Mercoledì, 13 Dicembre 2017

Turandot

Aggiunto il 08 Gennaio, 2010


GIACOMO PUCCINI
TURANDOT

• Turandot ANNA DE CAVALIERI
• Calaf GIANFRANCO CECCHELE
• Liù LYDIA MARIMPIETRI
• Timur ELIO CASTELLANO
• Altoum MARIO BINCI
• Ping GIUSEPPE VALDENGO
• Pang MINO (MARIO?) CARLIN
• Pong TOMMASO FRASCATI
• Il Mandarino GIANDOMENICO ALUNNO


Coro della RAI di Roma
Chorus Master: non indicato

Orchestra della RAI di Roma
FERRUCCIO SCAGLIA

Luogo e data di registrazione: Roma, 15 dicembre 1965
Ed. discografica: Opera d’Oro, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: sostanzialmente un suono più che accettabile

Pregi: l’onestà della direzione, la Liù della Marimpietri, le tre maschere e il Mandarino

Difetti: Turandot, Calaf e l’Imperatore

Valutazione finale: images/giudizi/discreto.png

Casualmente mi sono imbattuto in quest’edizione che non conoscevo e visto che non era particolarmente impegnativa per il portafoglio, l’ho acquistata anche per la preferenza assoluta che nutro per il capolavoro pucciniano. La prima impressione che ne ho tratto è la seguente: questa è un’edizione che giustifica il rivolgersi a determinati cantanti negli anni ’60 per i ruoli di Turandot e Calaf e la loro permanenza in essi. Mi riferisco segnatamente alla coppia Nilsson-Corelli che l’hanno eseguita quinci e quivi. Diciamo subito che l’aspetto deficitario di quest’edizione è proprio nella coppia dei protagonisti che eseguono, ma non lasciano segno storico. La resa audio è buona, si sente tuttavia dall’impostazione generale che si tratta di un’esecuzione in forma di concerto. Scaglia dirige con buon mestiere e la sua è una condotta che non si propone traguardi di chissà quale approfondimento psicologico attorno ai personaggi, oppure la grandiosità dove la partitura richiede. Ciò lo si nota in quella sorta di Interludio I-II scena: ordinata, ma dimessa l’esecuzione nella prima parte, mentre nel prosieguo si anima con la comparsa del coro, ma sempre senza strafare. Qualche lentezza qua e là si avverte (l’accompagnamento alle battute corali «Ecco Ping, Ecco Pong, Ecco Pang»).
Insomma una direzione che mostra un generico calore, gioco facile nei momenti più colloquiali (la I scena del II atto, quella dei ministri è molto buona), non fa brutture ed accompagna i cantanti tenendo conto delle loro luci ed ombre. Il Coro si adegua e abbiamo un’esecuzione piacevole, anche se non memorabile, perché è innegabilmente datata. Fra i cantanti al primo posto collocherei la Liù della Marimpietri e il trio dei ministri. La Marimpietri resta nei miei ricordi di frequentatore di teatro perché è stata la prima Liù che ho ascoltato qui a Roma alla metà degli anni ’70 accanto al giovane Martinucci (Turandot era una certa Kazue Shimada ‘di cui non ho avuto più contezza’, parafrasando il Cammarano de Il Trovatore). Qui siamo un decennio prima e questa Liù è tutta da ascoltare: voce non carnosa, ma minuta, precisa, gentile e, al contempo, resistente e tale da offrirci le sue due arie eseguite molto bene. Notevole è anche la duttilità con la quale, nel confronto con Turandot (III atto: «Tanto amore…») la Marimpietri dipana filature e finezze varie. Insomma interprete sensibile e commovente come si addice al personaggio che, in questa vicenda, stava più a cuore allo stesso Puccini rispetto alla principessa cattiva. Tra i ministri, invece, incontriamo l’illustre nome di G. Valdengo che canta con la proprietà che sappiamo. Questo trio di ministri, passato il I atto dove non si astiene dalla risatazza caricaturale di risposta a Calaf, eseguono una delle migliori scene iniziali del II atto. Merito è anche di Scaglia che lascia liberi di esprimersi i tre cantanti, (specialmente nell’unisono «Ho una casa nell’Honan») tanto che è un vero peccato il taglio dell’inciso «Ne abbiam visti arrivar degli aspiranti», per cui si riprende a «Vi ricordate il principe regal di Samarcanda», perché l’intera scena è davvero piacevole e spira un’atmosfera di simpatica familiarità.
Degli altri cantanti è possibile dire che è partecipe come interprete, ma vocalmente solo dignitoso il Timur di Castellano, che tuttavia indulge un po’ all’eccesso alla morte di Liù. Binci (l’Ismaele del Nabucco RAI del ’51 con la Mancini e Silveri) nel dialogo Altoum-Calaf è un fiacco imperatore, floscio nell’espressione, ritraendo un vecchio vinto e sostanzialmente remissivo, ma ciò lo rende anche molto monotono. Non si anima neppure alla frase «Straniero, ebbro di morte e sia» che dovrebbe avere un certo carattere intimidatorio. Del resto, anche Cecchele in questo momento dell’opera è piuttosto privo di piglio eroico ed ardimentoso nel riaffermare (3 volte! Mica una!!!) di voler affrontare la prova. Poco da dire sulla sostanziale correttezza di Alunno come Mandarino. Veniamo ora ai protagonisti: riprendiamo il discorso su Cecchele, il quale non è un Calaf storico in un tempo in cui la presenza e l’egemonia di Corelli in questo ruolo era rilevante. Manca l’epicità (anche se tiene l’acuto del terzo «Turandot» nel Finale I, ma il suono manca di forza percussiva e sonorità), e in basso alcune frasi si odono a fatica. Certa carenza di epicità la riscontriamo anche nella scena degli enigmi quando il tenore accenta il «Rinasce, rinasce in esultanza…» e quel che segue, privo di baldanza, ma ciò appare in altre frasi successive. Va dato merito a Cecchele di optare per la variante acuta di «Ti voglio tutta ardente d’amore» e riuscire bene nell’impresa, ma resta sempre uno squillo gentile e poco perentorio. Nel III atto il «Nessun Dorma» è corretto ma certo non avvince e non ha l’ansia febbrile del momento, né esprime la certezza della propria vittoria in termini di grandiosità e non certo la riacquista nel duetto di Alfano, privo poi del grande arioso «C’era negli occhi tuoi» e delle battute che seguono. Un Calaf non malvagio è vero, ma non da inserire nella schiera dei grandi tenori che hanno eseguito il ruolo.
Da ultimo la De Cavalieri, una Turandot molto old style nel senso deteriore del termine: la voce è consistente, ma mal gestita e con una predisposizione all’enfasi che si serve di una pronuncia aperta ed un accento caricato. Di qui fraseggi piuttosto forzati nel monologo «In questa reggia», che poi scadono, a tratti, nel parlato poiché l’espressione manca di nerbo o se la cantante tenta di esprimerlo scade in maniere veriste. A ciò corrisponde un’assenza di quella perentorietà di squillo che Turandot dovrebbe avere anche perché in alcuni punti il suono – specie in basso (cf. la frase «No, mai nessun m’avrà») – appare chioccio. È chiaro che le note più estreme sono sfiorate o poco tenute; un esempio per tutti: della frase «e del tramonto il vivido bagliore» dire che è appena accennata è un complimento. Tutto questo, unito alla genericità del Calaf di Cecchele fa sì che la scena degli enigmi risulta piuttosto spenta e priva di quel trionfalismo che è necessario. In seguito il grande ed arduo assolo «Figlio del cielo non gettar tua figlia» è portato avanti al rallentatore e non è privo di accenti sguaiati o urlati nelle battute che seguono: «Non guardarmi così… non sarò tua …, Non mai nessun m’avrà» dopo la perorazione di Turandot ad Altoum. In sostanza, una sorta di Santuzza col mantello dorato, con l’aggravante – ma questa è solo una mia idea – che la Scacciati, tipica cantante verista in voga oltre trent’anni prima di quest’edizione della De Cavalieri e dalla quale ci si sarebbe attesi chissà quale enfasi, ci ha offerto un «In questa reggia» (in coppia con il grande Merli), alieno da quell’insieme di effetti che qui si odono.
Essendo un ‘live’ gli applausi ci sono, ma non fragorosi. Un segno forse che il pubblico era cosciente del fatto che per ascoltare una Turandot più plausibile era necessario rivolgersi ad altri esecutori che le donavano il carattere eroico, importante ingrediente (ma non unico), di questo capolavoro del teatro musicale del Novecento. Ciò ci conduce ad un’ulteriore riflessione valida per noi oggi: ogni epoca ha avuto le sue ombre; ieri come oggi si è ripetuta la rituale ed usurata frase: ‘ma una volta si cantava meglio’. Il resto traetelo voi…
Luca Di Girolamo

Categoria: Dischi

 

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