Sabato, 16 Gennaio 2021

Falstaff

Aggiunto il 10 Giugno, 2006


Di registrazioni di Falstaff ce ne sono veramente tante, alcune delle quali francamente indispensabili, altre non così preziose ma comunque meritevoli di un ascolto attento. C’era bisogno, quindi, di una nuova incisione? Come al solito, la risposta dovrebbe soddisfare alcuni requisiti: o si ha qualcosa di nuovo da dire in un campo in cui sostanzialmente si sa già tutto (è il caso del disco di Gardiner, per esempio), o si deve dare testimonianza di interpreti grandiosi su cui, peraltro, come al solito, la risposta definitiva si finirà per darla fra un po’ di anni. In questa incisione, piuttosto recente, che sembra essenzialmente rispondere alla seconda esigenza, gli elementi di indubbio interesse che dovrebbero invogliare il potenziale acquirente sono due: la direzione di Abbado e la presenza di quello che, attualmente, passa per essere il miglior interprete del grasso cavaliere.
Patatrac!…
Quanto ad Abbado, l’impressione principale che ho provato durante l’ascolto è un senso di fastidiosa irritazione. Il tono generale con cui viene narrata la vicenda è molto sostenuto e quasi costantemente accompagnato dalla grancassa, che i Berliner suonano con teutonico entusiasmo, soverchiando or quinci or quindi le voci che, invece, avrebbero bisogno per loro caratura intrinseca di ben altra orchestrazione. Il ritmo procede a strappi, senza un disegno narrativo che lo sostenga: difficile scorgervi il tema di scanzonata allegria che caratterizzava Solti (soprattutto la prima registrazione, che ai miei occhi acquista sempre più valore col passare del tempo), o la crepuscolare e sorridente malinconia che era la cifra essenziale di Giulini (ormai sempre più solo in cima al mia personalissimo cartellino, parafrasando Rino Tommasi). Persino Muti, con le sue frenesie e i suoi ritmi forsennati riesce ad essere più personale ed intrigante di questo guazzabuglio senza capo né coda proposto dal grande Maestro milanese che, evidentemente, sente quest’opera poco vicina al proprio temperamento. Certo, non mancano qui o là alcune bellurie, che però sembrano elaborate a tavolino, quasi per strappare l’ammirazione di chi, come chi scrive, continua a pensare con commosso affetto al Grande Maestro e alla splendida arte di cui è alfiere. Ricordo ancora con intensa emozione l’Elektra di Vienna del 1989: letteralmente incandescente, di una violenza debordante, vibrante di un’intesa perfetta e a suo modo irripetibile con regista e interpreti. Ma questo Verdi di fine carriera e con oltre ottanta primavere sul groppone non è Strauss, e forse vien da pensare che ormai Abbado, diventato il nostro più grande interprete del repertorio mitteleuropeo, abbia ampiamente sorpassato i confini della parola verdiana. Ne esce un lavoro poco o nulla interessante, letteralmente privo di poesia, con scarsa coesione fra cantanti e orchestra e poca o nulla intesa con gli interpreti vocali, in primis il protagonista.
E qui siamo al mistero più grosso, perché del Falstaff di Terfel ho sentito mirabilie, e da fonti più che affidabili, al di sopra di ogni sospetto e non tacciabili di partigianeria. Di questo fenomeno tanto decantato, qui, non c’è proprio nulla. Tanto per cominciare, la voce non ha in questo momento della sua carriera proprio niente del Ciccione. Si sente, qui, un guitto rabbioso che, di tanto in tanto, in una sorta di sussulto di nobiltà, ricorre ad un bislacco whispering (che, sia ben chiaro, non ha nulla a che spartire con la mezzavoce, che pure Terfel avrebbe nel suo bagaglio tecnico, ma che probabilmente è assai più impegnativa) che non si sente quasi mai, coperto com’è sistematicamente da un’orchestra che si mantiene costantemente sul forte. Il canto sillabato veloce semplicemente non esiste: in questo, tanto per stare a prove recenti e per non stare a scomodare i Grandi del passato, persino il tanto bistrattato Lafont dell’edizione di Gardiner gli è nettamente superiore. Il monologo dell’Onore è penoso, in un alternare isterico di grida rabbiose e di sussurri timbrati e non ascoltabili. L’incipit del terzo atto, che dovrebbe grandeggiare della nobiltà decaduta – ma pur sempre nobiltà vera – di Falstaff, risuona solo delle geremiadi di un povero clochard. Quella piccola parola – “buono” – che si riferisce al bicchiere di vin caldo portatogli dall’oste, dovrebbe letteralmente esplodere di gioia fanciullesca; in bocca a Terfel è una constatazione e null’altro. E non parliamo del monologo del trillo, vero capolavoro musicale non meno che testuale (uno di quei momenti in cui il genio di Verdi respira letteralmente in simbiosi con quello di Boito), latrato e berciato da un cantante che – credo – qui sia proprio ai suoi minimi storici. Si sarà preso troppo sul serio? Avrà creduto di riformare la storia interpretativa di Falstaff? Come che sia, non resta niente del Falstaff di Terfel, al termine dell’ascolto: e si spera, francamente, che questa sia solo una mancanza di comprensione di un ruolo che evidentemente non ha ancora potuto fare suo. Vedremo in futuro.
Quanto al resto del cast, non siamo messi molto meglio.
Ford si conferma uno di quei ruoli canaglia che necessitano di un grande cantante. Hampson, che solitamente mi soddisfa nelle sue prove, qui è decisamente a mal partito, anch’egli soffocato dalle bordate e dagli strappi di Abbado e troppo sussiegoso per dare credibilità al suo personaggio.
Danil Shtoda è a me altrimenti sconosciuto. Non compie nefandezze, per carità, ma nemmeno si segnala per qualche dote particolarmente convincente: il suo è il solito innamoratino languoroso e smanceroso che, forse, meriterebbe finalmente una maggiore dignità (basterebbe pensare alle prove di Florez o Filianoti per capire ciò che intendo).
Anatoli Kotscherga smette i panni di Boris per calarsi in quelli del ben più prosaico Pistola; dà l’impressione di divertirsi (almeno lui…), ma il dominio della parola italiana – che, sia detto per inciso, non ha nessuno dei cantanti presenti in quest’incisione, e che sarebbe viceversa importantissimo per venire a capo dei fonemi boitiani – sarebbe il minimo requisito in una particina come questa che, di sicuro, non gli offre molte possibilità interpretative.
Adrianne Pieczonka ha bella voce, ottima tecnica e globalmente buoni mezzi che la collocano nelle posizioni alte del panorama sopranile contemporaneo; ma, santa pace, come se la tira! La semplicità e il calore umano di Ilva Ligabue, per me la migliore Alice di sempre, stanno proprio su un altro mondo. Anche la Schwarzkopf era stata accusata dello stesso difetto, ma decisamente lì eravamo su un altro pianeta quanto ad espressività vocale. Non c’è scintillio, non c’è malizia, non c’è quella calda e languida sensualità di donna sì matura, ma ancora giovane e bella, che dovrebbe scaldare il cuore e…qualche altra regione anatomica del suo maturo spasimante. Che – è vero – punta alla borsa, ma che non disdegnerebbe fare una passeggiata sulla bella Alice. E ci vorrebbe tutto il coraggio di un vero Falstaff per scardinare quella cortina di gelo rappresentata da questa Alice…
Larissa Diadkova assomiglia sempre più a quella Obraztsova cui sembra chiaramente ispirarsi, ma non possiede il registro acuto al fulmicotone (peraltro, qui scarsamente sollecitato). E nemmeno lei brilla per partecipazione emotiva.
E così la migliore in campo appare la Röschmann, cantante davvero di rango, di dizione spigliata e interprete fresca e credibile, smorfiosa quel tanto che basta a pepare un’interpretazione che risalta crudamente a fianco dell’inerzia interpretativa altrui. La cantante è di razza, e lo ha già dimostrato in tante altre occasioni e in altro repertorio.
Così così gli altri, che passeggiano con indifferenza sulle rispettive parti.
Brutto Falstaff, davvero. Peccato.



Note tecniche: registrazione stranamente compressa, con rapporto voci-orchestra nettamente sbilanciato a favore di quest’ultima

Categoria: Dischi

 

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