Martedì, 23 Luglio 2019

Falstaff

Aggiunto il 22 Febbraio, 2010


Giuseppe VERDI
FALSTAFF

• Sir John Falstaff JEAN-PHILIPPE LAFONT
• Ford ANTHONY MICHAELS-MOORE
• Fenton ANTONELLO PALOMBI
• Dr. Cajus PETER BRONDER
• Bardolfo FRANCIS EGERTON
• Pistola GABRIELE MONICI
• Alice HILLEVI MARTINPELTO
• Nannetta REBECCA EVANS
• Quickly SARA MINGARDO
• Meg EIRIAN JAMES


Monteverdi Choir

Orchestre Révolutionnaire et Romantique
Sir John Eliot Gardiner

Luogo e data di registrazione: The Colosseum, Watford, Luglio 1998
Ed. discografica: Philips, 2 CD

Note tecniche sulla registrazione: qualità come registrazione in studio

Pregi: la direzione, qualche buona intenzione di Lafont e Mingardo

Difetti: tutto il resto del cast è un disastro collettivo

Valutazione finale: images/giudizi/mediocre-sufficiente.png


Non è per niente facile trovare la giusta misura in un’opera come Falstaff che – è bene ricordarlo – non è una pagliacciata da allestire con effetti da avanspettacolo, ma una cosa molto seria. È la storia di un uomo importante, un eroe che viene visto da Shakespeare e da Verdi alle prese con il tramonto della sua vita. È talmente difficile trovare la giusta misura che quasi nessuno mai c’è riuscito: ultimo, in tal senso, è stato Claudio Abbado che ha confezionato un’edizione talmente fracassona da risultare del tutto vuota di sale.
Sir John Eliot Gardiner riesce ad assemblare un po’ meglio la materia, grazie ad un’orchestra di eccezionale virtuosismo con cui lavora da anni, e il suono è un po’ più pulito e meno fracassone. Ma nemmeno lui sembra scegliere una direzione ben precisa; a volte è piuttosto superficiale; ma soprattutto ha la palla al piede di un cast in cui sembrano tornare ben pochi conti. Quindi, a conti fatti, prova ampiamente fallimentare.

Ma andiamo con ordine. Nell’intervista del booklet, anche il direttore britannico sembra prendere molto sul serio l’ultimo capolavoro verdiano. Chi parte con queste premesse, di solito, si prepara ad allestire una pizza; fu così anche con Giulini, che però ci mise una tinta melanconica e crepuscolare deliziosa che salvò in corner la performance. Qui, invece, a parte la presenza di qualche strumento inusitato ancorché previsto dalla partitura, si viaggia un po’ a spizzichi e bocconi. Buona l’idea della miniaturizzazione della frase che quindi non si disperde nel solito boato di grancassa; meno buona l’idea della frequente variazione ritmica ed agogica che fa perdere spesso la continuità del discorso musicale anche se, ad ascolto concluso, viene il dubbio che tale variabilità – che non è proprio farina del sacco di un musicista ferreo e rigoroso come Gardiner – sia imposta dalla scarsità del materiale vocale a disposizione. L’impressione globale è gradevole: l’orchestra – come detto – suona molto bene e con notevoli finezze soprattutto nei legni, qui particolarmente sollecitati. L’altro aspetto molto ben riuscito è l’accompagnamento al canto, veramente eccellente. Infine non si può negare a Gardiner una conoscenza talmente profonda della materia da tradursi in una vera e propria idiomaticità, alla faccia di chi sostiene che solo le orchestre e gli interpreti italiani siano autorizzati a rendere la crosta “padana” di questo Pari inglese rivisitato in salsa bussetana.
Ma – e qui sono costretto a spezzare una lancia a favore dei “vociologi” – l’opera la si fa con i cantanti, che qui mancano quasi in toto.
Si salva decisamente la Mingardo, sapida Quickly, dotata di ottimo canto ed esente da smargiassate poitrinées.
Si salva – solo in parte – Lafont. Il quale capisce l’importanza del suo personaggio e si sforza di capire le cose che dice e di dirle anche con garbo, humour e ironia; qua e là azzarda pure smorzature e mezze voci, ma la cosa finisce qui perché il suo Falstaff è, come quasi tutti, fondamentalmente grossier e privo di vero sale. Inoltre, a dirla proprio tutta, le intenzioni saranno anche buone ma il canto non è quasi mai esente da mende, magari non marchiane, ma comunque censurabili in una produzione come questa che si meritò il passaggio su disco.
Il resto è un disastro o giù di lì.
Ho sempre apprezzato il canto forbito e la tinta quasi algida di Michaels-Moore, ma qui è improponibile: equivoca completamente il personaggio, cerca di fare il pagliaccio e quindi la voce si strozza in mille tinte diverse, nessuna delle quali bella. Le intenzioni interpretative non sono mai interessanti.
Scritturare una Martinpelto per Alice Ford poteva essere un’idea interessante nell’ottica di rivedere il “Falstaff” da un’angolatura intellettualoide; il problema è che lei sembrerebbe probabilmente l’unica a crederci, contro a tutto il resto del cast. Il fraseggio poi è penoso: su questo specifico fronte non è mai stata un fulmine di guerra, ma qui tocca veramente il fondo. Non fa vibrare mai la corda della sensualità, della furbizia, della simpatia; e il canto poi appare francamente reprensibile, probabilmente per colpa della scarsa adesione al personaggio.
Altro semi-disastro è tale Rebecca Evans, che veste in modo querulo e petulante i panni di Nannetta. Insopportabile: nemmeno la Barbara Hendricks della registrazione di Giulini riusciva ad essere così scarsa di sale.
Taccio del suo pretendente, tale Antonello Palombi che, nel prosieguo della sua carriera, ha avuto i suoi 5 minuti di celebrità sostituendo in corsa Rototo Alagna che abbandonava la Scala subito dopo un fischiatissimo “Celeste Aida”. Niente di quello che fa ascoltare qui fa presagire la dotazione per un Radames, sia pure di seconda scelta. E più non dico.
Eirian James non si fa notare come Meg, ma del resto la parte è quello che è. Pessimi ahimè anche gli altri tre comprimari, per un’edizione di “Falstaff” davvero da dimenticare

Categoria: Dischi

 

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