Mercoledì, 23 Gennaio 2019

Aggiunto il 01 Agosto, 2006



<< | 1 | 2 | >>

Giuseppe Di Stefano



Note biografiche



Nato a Motta S. Anastasia (Catania) il 24/7/1921 - vivente

E' praticamente impossibile, in queste poche righe, ripercorrere in modo esauriente la carriera dell’ amato Pippo.
Nato a Motta S. Anastasia nel 1921 da famiglia umile, trasferitasi poi a Milano alla fine degli anni venti, si dedica sin da ragazzino ai lavori più disparati, fin quando gli amici, ascoltandolo cantare, non gli consigliano di approfondire questo suo dono naturale. La famiglia, inizialmente scettica, si arrese ben presto a questa scelta artistica operata dal ragazzo, nonostante la precoce scomparsa del padre e la necessità di portare a casa danaro.
Di Stefano iniziò alla fine degli anni trenta come madrigalista (assieme a Cesare Siepi), per poi passare alla canzone popolare collo pseudonimo di Nino Florio negli anni della guerra. A soli 22 anni già incideva per la “Voce del padrone” svizzera (altro record, probabilmente insuperabile) prima ancora di debuttare in Teatro, ed è un caso praticamente unico nella storia.
Successivamente completò i suoi studi sotto la guida di alcuni illustri Maestri, tra cui il più importante fu senza dubbio il grande baritono Luigi Montesanto.
Nel 1946 fece il suo debutto teatrale a Reggio Emilia nella Manon di Massenet. Appena pochi mesi dopo è già alla Scala sempre nella Manon, ottenendo un successo strepitoso. Nel 1948 è già una stella del Metropolitan e di Città del Messico, Teatri dove trionferà per alcune stagioni, fino al 1952.
Proprio nel 1952, in Messico avviene lo storico incontro con la Callas per una lunga tournee. Tra i due artisti nascerà una lunga collaborazione, che porterà a rappresentazioni operistiche e a incisioni che segneranno a fuoco la storia dell’Opera del secolo scorso.
Dal 52 per tutti gli anni cinquanta, Di Stefano è il tenore principale del Teatro alla Scala, arrivando addirittura, in alcuni casi, a monopolizzare la stagione di questo Teatro. Nel 1957, ad esempio, cantò la bellezza di sette opere diverse alla Scala.
Gli anni 60 lo vedono impegnato ancora nel Teatro scaligero con rappresentazioni importantissime e diversissime tra loro, quali il Rienzi e l’Incoronazione di Poppea, ma il Teatro d’elezione del Tenore, in quel periodo, diventa la Statsooper di Vienna, dove canta un repertorio pesantissimo, che va da Carmen a Chenier, da Forza del destino a Turandot, da Elisir a Ballo in Maschera.In questi anni Pippo scopre anche il genere dell’Operetta e si dedica a decine di concerti al pianoforte in tutto il mondo.
Negli anni 70 rallenta l’attività operistica (non senza salutare la “sua” Scala, con recite di Boheme e Carmen) e affronta una lunghissima tournee mondiale di Concerti con Maria Callas, tournee che per la verità, vide i due grandi artisti in infelici condizioni vocali, soprattutto se paragonati al loro periodo aureo.
Negli anni 80 e 90 Pippo continuò a cantare concerti, a volte ritrovando anche una forma eccezionale, come avvenne nel famoso concerto del 1992 all’Opera di Roma. Concerto che ancora commuove il ricordo di chi era presente.
Le ultime esibizioni risalgono al 1995, per una carriera durata la bellezza di quasi sessanta anni.



Registrazione



La discografia in Studio e Live di Di stefano è praticamente sterminata. Cercherò di citare solo le tappe fondamentali dell’Opera del tenore siciliano conscio di tralasciare anche testimonianze di altrettanta importanza.

Indispensabili tutti i suoi primi dischi. Quelli registrati in Svizzera tra il 1943 e il 1945, disponibili su varie etichette e inoltre:

Giuseppe Di Stefano in Chicago
(CD - Myto MCD 924.67)

Giuseppe Di Stefano: the early years
(CD - Bongiovanni GB 1141-2)

The Glory of Italy
(CD - BIM 704-2)

Lucia di Lammermoor (Edgardo) Standing Room Only 1954
Di Stefano, Callas, Panerai, Modesti
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala - Karajan
(SRO 831-2)

Faust (Faust) 1949
Di Stefano, Kirsten, Tajo, Warren, Manski
Metropolitan Opera Chorus and Orchestra - Pelletier
(Arkadia 352 076 - GDS 21015)

Pagliacci (Canio) 1954
Di Stefano, Callas, Gobbi, Panerai, Monti
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala - Serafin
(CD - EMI C747981-2) (LP - Angel 3528)

Cavalleria Rusticana ( Turiddu ) 1953
Di Stefano, Callas, Ticozzi, Panerai
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, Serafin
(CD - Angel CC-47981- CD - EMI C7 47983) ( CD - EMI C747981-2) (LP - Angel 3528)

Iris (Osaka)
Standing Room Only 1956
Di Stefano, Petrella, Meletti, Christoff
Orchestra e Coro dell'Opera di Roma - Gavazzeni
(LP - SRO-505-2 )

1 Manon (Des Grieux)1951
Di Stefano, Albanese, Singher, Hines
Metropolitan Opera Chorus and Orchestra - Cleva
(GDS 1010 )

La Bohème (Rodolfo) 1956
Di Stefano, Callas, Panerai, Moffo, Spatafora, Zaccaria
Orchestra. e Coro del Teatro alla Scala, Votto
(EMI Classics 556 295-2 CD - EMI 7 47475 2) (LP - Angel 35472)

Da consigliare anche le Boheme live del metropolitan degli anni 1951 e 1952, a fianco di Bidu Sayao e Licia Albanese, ristampate recentemente in cd.

Madama Butterfly (Pinkerton) 1954
Di Stefano, De Los Angeles, Gobbi, Canali
Orchestra e Coro dell'Opera di Roma - Gavazzeni
(CD -EMI CDS7 49575-2)(LP - RCA LM6121

1 Tosca (Cavaradossi ) 1952
Di Stefano, Callas, Campolonghi
Orcherstra e Coro del Palacio de las Bellas Artes de Mexico - Picco
(lp - Melodram 26028)

2 Tosca (Cavaradossi) 1953
Di Stefano, Callas, Gobbi
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala - De Sabata
(LP - EMI Classics 556 304-2) (CD - EMI 7 47174 2)

Il Barbiere di Siviglia (Almaviva) 1949
Di Stefano, Simionato, Mascherini, Pechner, Siepi
Orchestra e Coro del Palacio de las Bellas Artes de Mexico - Cellini
(GDS Records CD-105)

Mignon (Wilhelm) 1949 (in Italiano)
Di Stefano, Simionato, Siepi
Orchestra e Coro del Palacio de Bellas Artes - Picco
Un Ballo in maschera (Gustavo III) 1956
Di Stefano, Callas, Gobbi, Barbieri, Ratti
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala - Votto
(EMI Classics 556 320-2)

Un Ballo in maschera (Gustavo III) 1957
Di Stefano, Callas, Bastianini, Simionato, Ratti
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala - Gavazzeni
(Melodram CDM 26039, Arkadia CD-519, Hunt CD-519

La Forza del destino (Alvaro) 1956
Di Stefano, Tebaldi, Guelfi, Neri, Barbieri, Luise
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino - Santini
(GDS Records CD-103)

La Forza del destino (Alvaro) 1957
Di Stefano, Gencer, Protti, Siepi, Carturan, Campi
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala - Votto
(CD - Phoenix PX 510.3) (lp - Melodram MEL 37010)

La Traviata (Alfredo 1949 (Jan. 22)
Di Stefano, Steber, Merrill
Metropolitan Opera Chorus and Orchestra - Antonicelli
(Myto 352 022)



Commenti



“La voce d’oro” . Così la definì Vigolo. E in effetti la prima cosa che balza all’orecchio, ascoltando Giuseppe Di Stefano è l’eccezionalità del timbro: morbido, dolce, caldo, ricco di armonici.
L'impasto vocale, chiaro, limpido, smaltato, particolarmente evidente nelle primissime registrazioni HMV, richiama quello degli antichi tenori di grazia come Anselmi, rispetto ai quali vanta una maggior pecussività che gli ha permesso le evoluzioni che sono state la cifra essenziale di una carriera ricca di contraddizioni. Già a partire dal celeberrimo Faust del Met (segnalato sopra nella discografia), accanto alle celestiali smorzature come quella del Do di "Salut, demeure" inizieranno a slatentizzarsi nel canto di Di Stefano anche alcune tensioni che non troveranno una giusta incanalatura nei cann9oni tradizionali, rendendo conto sia dell'eccezionalità di una carriera così particolare, sia delle accuse che sono state mosse al grande cantante. Rispetto a Gigli, dal cui ramo la vocalità di Di Stefano sembra discendere, vanta una maggior urgenza espressiva e una più evidente attualità interpretativa; per contro, è parimenti evidente una diversa tecnica fonatoria che ha portato a risultati affatto originali, del tutto inquadrabili nelle tendenze espressioniste proprie dell'epoca in cui il grande tenore ha dato il meglio di sé. *
Il timbro probabilmente più bello che voce di tenore abbia conosciuto, almeno stando alle documentazioni fonografiche, non conosceva infatti le sdolcinature di Gigli e non sembra nemmeno apparentato ai suoni vagamente femminei di Pavarotti che, peraltro, ha mutuato dal catanese l'istrionismo predatorio che caratterizza le interpretazioni di personaggi come il Duca di Mantova.
In definitiva, Di Stefano era tendenzialmente un tenore lirico leggero, ma con la forza di penetrazione e il volume di un tenore drammatico. E proprio in questo sta la sua eccezionalità e unicità. Un tenore nato per cantare con la stessa stupefacente disinvoltura la Mignon di Thomas e la Forza del destino, il Faust e la Carmen, la Manon di Massenet e l’Iris di Mascagni.
Ma Giuseppe Di Stefano non era certamente solo voce. Era dizione nitida, perfetta, emozionante; mai una sola parola è risultata incomprensibile nel suo canto. Era accento, furtivo, bruciante, fiero, lacerante. Era temperamento acceso e trascinante, ma anche grinta, stupefacente presenza scenica, capacità di piegare la voce alle più deliziose smorzature a tutte le altezze e intensità, era insomma talento totale ed accecante.
Tutte caratteristiche che hanno fatto di lui un tenore storico.
La portata storica di Giuseppe Di Stefano va misurata peraltro nella sua influenza sulle generazioni coeve e successive di tenori. Un numero rilevantissimo di tenori degli ultimi cinque decenni dichiara candidamente di essersi rifatto al modello del tenore catanese, o comunque di averne approfondito la strada tracciata, e tra questi si annoverano anche Placido Domingo, Josè Carreras e Luciano Pavarotti, cantanti che hanno ricevuto da Di Stefano il testimone di un canto solare, aperto ed emozionante, svincolato da eccessive restrizioni tecniche e libero di esprimere tutte le emozioni dell’interprete senza troppa Accademia.

Un discorso a parte merita l’approfondimento, tanto dibattuto, dell’argomento tecnico, in relazione a Giuseppe Di Stefano. Il tenore siciliano è stato da più parti accusato di essersi rovinato anzitempo per mancanza di una corretta tecnica di canto, e soprattutto è stato fatto oggetto di una campagna critica mortificante (che ha toccato altre Grandi Voci, come ad esempio Del Monaco), a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, tendenza che per fortuna si è ormai completamente esaurita, e che era volta, sostanzialmente, a dare un ingiusto premio a cantanti meno dotati e meno emozionanti.
In realtà Di Stefano ebbe una tecnica molto personale, funzionale alle sue caratteristiche vocali e di temperamento. Se tralasciamo i primi 10 anni di carriera, dove il cantante fece uso di una tecnica tutto sommato “tradizionale”, indubbiamente Di Stefano adottò un canto “aperto”, che rifuggeva dalla copertura del suono in zona medio acuta. Questo da un lato portò il cantante ad emettere acuti non sempre irreprensibili, ma dall’altro gli permise di raggiungere vette mai toccate da altri. Ossia quelle della dizione perfetta (possibile solo cantando le vocali senza artificio) ed emozionante, e quelle del canto solare, sexy, torrido,comunicativo, da vero seduttore di cuori e di anime.
Se avesse continuato a cantare come nei primi anni, sarebbe probabilmente diventato la delizia di ogni vociomane e un idolo della critica. Così è diventato il tenore più amato e più detestato dal pubblico, risultato eccezionale in entrambi i casi. Perché Di Stefano non lascia mai indifferenti.
Naturalmente la vera base della sua tecnica fu un controllo eccezionale del fiato, che gli permetteva di mantenere la voce tutta “avanti” nonostante l’apertura delle vocali. Senza lo stupefacente controllo del fiato, questo tipo di canto ovviamente non sarebbe stato possibile e sarebbe diventato sguaiato e censurabile.
Detto questo, va indubbiamente valutata l’importanza rivoluzionaria del “fenomeno” Di Stefano. Unico cantante al quale sia stato concesso in natura di sorvolare sulla accademica copertura del passaggio e del registro acuto, senza perdere in fascino, anzi sovente acquistandone, unico cantante lirico leggero ad avere una portata vocale tale da poter cantare opere drammatiche e lirico spinte senza essere coperto dall’orchestra, ed anzi risaltando senza problemi, come nella famosa Turandot di Vienna del 1961 e uno dei pochi cantanti a non lasciare mai nessuno indifferente, in perenne bilico tra legioni di ammiratori adoranti e drappelli di appassionati infastiditi dal suo canto così personale.
E’ proprio per tutte queste caratteristiche così inedite, che il Tenore siciliano è continuamente sulla cresta dell’onda, oggetto di discussioni e di dibattiti. Dibattiti anche accesi, che non fanno altro che deporre una ulteriore foglia di alloro sul capo di chi ha scatenato tutto questo discutere.
Peraltro va rimarcato che Di Stefano, uomo intelligente, arguto, simpatico, carismatico ha sempre stretto con qualsiasi pubblico una sorta di patto di ferro, che gli ha permesso di riscuotere grande affetto anche nei momenti di difficoltà vocale.
Difficoltà che, e qui è bene precisarlo una volta per tutte, non sopraggiunsero per “mancata tecnica" - questo è un mito da sfatare - ma per altre problematiche.
Innanzitutto Di stefano cominciò a soffrire, alla fine degli anni 50, di una forma molto grave di allergia, che comprometteva la respirazione impedendogli di cantare. Questo impedimento fu la causa principale di talune sue defaillance a partire dagli anni 60. A questo si aggiunsero la pesantezza del repertorio scelto e la tendenza del tenore a godersi la vita.
In ogni caso, il percorso artistico di Giuseppe Di Stefano è stato talmente esaltante e unico nel suo genere da inserirlo definivamente tra gli immortali, e da catalogarlo in un reparto del tutto speciale del nostro cuore alla voce “emozioni, comunicativa, espressione”, voce nella quale, probabilmente, agisce indisturbato, e continuerà a farlo, almeno per chi non è abituato a considerare il canto come una somma matematica di suoni, ma come un veicolo per trasmettere emozioni, da cuore a cuore, da anima ad anima.

Valerio Sirotti
* commento supplementare di Pietro Bagnoli

Categoria: Cantanti

 

Chi siamo

Questo sito si propone l'ambizioso e difficile compito di catalogare le registrazioni operistiche ufficiali integrali disponibili sul mercato, di studio o dal vivo, cercando di analizzarle e di fornirne un giudizio critico utile ad una comprensione non sempre agevole.