Werther, ma comunque più perentorio di come lo si ricordava.
Ancora: buono senza essere eccellente il “Pourquoi me reveiller”, in cui – purtroppo per Villazòn – Kaufmann ha messo una pietra miliare che obbligherà al reverente confronto qualunque interprete, ma comunque sostenuto in modo più che accettabile e nonostante un accompagnamento di Pappano che, veramente, con quegli archi piangenti, gementi e urlanti in pieno stile mèlo americano Anni Cinquanta, sembra sbrodolare a ogni nota; e, a fronte di ciò, un dignitosissimo finale in cui, ancora una volta, ci sentiremmo di preferire altri modelli espressivi, ma che comunque ha ottime ragioni di essere. E ottimamente espresse.

Quanto al resto della compagnia, la Nakamura è carina e si ascolta con piacere; Iversen è bravo ma, tanto per cambiare, è il solito Albert algido e menefreghista; Vernhes è il grande erede dei ruoli da basso francese di carattere, ma ciò non fa di lui un fuoriclasse; e i comprimari sono tutti piuttosto bravi.

Insomma, sembra di fare un tuffo indietro di una trentina d’anni; si ascolta una bella interpretazione di un’idea vecchia, turgida e iper-romantica; si passa un bel po’ di tempo a chiedersi “Ma questa dove l’ho già sentita?”; si riflette sul fatto che, purtroppo, di Kaufmann ce n’è uno solo e che le grandi intuizioni di fraseggio non sono alla portata di tutti; si considera che comunque anche questo povero Villazòn sempre sbeffeggiato da tutti può avere il suo personaggio-feticcio da cui cava fuori tutto il meglio immaginabile e possibile; si vede che il contorno (in particolare direzione e primadonna) non è affatto male; e alla fine si rimane complessivamente soddisfatti.
Può andar bene anche così

Categoria: Dischi

 

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