Sabato, 19 Settembre 2020

Parsifal

Aggiunto il 10 Luglio, 2007


Richard Wagner
PARSIFAL

• Amfortas FALK STRUCKMANN
• Titurel AIN ANGER
• Gurnemanz FRANZ-JOSEF SELIG
• Parsifal PLÁCIDO DOMINGO
• Klingsor WOLFGANG BANKL
• Kundry WALTRAUD MEIER
• 1° Gralsritter BENEDIKT KOBEL
• 2° Gralsritter IN-SUNG SIM
• 1° Knappe DANIELA DENSCHLAG
• 2° Knappe JANINA BAECHLE
• 3° Knappe JOHN DICKIE
• 4° Knappe PETER JELOSITS
• Blumenmädchen INNA LOS, BORI KESZEI, ANTIGONE PAPOULKAS, SIMINA IVAN, ILDIKÓ RAIMONDI, NADIKA KRASTEVA
• Stimme von oben JANINA BAECHLE

Chor der Wiener Staatsoper
Chorus Master: Ernst Dunshirn

Orchester der Wiener Staatsoper
CHRISTIAN THIELEMANN

Luogo e data di registrazione: Wien, Staatsoper, Giugno 2005
Ed. discografica: DGG, 4 CD a prezzo pieno

Note tecniche: suono ampio, molto ben bilanciato

Pro: una versione complessivamente ascoltabile con piacere

Contro: un tuffo in un ancien régime interpretativo

Valutazione complessiva: images/giudizi/discreto-buono.png

Il “perfect wagnerite” (definizione di G.B. Shaw) di buona memoria che si accosti all’ascolto di questi dischetti avrà un tuffo al cuore, credendo di aver riscoperto una qualche direzione live di Solti andata sinora perduta. Invece no, è proprio quel Thielemann che aveva mosso i primi passi come assistente di Karajan ma che dimostra, con le sue sonorità turgide e piene di rubati vintage, di non aver preso proprio nulla in prestito dal Maestro.
Se questo è il nuovo che avanza, c’è quanto meno da rimanere perplessi: Domingo come Parsifal è una scelta audace come John Wayne in un western, ma tutto sommato è alla seconda comparsata in disco ufficiale; ancora niente, quindi rispetto alla Meier, giunta alla sua sesta (!) Kundry disco e video; il tutto immerso in una colata sinfonica tardoromantica in puro stile “Peccati di Peyton Place” condita alla grande da un direttore che fa sembrare innovatore persino un Barenboim.
Tutti coloro che si entusiasmarono a suo tempo per le frammentazioni e i campionamenti audio di Karajan nella celeberrima incisione del 1980 (mamma mia! Sono passati quasi trent’anni!) devono adesso fare i conti con un ritorno ad un ancien régime che guarda non già alla scabra severità espressiva con cui Knappertsbusch snelliva le proprie campate, bensì al turgore tardo-romantico di Solti o, peggio, a quello pompier e piccolo-borghese di Levine, due grandissimi direttori anche e soprattutto nel repertorio wagneriano, ma che hanno sempre visto in quest’opera un’occasione per celebrare una specie di Messa Solenne.
Con ciò non staremo a strapparci i (pochi) capelli di fronte alla mancanza di idee particolarmente originali: ammesso che ci si possa divertire nell’ascoltare il Parsifal, questa ne è una buona edizione, di quelle che si possono ascoltare con piacere, cantata bene e diretta complessivamente in modo affidabile.
Ci si può accontentare?
Sì, se non se ne conoscono altre edizioni classiche e, se vogliamo, più illuminanti anche nello stesso filone interpretativo.
No, se ci si aspetta di andare oltre nel percorso esecutivo di quest’opera, specialmente oltre un quarto di secolo dopo un’edizione paradigmatica che aveva cambiato le carte in tavola (ci riferiamo sempre ovviamente a quella di Karajan).
Thielemann ci aveva favorevolmente colpito nel Tristan, ove adottava un eloquio semplice, franco, che arrivava senza fronzoli diretto allo scopo; qui invece, forse contagiato dalla retorica del Grande Evento (tre sole recite super-annunciate e super-esaurite) si sente di allungare eccessivamente il brodo con una direzione che sembra realmente vecchia di una trentina d’anni: turgido romanticismo, grandi rubati (nemmeno stessimo ascoltando un concerto di Capodanno dalla Sala degli Amici della Musica) e giusta enfatizzazione di tutti i momenti più roventi: per esempio tutto il secondo atto e il racconto di Amfortas. Non solo: canto splendidamente accompagnato (il che, come ognuno ben sa, non è merce di tutti i giorni). E allora, si dirà? Non basta? Nossignori: da un direttore come Thielemann, giovane, lanciato dallo star system, giustamente pompato dalle holding discografiche, qualcosa di più e di diverso è lecito aspettarlo. Stiamo pensando alla miniaturizzazione tentata da Boulez e realizzata, meravigliosamente e con maggior compiutezza, da Karajan, ottenendo così un addensamento emotivo che raggiunge quella spiritualità tanto cercata dall’Autore nella sua ultima, grande riflessione. A cosa ci serve tutto questo clangore, questo pestare sulla grancassa, questo rilievo dato ai fiati e alle percussioni? Emozioni epidermiche che non riescono ad arrivare al cuore del problema.
E questo atteggiamento direttoriale si riflette inevitabilmente anche sui cantanti.
Prendiamo il personaggio di Amfortas: siamo d’accordo che Struckmann non ha il magnetismo di Van Dam, cui bastava aprir bocca e sussurrare i tormenti di Amfortas per farcene vedere tutto l’abisso di orrore; ma qui siamo veramente in un ambito di esteriorità talmente smaccata da essere persino didascalica.
Domingo…domingheggia: il personaggio gli è sempre stato congeniale, non si discute; lo ha portato in scena talmente tante volte da identificarvisi senza particolari problemi; ma la sua stagione migliore è sicuramente finita e siccome non è più il caso di cercare di rendere una gioventù del personaggio che, nella migliore delle ipotesi, sembrerebbe posticcia, il Nostro si rifugia negli anfratti sicuri che da anni ormai costituiscono croce e delizia degli appassionati: eloquio maschio, latino, brada comunicativa e tutti quegli altri trucchi cui programmaticamente rinuncia – per esempio – nella registrazione del Tristan con Pappano che infatti risulta tanto più singolare e coinvolgente.
La Meier ha sempre l’autorità e il carisma dell’interprete di gran classe; ma l’accesso alla sesta incisione di Kundry sarebbe giustificato da qualche elemento di reale interesse che qui, oggettivamente non c’è. Intendiamoci: la Meier canta benissimo come al solito. Però il medium comincia a suonare spesso un po’ afono (gli acuti, in compenso, sono ancora sfolgoranti); la fatica si sente spesso; l’eloquio ha un che di risaputo nel proporre la solita maliarda dalla sessualità estroversa. Insomma, nulla che getti una luce nuova sul personaggio.
Note interessanti invece da Gurnemanz, qui interpretato da un Selig che suona molto più giovanile ed estroverso rispetto ai soliti monumenti pontificanti; e da Bankl, un Klinsor più sussurrato del solito.
Complessivamente quindi un prodotto che non si fa preferire a nessuno dei grandi classici, e che costituisce un netto passo indietro nella Storia dell’esecuzione wagneriana. Ci si può accontentare perché alla fine tutto suona pulito e carino, ma rimaniamo piuttosto freddi

Categoria: Dischi

 

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