Lunedì, 18 Febbraio 2019

Vespri siciliani

Aggiunto il 30 Giugno, 2007


Giuseppe VERDI
I VESPRI SICILIANI

• Guido di Monforte RENATO BRUSON
• Bethune GRAZIANO POLIDORI
• Vaudemont CARLO DEL BOSCO
• Arrigo VERIANO LUCHETTI
• Giovanni da Procida RUGGERO RAIMONDI
• Elena RENATA SCOTTO
• Ninetta NELLA VERRI
• Danieli GIANPAOLO CORRADI
• Tebaldo GIANFRANCO MANGANOTTI
• Roberto GIORGIO GIORGETTI
• Manfredo CARLO NOVELLI



Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Chorus Master: non indicato

Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
RICCARDO MUTI

Luogo e data di registrazione: Firenze, Teatro Comunale, 13/5/1978
Ed. discografica: Gala, 3 CD economici

Note tecniche sulla registrazione: buona, scarsi rumori di scena, presenza equilibrata di voci e orchestra

Pregi: soprattutto la direzione

Difetti: nessuno in particolare; è una delle edizioni di riferimento

Valutazione finale: images/giudizi/ottimo.png

L’amore del Cigno di Molfetta (come viene scherzosamente soprannominato Muti dagli appassionati più infingardi, sempre in bilico fra passione e odio) per quest’opera è notorio. La registrazione che presentiamo e che viene pubblicata dalla Gala con suono complessivamente buono, oltre che testimoniare l’ottimo feeling del Maestro col pubblico fiorentino in quegli Anni Settanta che lo videro padrone di casa al Comunale, è la prima testimonianza ufficiale disponibile della sua visione dei Vespri che, come vedremo, rimarrà sostanzialmente invariata nel tempo se dobbiamo giudicare dal live scaligero del 1989. Impetuosa, torrenziale, talora violenta, comunque sempre rapinosa: l’impeto barricadiero è sempre sottolineato in splendida evidenza, a ricordarci che il Risorgimento non era pratica ancora conclusa e che comunque faceva risuonare ancora forte la sua eco.
Ne deriva, per esempio, un rilievo fortissimo dato al personaggio di Procida, uno dei più noiosi e pestiferi mai usciti dalla fantasia verdiana, che viene qui affidato ad un Ruggero Raimondi ancora piuttosto integro vocalmente e discretamente fantasioso nel fraseggio che, se anche non risolleva il personaggio dalla convenzionalità di cui è intessuto, pure riesce a cavar fuori sprazzi interessanti puntando sull’alterigia e la spocchia.
Ma Vespri, opera sincretistica e abbastanza atipica nella produzione verdiana, che manca per di più di un protagonista singolo e possibilmente “diverso” che si ponga in contrapposizione al mondo che lo circonda (come avviene nei capolavori più rilevanti del Maestro di Busseto), non si regge sul solo Procida.
La stella della serata è Renata Scotto, classe 1934 (quindi all’epoca quarantaquattrenne), che aveva già debuttato Elena e che quindi ne conosceva tutti i rischi. Rispetto all’altro live disponibile del ruolo, quello di Milano nel 1970, la voce è probabilmente più usurata negli armonici ma molto più sicura nell’emissione e l’interpretazione ha verosimilmente raggiunto la maturità completa, sicché dobbiamo considerare questa come la sua Elena di riferimento.
È un’impersonificazione memorabile? Sì e no. L’interprete è aggressiva nel “Coraggio, su coraggio” del primo atto, languida eppure ricca di dignità in “Arrigo ah tu parli a un core” e memore degli antichi fasti nel canto di agilità nel bolero, però l’accento spesso dà l’idea di essere posticcio e probabilmente costruito a tavolino, oltre che mancare di quella freschezza d’espressione che, per esempio, avrà la Studer a Milano. D’altra parte sappiamo bene come sia difficile trovare la giusta misura per questo personaggio sostanzialmente troppo legato alle peculiarità della cantante (Sophie Cruwell) per cui fu creato; a tale proposito, val la pena di sottolineare che la Scotto riesce a rendere abbastanza bene la cadenza che conclude l’aria dl IV atto, quella picchiata in caduta libera dal do acuto al fa diesis sotto il rigo che mette sempre in crisi tutte coloro che vi si cimentano.
Accanto a lei l’Arrigo di Veriano Luchetti, più giovane di lei di cinque anni, al top di una carriera che ha avuto una discreta rinomanza grazie ad una voce piena, ben timbrata, svettante e facile a quegli acuti che qui sono particolarmente messi alla prova, fornisce una prova complessivamente ben più che convincente. Il tenore si disimpegna bene e dando prova di dominare la parte senza problemi soverchi, ponendosi facilmente nelle posizioni alte della classifica di coloro che vi ci sono cimentati, pur senza scalzare dalla testa colui che più di ogni altro ha saputo dare senso ed umanità alla retorica da gran gesto di cui è intessuto il personaggio, e cioè l’immenso Rosvaenge. Il duettone del primo atto con Monforte scintilla di umanità offesa, anche se l’emissione è un po’ troppo alla brava, ma si cala bene nel contesto rutilante in cui Muti immerge l’opera; il quarto atto è anche cantato veramente molto bene, pur mancando di un quid di patetismo che, a nostro avviso, sarebbe un plusvalore importante; e il duettino del quinti atto – “La brezza aleggia intorno” – è peraltro concluso da un falsettino francamente imbarazzante, ove si consideri che alla Scala nel 1989 gli spettatori milanesi avrebbero fischiato Merritt per un ben più ortodosso falsettone rinforzato…
Monforte è Renato Bruson, vale a dire colui che in quegli anni era – non solo in Italia – una delle risorse più importanti del canto verdiano. L’emissione brunita, pastosa, elegante, erede della tradizione grand-seigneur è forse anche un po’ troppo per il personaggio, ma è un piacere da gustare: si apprezzano in particolare sicurezza in tutte le zone, smalto nei colori e, forse, un po’ di carenza nel canto di sbalzo che però non inficia il gusto nell’ascolto di uno dei ruoli più riusciti nella galleria del cantante veneto. Apprezziamo incondizionatamente, in particolare, la bellissima resa del grande momento solistico del terzo atto “In braccio alle dovizie”, in cui la splendida doratura della voce di Bruson si arricchisce di tinte brunite della malinconia suggerita dalla splendida orchestrazione di Muti.
Ottimo il parterre dei comprimari.
Della direzione di Muti abbiamo già in parte detto. Rimane da ricordare che l’edizione è ovviamente completa in ogni sua parte, comprendendo anche il balletto delle Quattro Stagioni, la cui musica è sicuramente bella, la cui presenza è portato inevitabile di quell’area Grand-Opèra per cui l’opera era stata pensata, ma che al solo ascolto discografico allunga troppo la tenuta drammaturgica di un dramma il cui svolgimento non è fra i più agili di quelli pensati da Verdi

Categoria: Dischi

 

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