Sabato, 19 Settembre 2020

Don Giovanni

Aggiunto il 30 Giugno, 2007



Wolfgang Amadè MOZART
DON GIOVANNI

• Don Giovanni THOMAS HAMPSON
• Leporello ILDEBRANDO D’ARCANGELO
• Commendatore ROBERT LLOYD
• Donna Anna CHRISTINE SCHÄFER
• Don Ottavio PIOTR BECZALA
• Donna Elvira MELANIE DIENER
• Zerlina ISABEL BAYKDARIAN
• Masetto LUCA PISARONI


Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor
Chorus Master: Thomas Lang

Wiener Philharmoniker
DANIEL HARDING

Regia di:
MARTIN KUŠEJ

Luogo e data di registrazione: Salzburg, Großes Festspielhaus, 11-15/8/2006
Ed. discografica: Decca, 2 DVD

Note tecniche sulla registrazione: ottima definizione di immagine e di suono

Pregi: Hampson, D’Arcangelo e Schäfer

Difetti: la direzione di Harding; qualche caduta di gusto nella regia

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo.png

Nel contesto delle celebrazioni del 2006 per il 250° dalla nascita di Mozart, il Festspielhaus di Salisburgo, che aveva concluso l’era di Mortier quale direttore artistico, sotto la guida del successore Peter Ruzicka assunse l’impegno di mettere in scena contemporaneamente tutte le opere del Genio di Salisburgo.
Le produzioni, raccolte poi in 22 DVD, non sono tutte nuove; questa di Kušej, per esempio, aveva già debuttato – e con moderato successo – nel 2002; alcune poi sono co-produzioni; però sicuramente apparve lodevole l’impegno di festeggiare adeguatamente la ricorrenza.
Per restare al Don Giovanni, la direzione doveva essere di Nikolaus Harnoncourt, che però si vide costretto a rinunciare per altri impegni, condizionando così il passaggio di consegne a Daniel Harding, per il quale il costante attributo di “stella nascente” comincia ad essere un po’ fuori luogo: ormai, a torto o a ragione, è da un bel po’ di anni che è sulla breccia e sarebbe anzi ora di capire esattamente quale sia la sua reale dimensione artistica; cosa che, tanto per essere chiari, qui non accade.
Il cast vocale di questa registrazione è costituito quasi integralmente da personaggi ben noti agli appassionati, e che non hanno bisogno di particolari presentazioni. Fa eccezione, tutto sommato, la sola Isabel Bayrakdarian che peraltro, del lotto, è sicuramente la meno convincente.
L’impressione globale è che manchi un disegno esecutivo preciso dalla buca dell’orchestra, che è un po’ allo sbando sotto la guida di ben poco nerbo di Harding, che – almeno in questo contesto – non palesa i meriti di cui è accreditato in genere, e nel Don Giovanni in particolare, opera di cui passerebbe per essere l’esegeta principale dei nostri tempi.
A parte la scelta dell’orchestra dei Wiener nel pieno della loro possanza, in tempi come questi che invece sono caratterizzati da organici ridotti sotto la spinta delle orchestre “con strumenti originali” (lo stesso Harding aveva appena inciso un Don Giovanni con la Malher Chamber Orchestra, pervenendo a risultati ben più convincenti), non si riesce proprio a scansare l’idea che il direttore non sappia da che parte porsi. Costanti variazioni dell’agogica comportano uno sbandamento ritmico rilevante e lontano le mille miglia dall’algida eleganza che le immagini patinate e glamour di Kušej e dello scenografo Martin Zehetgruber sembrano voler suggerire. E questo scollamento fra quello che avviene sul palcoscenico e la buca dell’orchestra ci sembra essere la pecca più grave di uno spettacolo che invece, per parte sua, avrebbe diversi motivi di interesse. L’allestimento scenico, per esempio: è molto semplice – come costuma oggidì – ed è costituito da una struttura bianca in guisa di parete multi-panel che ruota “alternando nuovi aspetti ai consueti” e che, grazie all’ottimo lavoro di uno splendido light designer (e sappiamo benissimo quanto sia importante questo lavoro nel teatro d’opera d’oggi) crea effetti stilizzati molto suggestivi. L’eleganza formale, anche un filo glamour, getta una luce di distacco che richiama in pieno l’atteggiamento di Don Giovanni di fronte alle vicende che lo circondano: non c’è passionalità, cupidigia o rapacità in questo personaggio che la storia ha tramandato come un predatore protervo. Anzi: è un dandy un filo british che se deve uccidere (come nel caso del Commendatore) lo fa con un senso di inevitabilità ma senza una vera partecipazione emotiva, e che seduce con insinuante delicatezza ma senza vera bramosia, in modo molto cerebrale. L’atteggiamento di Hampson (davvero bravo, ad onta di qualche problemuccio vocale non proprio dissimulabile) richiama alla memoria il Valmont creato da John Malkovich ne “Le relazioni pericolose”, che seduce senza vera passione ma quasi per obbligo. Un protagonista fatuo, vanesio, cinico, che non afferma in modo prepotente la sua presenza ma che anzi cerca continuamente di sfumare, di nascondersi, giocando molto sulla complicità con la sua anima nera, Leporello, in un connubio che era già stato evidenziato da altri registi ma mai con questa evidenza, al punto di sostituirsi al suo servo nell’inizio dell’arietta di ingresso di questi: “Notte e giorno faticar” è appunto principiata da Hampson mentre arriva di corsa un trafelato D’Arcangelo che…si tira su la cerniera del pantaloni, avendo evidentemente appena terminato quel tipo di attività che invece desidererebbe praticare Don Giovanni; e, al termine, sarà proprio Leporello, e non la tradizionale voragine infernale, a porre fine ai giorni di Don Giovanni con una prosaica coltellata inferta con l’onnipresente spada che ha ucciso il Commendatore e che i personaggi si passano di mano costantemente per tutta l’opera. Altra presenza costante in questa narrazione è quella delle donne: ora vecchie e laide (nella scena del Cimitero, sotto l’occhio inquietante del Commendatore), quasi degli zombie alla Romero; ora belle e discinte, come nella scena finale, ma terribilmente fredde e del tutto insensibili al tocco di Don Giovanni che sembrerebbe volersi aggrappare a loro per sfuggire alla fine incombente. Sono loro che accompagnano il Commendatore verso il fondo del proscenio, arredato con una porta dorata, e sembrano un gruppo di soubrette che fanno ala al presentatore del Grande Show della Morte di Don Giovanni; solo che le donne si sono guadagnate quel paradiso cui anela il seduttore, che cerca disperatamente di inseguirle (è una scena ricca veramente di effetto), mentre Leporello lo trafigge.
Di fronte alla potenza sovrumana di questo protagonista, mai apparso così solo davanti all’ineluttabile (e la scena finale, da questo punto di vista, è mirabilmente costruita da Kušej: Don Giovanni seduto ad un tavolo spoglio, immerso in un gelo bianco, abbacinante, in cui cade Donna Elvira che fa il proprio ultimo disperato tentativo e che scappa terrorizzata non di fronte all’arrivo del Commendatore, bensì al tocco della mano del seduttore), ci sta l’umanità molto più variegata e colorata dei suoi compagni di avventura, tutti soggiogati da lui. E lui li condisce, li blandisce, li vezzeggia e li maltratta a seconda dell’esigenza, usando una benda nera – oggetto erotico – o la spada. Complessivamente uno spettacolo ricco di spunti e convincente, questo di Kušej, che pure risente di alcune cadute di gusto come Donna Elvira che si annusa una scarpa (verosimilmente molto usata) mentre Don Giovanni dice”Mi pare di sentire odor di femmina”.
Venendo ai protagonisti, ribadito tutto quanto già detto di male sul direttore, ci piace (quasi) incondizionatamente Thomas Hampson, che di questo personaggio ha fatto ormai da anni una personalissima icona e che si cala alla perfezione nel ruolo che gli ritaglia Kušej: il suo è un predatore che richiama alla memoria Ted Bundy, il serial killer sorridente degli Anni Settanta, quello che si conquistava la fiducia delle vittime e poi esercitava su di loro il controllo. Il canto è sorvegliatissimo, spesso a fior di labbra, ma risente di fatiche dovute ad anni di frequenza nel repertorio più oneroso; in certi momenti la fatica proprio si sente. Non meno bravo Ildebrando D’Arcangelo, il cui Leporello ormai è assolutamente archetipico: canto e recitazione si fondono con una naturalezza persino imbarazzante. Ottimo Luca Pisaroni, irruente e confusionario come si conviene al suo personaggio. Quanto a Lloyd si apprezza sempre il notevole carisma di un cantante che ha contribuito ad un pezzo non banale della storia dell’opera, ma la forma non è più quella di una volta.
Ci colpisce molto favorevolmente Beczala, che dà spessore sia vocale che interpretativo al proprio personaggio: le sue arie sono due ottimi momenti dello spettacolo, anche se in “Il mio tesoro intanto” si sforza troppo di dare alla propria recitazione risvolti da macho che combattono in modo piuttosto evidente con la struttura araldica del brano.
Del terzetto femminile la migliore in campo è la Schäfer, splendida Donna Anna, credibilissima anche fisicamente, visibilmente tormentata e turbata, dal canto ricco di pathos e svettante.
Meno singolare Melanie Diener, che parte in visibile difficoltà ma che poi riguadagna credibilità anche se alla fine gli applausi nei suoi confronti sono piuttosto freddino. Decisamente poco convincente invece la Zerlina della Baykdarian, anche se non abbassa la quota generale di uno spettacolo complessivamente ben più che godibile

Categoria: Dischi

 

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