Sabato, 16 Gennaio 2021

Don Carlo

Aggiunto il 03 Febbraio, 2012


Giuseppe VERDI
DON CARLO
(versione in 4 Atti)

• Filippo II BORIS CHRISTOFF
• Don Carlo LUIGI OTTOLINI
• Rodrigo ETTORE BASTIANINI
• Il Grande Inquisitore FERRUCCIO MAZZOLI
• Un frate LEONARDO MONREALE
• Elisabetta di Valois MARGHERITA ROBERTI
• La Principessa Eboli ANNA MARIA ROTA
• L’Araldo reale/Il conte di Lerma MARIO CARLIN
• Tebaldo CARLA VANNINI
• Voce dal Cielo DONATELLA ROSA



Coro di Torino della RAI
Chorus Master: non indicato

Orchestra sinfonica della RAI
MARIO ROSSI

Luogo e data di registrazione: Torino, 24/4/1961
Ed. discografica: Walhall 3 CD economici

Note tecniche sulla registrazione: buona la registrazione probabilmente in una sala a porte chiuse

Pregi: la direzione e il coro, Ottolini e, in parte, la Roberti

Difetti: il resto del cast è spesso scorretto e/o monotono

Valutazione finale: images/giudizi/sufficiente-discreto.png


Nell’ambito della discografia operistica un ruolo del tutto speciale ricopre Mario Rossi: a lui si devono i primi capitoli discografici in studio di alcune opere (pensiamo, ad esempio, al Guglielmo Tell e Cenerentola di Rossini, La Figlia del Reggimento di Donizetti), oppure importanti riprese fissate su disco (il Roberto Devereux donizettiano con la Gencer a Napoli nel ’64 e sempre a Napoli nel ’59 l’Adriana Lecouvreur con la Olivero, per non parlare dei Vespri Siciliani, opera parecchio frequentata dal questo direttore che ne ha inciso anche la versione francese, oltre quella con la Cerquetti). Direttore dalla grande esperienza e vasto repertorio, non personalissimo forse, ma senz’altro più accurato di certi suoi colleghi coevi e che, per questo motivo, ci offre un Don Carlo in cui pur non essendo tutto ‘oro colato’ (specie per alcuni elementi del cast), non ascoltiamo trasandatezze e superficialità di altre edizioni le quali, per giunta, presentano tagli ancor più ampi di quanto Rossi ne pratichi qui (scompaiono la seconda parte di «Carlo ch’è sol il nostro amore» e di «Non pianger mia compagna», nonché la sezione centrale – che inizia da «Si l’eroismo è questo…» – dell’ultimo duetto tra Elisabetta e Don Carlo e qualche passaggio corale dell’Autodafé dove si sente la ‘ricucitura’; tuttavia il duetto «Io vengo a domandar grazia» e il Terzetto Eboli-Carlo-Posa del giardino nel II atto sono eseguiti nella loro interezza). La versione è in quattro atti secondo la prassi più diffusa del tempo, almeno in Italia e aggiungo che questo titolo verdiano è stato uno degli spettacoli dati a Vienna e diretto proprio da Rossi nel ’57 con la Goltz e la Mödl. L’orchestra della RAI si comporta bene ed egualmente il coro e la ripresa fonica è buona e perciò la presenza di questa edizione può essere salutata con certo motivo di interesse più storico che artistico, come ulteriore documento della prassi esecutiva del tempo. Rossi crea atmosfere giuste per i vari episodi (davvero molto nitida, sebbene un po’ troppo rapida, l’introduzione alla II scena del I atto precedente la Canzone del Velo, morbida e sensuale l’introduzione della scena del giardino al II atto e fastosa la scena dell’Autodafé in cui è efficace la contrapposizione, senza caricare le tinte, tra la pomposità e la lugubre nenia dei frati che portano i giustiziati) tanto liricheggianti quanto più scopertamente drammatici. Inoltre con alcuni elementi del cast, Rossi offre momenti interessanti (cito due esempi: è il monologo di Filippo II in cui è forte l’intesa con Christoff che, per un momento, si libera dalla sua corona di zar per assumere i tratti del monarca occidentale e l’introduzione a «O Carlo ascolta» nella scena della morte di Posa). Insomma una direzione davvero apprezzabile, anche se latita la dimensione di mistero richiesta da alcune scene (l’iniziale e la finale dell’opera) e in alcuni punti i tempi sono, piuttosto ed immotivatamente, stretti come accade quando accompagna Posa nella frase «O Signor di Fiandra arrivo» e quel che segue.
Il cast presenta luci ed ombre, ma i componenti sono accomunati da un limite: la diffusa (ma non totale) scarsità di sfumature e di cura di dettagli che facciano emergere i diversi caratteri dei personaggi. È un Don Carlo che tende alla sommarietà vocale, anche quando i suoni sono gradevoli.
Luigi Ottolini è un tenore che ho udito dal vivo nelle mie prime frequentazioni operistiche (Don Josè in Carmen con la Cossotto e la Pilou alle Terme di Caracalla negli anni ’70, opera diretta da De Fabritiis): ero chiaramente inesperto e attualmente ne ho un ricordo limitato agli acuti che furono belli. In seguito ho approfondito il personaggio notando come il suo repertorio aveva diversi ruoli talvolta anche onerosi: Radames, Manrico, Fernando, Ismaele, Osaka, tenore nel verdiano Requiem, quindi un lirico-spinto e talvolta drammatico. Del resto, quanto si ascolta qui non è deludente: il cantante vanta un timbro giovanile, dizione scandita, buon gioco negli acuti e, tutto sommato, offre dell’Infante l’immagine di un bel giovanottone. Tuttavia abbiamo errori di lettura (ripete la frase «È voce che nel chiostro appaia ancor»), scansione delle frasi (affrettata, ad esempio, l’esecuzione di «La mia sventura apprendi…»), poco senso delle sfumature e dei piani (la ripresa in piano di «Dio che nell’alma infondere» è, invece, a gran volume…). Ad Ottolini la grinta non mancava per cui l’udiamo disinvolto e impetuoso nello scontro con Filippo II nella piazza di Nostra Doña di Atocha e l’ardua frase «Io qui lo giuro al ciel! Sarò tuo salvator popol fiammingo io sol» è superata molto bene. Bravo anche nelle effusioni sentimentali.
Nel 1961 due cantanti di quest’edizione ricomparvero in quella effettuata in studio dalla DGG e diretta da Santini con i complessi scaligeri, ossia Bastianini e Christoff che hanno legato, in diverse rappresentazioni, il loro nome rispettivamente a Posa e Filippo II. Il baritono senese vanta gran voce, poche sfumature, poca eleganza in molte frasi proprio per un eccesso di volume a volte inutile («Questa è la pace che voi date al mondo…» con suoni scagliati e rozzi arrivato a «si allieti il mondo! Date la libertà!») e punta attenzione alle indicazioni di piani, sfumati ecc. In tal senso, la morte di Posa – specie nella seconda parte – è monotona, oltre a presentare in alcune frasi una buona dose di superficialità. Inoltre, in alcuni punti, percepiamo la sensazione di ingolfamento (chiusa del quartetto del III atto con Eboli, Elisabetta e Filippo). Bellissimo però l’attacco in piano di «Carlo ch’è sol il nostro amore»: potremmo definirlo momento magico, ma forse l’unico di tutta l’esecuzione; tuttavia, più avanti, si resta delusi in quanto il trillo di «fa vizzo il fior» è sommario e poco scandito. Dopo una iniziale impressione positiva dal volume e dalla gestione del suono nel settore medio-alto propri di questo baritono, tendendo l’orecchio si percepiscono fibrosità e durezza (cf. alcune frasi del terzetto di apertura del II atto come ad esempio «M’ispirerà il Signor») unite a certa nasalità. Un Posa monotono ed impreciso nonostante il bel timbro.
Per quanto riguarda Christoff è nota la fama procuratasi con il personaggio di Filippo II, ma il basso bulgaro non ha mai rinunciato a sovrapporre a questo monarca non l’ombra di Samuel (come dice l’Inquisitore), ma quella di Boris Godunov. In tante edizioni (in studio e live) che disponiamo di Don Carlo nelle quali questo cantante figura, troviamo un’esecuzione del monarca spagnolo nella quale non latitano certo la quantità della voce oppure il cipiglio austero e dominatore – fattori senz’altro positivi – ma neppure ci vengono risparmiati un tipo di canto tipicamente slavo che si traduce in una articolazione esotica, unita poi a veri momenti di esagitazione e ciò è negativo. Inutile dire che, non poche volte, ascoltando il suo «Ella giammai m’amò» si è tentati di istituire un parallelismo con la scena della pendola della vicenda dello zar russo. Questo tipo di esecuzione se, da un lato, può colpire ad un primo ascolto, alle lunghe stanca perché Christoff abbonda di inchiostro (che sa di stantìo) con il risultato della monotonia (difetto che a mio avviso colpisce tutto il repertorio italiano di Christoff). In questa edizione la combinazione dei difetti forse gli accade di meno (ne fanno fede ad esempio alcuni passi del duetto con Posa del I atto in cui Christoff è davvero superiore per varietà a Bastianini, oppure, come detto, allo stesso monologo di apertura del III atto), ma ci sono comunque momenti in cui la magniloquenza è espressa con accenti che si non discostano dal ‘modello Godunov’, senza contare l’esagitazione in altri (ad esempio lo scontro con la regina nel III atto coronato da un «Soccorso alla regina» davvero brutto), oppure un’articolazione della frase non certo ideale, oppure ancor più certa superficialità (la difficile frase «Dunque il trono piegar dovrà sempre all’altare» è un po’ affrettata). In sostanza, anche qui abbiamo una raffigurazione di Filippo II monumentale, ma anche monotona e genericamente tremenda. Personalmente gli ho sempre preferito Siepi e, successivamente, Ghiaurov: meno artefatti, più spontanei e senza per questo rinunciare alla grandiosità.
La Roberti, non è nuova a questo titolo (avendolo cantato l’anno precedente a Chicago con Tucker, Christoff, Gobbi e la Simionato sotto la direzione di A. Votto e di cui esiste testimonianza audio) ma evidenzia un persistente vibrato che non gli permette di governare la voce nei vari assottigliamenti della parte (ce ne accorgiamo nel «Non pianger mia compagna» ed in alcuni passaggi propri di Elisabetta del quartetto «Ah sii maledetto sospetto fatal» del III atto, oppure in «Ma lassù ci vedremo», nel IV atto, dove certi suoni risultano addirittura vetrosi e stridenti), la dizione è buona, ma non riesce a nascondere l’accento inglese, tanto da approdare a momenti imbarazzanti in frasi come «Giusto ciel la vita già manca…» oppure «morir d’affanno, morir d’amore» nel duetto del I atto, tanto per fare un paio di esempi. Tuttavia la voce è sostanzialmente robusta e offre momenti di interesse: l’unico momento di rivolta dell’infelice regina (il «Giustizia, giustizia Sire» del III atto) è reso con grinta e agitazione. Nell’ultimo atto, il «Tu che le vanità» è attaccato bene con la giusta autorità regale all’inizio, mentre verso la fine diverse frasi sono un po’ tirate via, oppure sono, agogicamente e ritmicamente, poco esatte. Una raffigurazione piuttosto alterna, anche se non censurabile in toto.
Anna Maria Rota era una cantante che ha avuto una certa notorietà teatrale e discografica, ma il personaggio dell’intrigante Eboli le sta piuttosto scomodo. Appena entra («Tra queste mura pie…») si sente una voce piuttosto opaca e in possesso di fiati corti specie in alto (si vedano le conclusioni della Canzone del velo e vari passi dell’«O don fatale», in cui, fra l’altro l’arduo do bem. di «ah ti maledico» è gridato) scarsa incisività di accento, poca cura dei particolari (piani e pianissimi poco rispettati), sebbene non sia censurabile nel gioco belcantistico imposto dalla Canzone del Velo. Talvolta picchia nelle frasi ed è volgare («Se il tuo cor vorrai a me dar in dono» nella Canzone del Velo). Rivela poi una personalità piccina nel Terzetto scontro della scena del giardino, per mancanza di grinta e passionalità e quando prova a simularle è verista (alcune frasi del duetto-confessione con Elisabetta nel III atto), oppure è esagitata (l’entrata al III atto: «Ciel! che mai feci! Ahimé») e fortemente imprecisa (chiusa dell’«O don fatale»).
F. Mazzoli non canterebbe male, ma è inferiore alle richieste vocali ed interpretative dell’Inquisitore: nell’impegnativo duetto con Filippo II manca di autorità e misteriosità e anche nelle due successive apparizioni (finale III: l’imperioso «Vi prostrate» è davvero minuscolo e finale IV) non desta nell’ascoltatore quel sacro terrore proprio di un personaggio che marca a fondo, più dello stesso Filippo II, il momento scenico. Monreale si limita a cantare non male, ma anche senza troppo mistero, l’emblematica parte del Frate-Carlo V. La Vannini è un pigolante e, a volte, lezioso Tebaldo. M. Carlin è molto bravo e offre scandita dizione nei due piccoli ruoli che ricopre. La Rosa è una Voce celeste molto dolce (forse caramellosa), ma esatta, nitida e precisa.
La registrazione è buona e dev’esser stata effettuata negli studi della RAI a porte chiuse; non si sentono applausi, ma solo un rumore di passi allorquando inizia il duetto Filippo II-Inquisitore. Ridotto al minimo il fascicoletto della confezione con la sola indicazione dei tracks. In copertina una foto di Christoff.

Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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