Sabato, 15 Dicembre 2018

Madama Butterfly

Aggiunto il 04 Dicembre, 2016


GIACOMO PUCCINI
MADAMA BUTTERFLY

• Butterfly TOTI DAL MONTE
• Pinkerton BENIAMINO GIGLI
• Suzuki VITTORIA PALOMBINI
• Sharpless MARIO BASIOLA
• Goro ADELIO ZAGONARA
• Kate Pinkerton MARIA HUDER
• Lo zio Bonzo ERNESTO DOMINICI
• Il Principe Yamadori GINO CONTI


Coro del Teatro Reale dell’Opera di Roma
Chorus Master: non indicato

Orchestra del Teatro Reale dell’Opera di Roma
OLIVIERO DE FABRITIIS

Luogo e data di registrazione: Roma, 1939
Ed. discografica: EMI CHS 7 69990-2 {2CDS} (1989)ª; Arkadia 2CD 78004 {2CDS}; Pearl GEMM CDS 9290 {2CDS} ;; Naxos «Historical» 8.110183-84 (+Toti Dal Monti - recital) {2CDS} (2002)ª

Note tecniche sulla registrazione: registrazione penalizzata dal master, ma godibile

Pregi: direzione di buona intensità

Difetti: i due protagonisti

Valutazione finale: images/giudizi/mediocre-sufficiente.png

Alla vigilia della prima scaligera mette conto di ragionare anche su ciò che la discografia offre in questo capolavoro. E la discografia che, in questo titolo, è particolarmente nutrita, permette di ragionare seriamente su quanto questo titolo sia stato travisato in nome di un “puccinismo” di maniera che rimandava esecutivamente a Bohème ma che – oggi lo sappiamo – nulla aveva a che spartire con sartine tisiche e poeti squattrinati.
Il mondo di Butterfly è quello di una psicosi delirante costruita – sul filo di un canto teso come una lama – dalla protagonista che si rinchiude progressivamente in un mondo claustrofobico sino al suicidio che, con la sua ritualità vera o presunta che sia, chiude i conti con un mondo che non ha mai accolto la giovane che non ha ancora “risolto” la propria adolescenza. La perdita del padre, della fede e conseguentemente dei parenti, del marito, degli amici – solo Suzuki rimane al suo fianco sino alla fine – e, alla fine, del figlio: sono tutti eventi che scavano un solco nella psiche fragile della protagonista e sono molto ben descritti anche musicalmente da Puccini.
Questa registrazione si presta particolarmente bene a evidenziare come, nella prima parte del secolo scorso, di tutto ciò non importasse nulla agli esecutori; eppure, nonostante ciò, per un attimo si coltiva l’idea di essere capitati nel contesto giusto.
Sentire il tono intimamente affettuoso di Gigli nel primo atto diventare, sinceramente addolorato alla fine dell’opera, vuol dire avere a che fare con un vero travisamento dello spirito dell’autore. Si dirà che non erano i tempi giusti per un’operazione del genere, il che può anche essere; ma c’è anche da aggiungere che, all’epoca, il tenore di Recanati era alla vigilia dei 50 anni, e che – indipendentemente dall’epoca – quello era il suo stile.
È invece abbastanza diverso il discorso per la Toti, al secolo Antonietta Meneghel di Mogliano Veneto, di tre anni più giovane del tenore, che impersona una vera e propria decerebrata, ma tuttavia talmente calata in questa rappresentazione di infantilismo patologico da generare il sospetto che si tratti di un vero e proprio progetto interpretativo.
Se lo fosse, sarebbe rivoluzionario, e non solo per l’epoca, ma in fondo anche e soprattutto per l’epoca.
Immaginate una signora di 46 anni che si esprime come una bambina molto, molto infantile, con voce addirittura artefatta in tal senso per rendere ancora più credibile l’universo da piccola pigotta mai cresciuta, ed ecco che avremo una prospettiva interpretativa rivoluzionaria nel suo anticipare istanze ancora ben lungi dall’essere esperite. Avete presente Rosetta Calavetta che doppia Marilyn Monroe quando fa Zucchero Kandinsky in “A qualcuno piace caldo”? se così fosse, saremmo in un mondo che già preannuncia Cukor e Billy Wilder, con tutto il cocktail di cattiveria e comicità che i grandi registi avrebbero sapientemente mescolato in pellicole apparentemente leggere.
Ma naturalmente così non è, e per due buone ragioni.
La prima è che la Toti cantava sempre così: aperta, sbiancata, con quel tono da bambina mai cresciuta. Si senta, per esempio, la sua non meno tremenda Lucia di Lammermoor.
La seconda è che di Butterfly le manca buona parte delle (difficili) note, e questo nonostante il lavoro del direttore, il trentasettenne De Fabritiis che dimostra di avere tempra, musicalità e buon senso nell’inventarsi un accompagnamento adeguato alla materia umana a sua disposizione.
Quindi, quella della Toti è una mistificazione; nemmeno giustificata, peraltro, da una tradizione esecutiva di rilievo che, pur ventilata anche da critici di rilievo (si pensi a Giudici), semplicemente non esiste. E non può esistere nemmeno nelle premesse, se si considerano le caratteristiche di colei che incarnò per prima il ruolo, e cioè Rosina Storchio, di cui non abbiamo purtroppo testimonianze in questo ruolo, ma i cui dischi ci raccontano una intensità drammatica che traluce nelle pieghe di un canto delicato, intimo e fiorito. Si consideri inoltre che, prima di lei, il ruolo era stato inciso per esempio da Rosetta Pampanini che aveva voce da vero lirico con inflessioni drammatiche.
Pessima, quindi, la Toti già per l’epoca; e pessima rimane anche a distanza di anni, anche per questioni vocali ampiamente insufficienti. Eppure, all’ascolto di questi dischi stantii, sprigiona ancora oggi una sorta di fascino malsano, che non commuove mai ma che ti soffoca, quasi fossi testimone di uno stupro; ma è tanta e tale l’irritazione di fronte alla pessima e mal gestita materia vocale che non riesci mai ad essere veramente coinvolto.
Al suo fianco, Beniamino Gigli sembra molto più sobrio, ed è tutto dire. Certo, tanto per cambiare non si astiene dall’interpolazione di frasette cialtrone come nel duetto del primo atto con Sharpless. E certo, il suo travisamento del personaggio è totale. Purtuttavia, la linea di canto è più ferma e molto meno larmoyante di quanto ci si aspetterebbe; e “Addio fiorito asil”, nella sua incongruenza drammatica, è talmente ben cantato che gli si perdona tutto.
Mario Basiola, classe 1892, allievo del grande Cotogni, canta con voce molto chiara e molto, molto buon gusto e sobrietà, mentre la Palombini non rinuncia a risonanze cavernose che, in un contesto del genere, non c’entrano nulla.
Bravo e di grande scuola Zagonara, solido Goro.
Dicevamo di De Fabritiis: è molto bravo. Pur coi limiti della distribuzione di un cast così particolare, riesce a mantenere una scansione molto nervosa e “leggera” che non soverchia mai le voci.
Un gran bel lavoro, forse non rivoluzionario ma che avrebbe meritato un contesto diverso
Pietro Bagnoli

 

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